Draghi, il sovranismo e l’Europa che verrà

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«Draghi è d’accordo con noi», «No, con noi», «Con nessuno di voi due, ma soltanto con noi». Potremmo continuare all’infinito, ma bastano queste poche parole per descrivere il tentativo di tutte le forze politiche dell’ampia maggioranza di intestarsi la paternità del governo Draghi o, quanto meno, la vicinanza ideale, su questa o quella materia. C’è una caratteristica del governo Draghi che nessuno, però, metterebbe mai in discussione, nemmeno le poche forze che restano all’opposizione: la sua matrice europeista. Per la storia del presidente del Consiglio, sarebbe ridicolo contestarla. Che poi ognuno la declini a modo suo, dall’Europa solidale a quella dell’austerity, fino a quella dei popoli, è questione di opinioni e di inclinazioni politiche e culturali.
Ma di quale Europa parliamo? In quale Europa siamo?
Quando cadde il muro di Berlino, nel 1989, in molti pensarono che si potesse realizzare il sogno dei padri fondatori, Altiero Spinelli in primis, di costruire un’Europa federale, sul modello (formale, non sostanziale) degli Stati Uniti d’America.
Nel 2000 fu il Presidente della Repubblica italiano, Carlo Azeglio Ciampi, in un discorso tenuto all’Università di Lipsia, a lanciare per primo l’idea di una Costituzione europea. L’impulso dato anche dalla Commissione europea, guidata da Romano Prodi, portò i paesi membri dell’Unione a dar vita ad una Convenzione, presieduta dal francese Valéry Giscard d’Estaing, affiancato dai vicepresidenti Giuliano Amato e Jean-Luc Dehaene. I lavori della Convenzione partirono nel febbraio 2002 e si conclusero nel luglio 2003 con una bozza di Costituzione che, dopo alcune modifiche, fu approvata con la firma dei 25 capi di Stato e di governo dell’Ue, nel corso di una cerimonia che si svolse a Roma il 29 ottobre del 2004.
Questo, purtroppo, non era l’atto finale dell’iter perché, per ratificare il testo, ogni Stato, a seconda delle leggi vigenti sul proprio territorio, avrebbe dovuto sottoporre la Costituzione al voto del Parlamento o dei cittadini, attraverso referendum popolare.
Il progetto, però, naufragò nel 2005 per l’esito negativo dei referendum promossi nei Paesi Bassi e in Francia.
Da quel momento, il sogno di integrazione europea si è affievolito e, senza una prospettiva politica ideale, sono diventati sempre meno sopportabili per i cittadini dei vari stati i sacrifici di bilancio imposti da Bruxelles per tenere in piedi l’Euro, una moneta che si è rivelata molto utile, nonostante la cattiva fama, ma che, senza un orizzonte politico comune degli stati europei, da tanti movimenti populisti è stata indicata come bersaglio da abbattere.
Alcuni pensano che l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi possa far ripartire quel processo, fondandolo su un asse con gli europeisti convinti Merkel (in Germania) e Macron (in Francia). Ma le cose sono molto più complicate. Per portare avanti un processo costituente europeo, infatti, servirebbero leadership di lungo respiro. La Cancelliera tedesca, però, uscirà di scena il prossimo 26 settembre, dopo essere stata la leader continentale incontrastata per più di 15 anni (capo del governo tedesco ininterrottamente dal novembre 2005), mentre il presidente francese dovrà lavorare parecchio per farsi rieleggere l’anno prossimo (il mandato scade nella primavera del 2022). Lo stesso Draghi, d’altro canto, poggia su una maggioranza così eterogenea da far dubitare su una lunga durata del suo mandato.
Ma se anche questo poco tempo bastasse, oppure se i successori degli attuali leader fossero di pari autorevolezza, questo obiettivo sarebbe concretamente perseguibile?
Una ventata di positività arriva dal fatto che, a causa dell’emergenza determinata dalla pandemia, per la prima volta l’Unione europea è riuscita a fare veramente sintesi su due fronti: l’acquisto centralizzato di vaccini (anche se con qualche imprevisto di troppo) e il varo di un piano di rilancio dell’economia finanziato in deficit (con un testacoda rispetto all’atteggiamento di rigore sui conti pubblici imperante fino ad oggi a Bruxelles). Il timore, però, è che questa unità d’intenti, raggiunta con fatica, possa venir meno appena la situazione pandemica mostrerà un reale miglioramento.
Ci sono, invece, dei nodi che sembra davvero difficile sciogliere. La continua violazione dei diritti civili in Ungheria (dove in Costituzione è stata riconosciuta solo la famiglia tradizionale, formata da una coppia eterosessuale, che deve crescere i figli secondo i valori cristiani) e Polonia (dove è stata approvata una legge che vieta l’aborto, salvo nei casi di incesto, stupro o pericolo per la vita della madre). Arretramenti culturali e politici che bloccherebbero sul nascere un serio ed avanzato processo costituente europeo che, poco più di dieci anni fa, sembrava vicino al realizzarsi.
Tra le mine disseminate su questo percorso, anche il tema immigrazione, che si ripropone ciclicamente da decenni, cambiando scenario geografico, senza che l’Europa sia riuscita a costruire un consenso reale su una strategia comune degli stati membri dell’Ue. In questi giorni preoccupa soprattutto la situazione in Croazia dove, a fine gennaio, quattro europarlamentari italiani del Pse, tra i quali il medico di Lampedusa Pietro Bartolo (vicepresidente della commissione Diritti Civili dell’Ue), sono stati bloccati dalla polizia che non ha consentito alla delegazione una visita al check-point al confine con la Bosnia.
Gli eurodeputati intendevano verificare le modalità e le motivazioni con le quali le autorità croate effettuano i respingimenti degli immigrati, la gran parte dei quali sono richiedenti asilo. Il divieto d’accesso al check-point fa sospettare che la Croazia abbia qualcosa da nascondere. Alcune persone sono state respinte decine di volte e questa pratica ha creato una situazione insostenibile in Bosnia, in particolare a Lipa dove migliaia di profughi (soprattutto afghani, pachistani, bengalesi e iraniani) sono bloccati nella neve, senza poter entrare nell’Unione europea, dopo aver attraversato Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, ed alcuni anche Bulgaria e Albania. Molti di essi hanno diritto all’asilo politico e entrerebbero in Croazia solo di passaggio, diretti in Italia, Germania, Francia e Spagna. Alcuni sono bloccati lì da due anni.
Non spetta certo a Draghi risolvere un problema del genere. Ma è evidente che i valori fondanti dell’Europa, e dell’umanità più in generale, fanno a cazzotti con la decisione di far morire di freddo bambini nella neve.
Italia, Germania e Francia sono diverse per usi e costumi, c’è chi mangia pizze, chi crauti e chi lumache, ma sullo stato di diritto, sui diritti fondamentali, su quelli civili e sul welfare hanno maturato, nei decenni, una visione condivisa. Sarebbe bello se lavorassero, ancora una volta, per varare una Costituzione comune, come paesi guida, sfidando gli altri a partecipare ad un processo inarrestabile che ci porti a un vero Parlamento europeo, attraverso il quale i cittadini possano scegliere chi li governa. Un processo che vedrebbe il favore, probabilmente, anche di Spagna, Grecia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.
Un processo virtuoso, però, che non deve tenere dentro tutti, ad ogni costo, perché sui diritti fondamentali non si può transigere. E chi non li rispetta, chi non li condivide sul serio, resterà in Europa nelle carte geografiche, ma non potrà entrare in quella comunità che, per tener fede ai suoi valori fondanti, non può che andare avanti e rafforzarsi. Perché l’unico modo di battere l’ottuso sovranismo è avere il coraggio di far diventare un’utopia, l’Europa, il punto di riferimento mondiale della democrazia inclusiva e solidale.

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Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE__ Giornalista e scrittore. Gestisce Uffici stampa e dirige il blog ExPost.blog. È stato redattore del quotidiano Il Mattino, collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù. Il suo romanzo giallo “Dieci piccoli napoletani’ (Fanucci editore - 2019) ha vinto il Premio Massimo Troisi 2020 quale miglior “Scrittura comica edita”.

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