Covid-19 e violenza sulle donne: rafforzare i servizi di prevenzione

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La violenza nei confronti delle donne, è un fenomeno che presenta delle dimensioni epidemiche e, rappresentando una delle forme più gravi e diffuse di violenza, comporta quasi spesso delle conseguenze molto gravi, il più delle volte drammatiche.
All’interno dei rapporti di coppia, la violenza interpersonale è divenuta ormai un fenomeno trasversale oltrepassando i confini geografici, le distinzioni culturali, di sesso o età. Le vittime infatti, così come gli autori, sono di tutte le età e di tutte le professioni, e gran parte della violenza avviene in famiglia, per mano di un partner o marito, spesso dinanzi ai figli.
È, quindi, un errore pensare che la violenza alle donne si verifichi solo in ambienti in cui ci sia qualche disagio sociale, o povertà culturale.
Nessuna società o cultura ne è immune.
Ad ogni modo, nella maggior parte dei casi, gli uxoricidi hanno tutti come precursore il maltrattamento.
Il termine “uxoricidio” deriva dal latino e indica letteralmente “l’omicidio della moglie”, termine interscambiabile con quello di “femminicidio”.
La violenza domestica fa riferimento ad ogni forma di aggressione fisica, psicologica, morale, economica, sessuale, o di persecuzione (stalking), agita all’interno di una relazione intima presente o passata.
A questo fenomeno appartengono, quindi, anche quelle azioni lesive che non comportano necessariamente danni fisici, ma bensì anche psicologici.
Le tipologie di violenza agite dall’uomo nei confronti della donna sono molteplici: la violenza psicologica comprende gli atteggiamenti intimidatori, vessatori e denigratori, nonché tutte quelle tattiche di isolamento messe in atto dal partner. In questi casi, la donna esposta a tali abusi tende a sviluppare inevitabilmente una debolezza sul piano psicologico, perde la stima di sé, finisce per colpevolizzarsi, si sente inadeguata in un rapporto di coppia “malato” in cui uno è violento e l’altra vittima.
La violenza fisica comprende qualsiasi azione volta a far male o a spaventare la vittima, tuttavia nella maggior parte dei casi, la donna subisce delle lesioni.
La violenza economica riflette, invece, una serie di atteggiamenti da parte dell’uomo che ostacolano l’indipendenza economica della partner, in questo modo egli esercita un controllo indiretto su di essa.
La violenza sessuale designa quei comportamenti violenti legati alla sfera sessuale come molestia, stupro e prostituzione.
Nella maggior parte dei casi la violenza assume una forma ciclica, gli aggressori alternano momenti di tenerezza e dolcezza ai maltrattamenti. Questa è una della componenti che non permette alla donna di uscire dalla relazione perversa.
In letteratura l’autrice Lenore E. Walker (1982) ha descritto la forma ciclica in cui si sviluppa la violenza domestica individuando quattro fasi che si ripetono nel tempo ed aumentano di volta in volta i pericoli per la vittima.
La prima fase viene definita “fase di accumulo tensione” in cui la violenza non si manifesta in modo diretto, ma il maltrattante inizia ad assumere atteggiamenti ostili nei confronti della donna. Si riscontrano in questa fase la violenza verbale e alcuni aspetti della violenza psicologica.
L’uomo giustifica il suo comportamento con lo stress dovuto al normale svolgersi della quotidianità, accusando però la donna di essere responsabile delle sue insoddisfazioni. Dall’altro lato la vittima cerca di calmare la situazione convinta di poterla controllare, cerca di essere gentile e accondiscendente a tutte le sue richieste, attenta ad evitare domande e gesti che possano peggiorare il contesto.
Nella seconda fase, nominata “esplosione della violenza”, l’uomo passa all’attacco, scoppia la tensione e la violenza diretta. Arriva così la violenza fisica che cresce gradualmente, correlata spesso dalla violenza sessuale: l’uomo dimostra che ha il potere sulla partner. Lei, grazie alla fase precedente, prova paura e non ha modo di reagire, ogni sua reazione potrebbe portare ad un aumento di violenza da parte del compagno, unica soluzione è restare sotto. L’aggressore cerca di far dimenticare l’accaduto alla donna sviluppando in lei il senso di colpa. L’uomo minimizza e giustifica il suo comportamento, promettendo che non succederà mai più. Molto spesso per discolparsi sostiene che è stata lei a provocarlo, oppure è stata colpa dell’alcool o del troppo lavoro. La vittima, che dopo la violenza è esausta, crede a tutto ciò che gli viene detto convinta che cambiando il suo comportamento possa in seguito prevenire lo scoppio della violenza. Questa viene definita la “fase del pentimento” alla quale segue l’ultima fase, definita spesso “la luna di miele”, in cui l’aggressore si trasforma nell’uomo più dolce e tenero di questo mondo.
Questo momento è costellato da fiori, regali e inviti al ristorante e agli occhi della donna sembra davvero pentito pensando che con il suo amore tutto possa tornare come al primo incontro. È sempre l’autore violento che decide l’inizio e la fine di questa ultima fase, i cicli con il passare del tempo si ripropongo con intensità crescente simulando appunto una spirale.
Un fenomeno che merita un’attenzione particolare in questo delicato periodo storico che l’intera popolazione mondiale sta vivendo è caratterizzato proprio dalla condizione di allarme dovuta al consistente aumento dei casi di violenza domestica contro le donne a causa delle misure restrittive imposte a causa del Covid-19.
Molto spesso infatti accade che, proprio durante periodi di emergenza come la pandemia attuale, questo tipo di violenza purtroppo aumenti vertiginosamente, condizione alimentata da angosce, timori e frustrazioni.
Appare, in tal senso, quasi inevitabile che il lockdown conseguente alla pandemia sia stato un potente e negativo elemento di questa drammatica piaga, dal momento che le numerose misure restrittive hanno reso ancora più difficile segnalare eventuali abusi da parte delle vittime.
La violenza contro le donne fonda le sue radici nella cultura maschilista secolarizzata che privilegiava una struttura di tipo patriarcale, all’interno della quale la violenza dell’uomo sulla donna era considerata per certi versi quasi legittima.
In questo modo si è favorito il progressivo sviluppo di sindromi narcisistiche gravi, dal momento che il ricorso alla violenza è spesso legato ad un vissuto di impotenza nella gestione del conflitto, in cui l’aggressore per far valere il proprio punto di vista ricorre a comportamenti volti a controllare la relazione, a intimorire ed a svalorizzare l’altra persona con lo scopo di dominarla attraverso forme di manipolazione psicologica.
Queste forme, quasi inevitabilmente, scattano all’interno di relazioni e rapporti coniugali o di convivenza tossici.
Si tratta di manipolazioni caratterizzate da un incastro vittima-carnefice, nei quali uomini gelosi o ossessionati dal controllo, isolano le proprie compagne rendendole insicure e depresse.
Tra queste, una delle tecniche più diffuse è quella del “gaslighting”, all’interno della quale, il partner si serve di critiche quotidiane, battute cattive, offese indirette, malumori e costanti insoddisfazioni, per condurre la vittima a sentirsi perennemente in debito, in colpa e dipendente nei propri confronti. Ad ogni modo, si tratta di un vero e proprio massacro psicologico in cui la vittima si convince di essere incapace e piena di difetti.
È importante mettere in evidenza come molte vittime, dal momento in cui entrano in questo circuito di violenza psicologica, sperimentano angoscia e timore di uscirne, questo perché sono talmente condizionate, e convinte del proprio senso di inferiorità, da convincersi che l’aggressore abbia ragione.
La svalorizzazione sistematica genera nella vittima un senso profondo di insicurezza e di inquietudine, che accompagna il timore di non essere in grado di farcela da soli.
La violenza domestica si ritrova in tutti i contesti sociali, economici e culturali indipendentemente dall’età e dal sesso, e si osserva anche negli uomini e nelle relazioni omosessuali.
Volendo delineare quali sono le ragioni per le quali il Covid-19 ha causato un progressivo aumento della violenza sulle donne, ci si rende facilmente conto che esse sono molteplici: gli aggressori protagonisti di abusi e violenze durante questa fase hanno avuto maggiori opportunità di esercitare un elevato potere e controllo sul proprio partner per le restrizioni imposte dal governo, in seguito alle quali è stato ridotto drasticamente l’accesso da parte delle vittime ai servizi, agli aiuti, ed ai supporti psicosociali; lo stress economico, la riduzione dei mezzi di sostentamento e il potenziale rischio di perdere il lavoro ha provocato nei soggetti una maggiore irritabilità, un aumento dello stress familiare e di rabbia sociale, con un potenziale aumento significativo dei conflitti e delle violenze.
Purtroppo non è facile prevenire e intervenire nei casi di violenza domestica, le vittime, infatti, raramente denunciano, e se individuate spesso difendono il proprio persecutore, poiché condizionate a ritenere che la violenza sia una forma d’amore, mentre tale convinzione rappresenta solo il risultato di una autostima personale talmente bassa da essere convinte di non poter vivere senza il proprio partner.
I campanelli d’allarme di una sofferenza psicologica causata da situazioni di violenza domestica talvolta possono essere problemi emotivi continui, quali stress, ansia, depressione, oppure comportamenti autolesivi, tra cui abuso di alcool, di droghe o di farmaci, e nei casi più disperati i tentativi di suicidio.
Il controllo patologico, i comportamenti ripetuti da parte dei persecutori tendono a radicarsi. Quindi, per aiutare le donne a reagire, è necessaria una forte campagna sociale di comunicazione, che da un lato le renda consapevoli della loro condizione e le aiuti a reagire, dall’altro sensibilizzi i membri della rete sociale, tra cui famiglia e amici ad aiutarle.
Quasi sempre accade che alcuni membri della famiglia o amici sospettino degli abusi, ma non intervengano per non interferire negli equilibri famigliari, per rispettare la libertà individuale, o semplicemente perché non saprebbero a chi rivolgersi.
Gli enti pubblici dovrebbero perciò creare una campagna di divulgazione rivolta a tutti i cittadini per stimolare l’attenzione alla piaga della violenza domestica. I sanitari, i medici di famiglia e i medici di pronto soccorso, in primis, dovrebbero valutare quali sono i maggiori fattori di rischio della violenza, quali la presenza di armi in casa, il consumo di alcool o droghe, le minacce verso l’altro, un’eccessiva gelosia, problemi sociali, familiari o finanziari, la dipendenza psicologica, fisica, o sociale della vittima.
I centri antiviolenza, le istituzioni e servizi specifici sono chiamati quindi a ripensare ed intraprendere nuove modalità per prevenire il rischio di violenza domestica continuando ad assicurare supporto alle donne e mantenendo una rete di sostegno per contrastare la violenza di genere.
La violenza contro le donne rappresenta una “violazione dei diritti umani”, una questione universale ed un fenomeno multidimensionale con gravi conseguenze per le vittime, per le loro famiglie e per la società.
Per tanto, è necessaria, per un’adeguata presa in carico da parte degli addetti ai lavori, una formazione specializzata, che implichi l’assunzione di un approccio di genere ma, soprattutto, una modalità organizzativa che metta in primo piano il lavoro di rete e la sua specifica modalità di intervento.
In tutti questi anni, attraverso l’esperienza sul campo e il confronto con altre realtà, sia nazionali sia internazionali, e le ricerche finora condotte ciò che emerge con estrema chiarezza è la necessità di lavorare in un’ottica di rete, se si vuole contrastare efficacemente la violenza di genere contro le donne.
Per raggiungere risultati concreti, dalla esperienza degli operatori emerge che occorre avere chiaro e portare avanti un obiettivo preciso: partecipare attivamente per la costituzione e il consolidamento della rete dei servizi per la prevenzione ed il contrasto della violenza di genere.

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Antonietta Ferro

Psicologa Clinica e di Comunità, tirocinante ASL Napoli1 Centro

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