Riconversione digitale e riduzione dell’orario di lavoro per uscire dalla crisi

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Tutte le previsioni ci dicono che il Pil dell’azienda Italia sarà negativo ben che vada attorno al 10%. Questo impatterà su di una perdita di posti di lavoro molto elevata, la cui portata non è ancora quantificabile nella sua drammaticità, sia per l’enorme quantità di ore di cassa integrazione usufruite dalle aziende, sia per il divieto di licenziamenti imposto dal Governo.
È necessario già da oggi cominciare ad individuare strade di ripresa e di sviluppo con provvedimenti opportuni, altrimenti l’impatto sociale sarà veramente devastante.

Questi tre mesi di fermo totale e, laddove è stato possibile, l’uso dello smart working ed, ancora di più, la didattica a distanza, hanno evidenziato quanto sia profondo il divario tra chi ha un adeguato accesso ad internet e chi ne è escluso, così come tra i ragazzi, tra chi possiede un computer e chi non se lo può permettere. Questa è una vera e propria discriminazione che aumenta in maniera esponenziale le disuguaglianze sociali.
Ecco perché deve essere prevista da subito una vera e propria campagna di alfabetizzazione digitale, di uso del computer, di conoscenze telematiche, robotiche ed elettromeccaniche da trasferire ai nostri giovani nelle scuole e a tutti i lavoratori sui posti di lavoro.
In Italia, durante tutto il periodo della emergenza del Coronavirus, le persone che hanno lavorato da “remoto” sono passate da 500mila ad 8 milioni; un numero veramente impressionante che apre prospettive ed impegni diversi per la cosiddetta organizzazione del lavoro.
I lavoratori e le stesse aziende hanno avuto un impatto positivo da questo diverso tipo di lavoro; innanzitutto l’evitare gli spostamenti ha ridotto, oltre al rischio del contagio, i consumi e l’impatto ambientale in termini di inquinamento, con un deciso miglioramento della qualità della vita.

Nello stesso tempo si è dimostrata, in tutta la sua valenza, la necessità di una robusta ed articolata regolamentazione dello smart working, per evitare abusi e furbizie sia da parte dei datori di lavoro sia da parte degli stessi lavoratori; abbiamo sentiti, in questi giorni, lamenti e recriminazioni sia da chi non poteva controllare de visu se i lavoratori perdevano nello svolgere le proprie mansioni, sia da chi si è visto impartire compiti in orari assurdi e con modalità assurde.
Sarà un imperativo categorico per le parti sociali lavorare alacremente a questa regolamentazione con un approccio ed una prospettiva completamente diverse rispetto a quelle con le quali finora si sono affrontate le tematiche dell’organizzazione del lavoro.
È chiaro che diventa imprescindibile una seria discussione in questo Paese della necessità di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Non va affrontata come l’abbattimento di un moloch ma con una visione chiara di quello che succederà nel prossimo futuro nei luoghi di lavoro, a partire da una crescente richiesta di flessibilità lavorativa, da un diverso modo di produrre in cui ad ognuno verranno sempre più richiesti obbiettivi e risultati piuttosto che presenze e tempo fisso.
Ci dobbiamo porre l’obbiettivo di una crescita professionale dei lavoratori, di ogni singolo lavoratore, che possa rafforzarli di fronte alla quasi certa flessibilità contrattuale che gli verrà richiesta; per fare questo va usata in maniera massiccia la formazione professionale, a partire da quella erogata dai Fondi Interprofessionali.
Approfittiamo in autunno del fatto che le aziende avranno ancora molti lavoratori in cassa integrazione, e che i disoccupati saranno sicuramente aumentati, per fare una grande campagna di formazione cominciando da una capillare alfabetizzazione informatica, integrando le risorse che possono mettere in campo i Fondi interprofessionali con quelle delle varie Regioni italiane che hanno competenze amministrative nel campo della Formazione.

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