L’importanza dell’assistenza sociale per una “salute pubblica” di qualità

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Il 2020 era iniziato con le solite battute in famiglia e tra amici sugli anni bisestili, con relativi dibattiti e rimembranze tra il serio (poco) e il faceto (molto). Tra febbraio e i primi di marzo si capisce che quello che sembrava accadesse molto lontano da noi e non ci potesse riguardare, in realtà ci stava investendo nelle vesti terrificanti di un nemico invisibile, sconosciuto e letale. Che ci riguardava tutti.
L’onda terribile e travolgente aveva stravolto le nostre vite e messo in pericolo tante persone: i ragionieri dello scetticismo tentavano minimizzazioni, gli esperti tra di loro si azzannavano in televisione e sui social contraddicendosi a vicenda, e quelli più geniali riuscivano anche ad auto-contraddirsi. Ogni giorno c’era l’angoscia crescente delle comunicazioni ufficiali, altri ragionieri contabilizzavano morti, guariti, positivi in una triste litania. Ci siamo resi conto che tutto quello che davamo per scontato non c’era più, non era più il noioso, stressante quotidiano e ci siamo inventati: «Andrà tutto bene».

Abbiamo capito che i nostri sistemi socioeconomici sono delle macchine che non possono mai fermarsi, a qualunque costo per come li abbiamo fin adesso concepiti. Il dilemma cornuto tra tutela della vita e economia ci ha messo di fronte a tutte le inadeguatezze dei nostri stili di vita. Anche nella nostra turbolenta e vitalissima Napoli tutto si è fermato, dominati tutti noi increduli e spaventati dal silenzio.
Non è andato tutto bene: troppi morti, morti lontani dalle loro case, lontani dai loro affetti, che non hanno nemmeno potuto avere un giusto commiato. Governare una crisi di questo genere non è stato facile e non lo sarà in seguito, ma ciò che ci dovrebbe preoccupare non sono solo gli aspetti legati all’eccezionalità, all’ennesima emergenza, ma tutte le inadeguatezze rilevate di “sistema”.

Una sanità pubblica territoriale sempre più cenerentola rispetto ad una visione prevalentemente ospedaliero-centrica, con la marginalizzazione dei servizi pubblici nati con vocazione non solo terapeutica, ma con una visione in termini di “salute” di una comunità, concetto molto più ampio della sanità: consultori materno infantili, unità di salute mentale, servizi per gli anziani, servizi per le dipendenze, unità di riabilitazione, uffici sociosanitari, medicina ambulatoriale. Presidii di quartiere volti alla prevenzione e alla promozione della salute, intercettando bisogni complessi non risolvibili in termini puramente sanitari. Accoglienza, ascolto ed accompagnamento attraverso percorsi individualizzati mirati a far crescere la consapevolezza dei bisogni e l’auto-determinazione delle persone: lavoro che richiede tempo, continuità di contatto, spazi dedicati e risorse. Che ne è stato dei più fragili durante la quarantena, quanta angoscia hanno dovuto sopportare senza i loro soliti luoghi e tempi di cura, chi ha pensato a loro?

Certo, i servizi comunque sono stati aperti ma tante attività hanno dovuto ridurre la propria operatività ed alcune hanno dovuto fermarsi.
Gli operatori sociali e sanitari, divisi tra il dovere professionale e la tutela della propria salute e quella dei propri cari, hanno continuato ad assicurare presenza ed attenzione verso gli altri, ogni giorno andando oltre la loro personale angoscia.
Ho citato anche i professionisti del sociale perché la loro presenza da sempre ha restituito una visione più ampia dei bisogni delle persone: le persone non sono riducibili alle loro patologie, hanno necessità di salute non risolvibili esclusivamente con interventi di alta specializzazione, come fossero solo macchine rotte da aggiustare, ma vanno ascoltate, accolte ed sostenute nei tanti momenti critici.
Mi piacerebbe vedere una visione più sana, più aperta nella gestione della salute pubblica, che ha aspetti psicologici, sanitari ma soprattutto sociali, che recuperi la necessità della prevenzione e della promozione di stili di vita più sani rimpinguando le risorse umane necessarie: oggi se andate nei distretti sanitari trovate sempre meno addetti, sempre più anziani e, in alcuni casi (vedi ospedali), con l’assenza assoluta di figure sociali importanti, figure cardine di una rete territoriale: chi si occupa della integrazione sociosanitaria spesso ha una formazione clinica, che non è sufficiente per attivare, partecipare e gestire il lavoro di rete.

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