È ancora Hammamet

0

Un fantasma si aggira per le librerie e per le sale cinematografiche italiane, inquietando le anime belle della vecchia e della nuova politica. È Craxi, assurto, in libri di saggistica e nel film Hammamet, a simbolo della caduta della Prima Repubblica.

Già in un film del 1983 Gianni Amelio aveva intuito e messo in scena la svolta epocale che si preparava nel nostro Paese con una generazione di giovani conformisti che succedevano ai padri rivoluzionari.

Negli anni ’90 un mondo politico improvvisamente crolla, come il Muro di Berlino qualche anno prima. Ed è proprio la caduta del Muro a fare da spartiacque e a segnare il passaggio storico dalla Prima Repubblica al nuovo regime.

Hammamet ci invita a fare i conti con ciò che continuamente rimuoviamo. Quello che rimuoviamo non è il senso di colpa per avere ucciso il padre prendendone il posto (Freud) sugli scranni del potere politico, quantunque questo sia avvenuto.  Quello che rimuoviamo è lo sguardo che continuamente distogliamo dallo sfascio della democrazia con un parlamento di designati, non eletti, e soprattutto dallo sfascio della nostra economia.

Nel film, Craxi, impersonato da uno straordinario Favino, ce lo ricorda: eravamo alla fine degli anni ’80 la quinta potenza industriale del mondo. Oggi, invece, la grande industria italiana è in crisi o, come nel caso della prestigiosa Eni, assediata dalle Procure (ultima assoluzione 15 gennaio 2020). Ma anche altre grandi aziende di Stato lo sono. Ricordate Finmeccanica e i nostri elicotteri comprati dall’India (assoluzione confermata in Cassazione maggio 2019)? Alcuni pm, dopo avere messo sotto scacco la politica, da qualche anno puntano a mettere il cappello anche sull’economia.

Torniamo alla caduta del Muro. In un quadro internazionale cambiato, senza più il pericolo del comunismo, l’America scarica il governo italiano considerato un alleato infedele (amico dei Palestinesi, di Gheddafi e di altri paesi arabi).

Ora: è notorio che le scomposizioni sociali e politiche possono avvenire alla fine di processi sotterranei, o addirittura per caso, ma le ricomposizioni sono sempre fatte dagli interessi forti.

In Italia, in quel tempo, si registra uno scontro senza precedenti all’interno del Capitale: tra il Capitale storico (quello che accedeva alle casse dello Stato: Agnelli, De Benedetti, Pirelli, ecc.) e il Capitale diffuso (quello che più soffriva le tasse: piccole e medie imprese). Il primo si farà rappresentare dall’ex partito comunista, il secondo da Silvio Berlusconi. Per la prima volta la Confindustria registra una spaccatura verticale nel suo seno che si formalizzerà nel 2000 con l’elezione alla presidenza della stessa Confindustria di D’Amato a scapito del candidato di Agnelli. Lo scontro all’interno del Capitale, seppure con alcuni distinguo, si protrarrà feroce fino ai nostri giorni. Nel frattempo si privatizza: i gioielli di Stato venduti o svenduti. La socialdemocrazia viene smantellata. Come nei Paesi dell’Est ex socialista, gli utili delle aziende statali vengono privatizzati e le perdite spalmate sulla collettività.

Craxi non legge né il quadro internazionale mutato, né ciò che sta scuotendo l’economia italiana. Gianni Amelio ci mostra un uomo carismatico e solitario, ma chiuso in sé, senza una visione.

Il regista mostra di sapere che la demagogia giustizialista è stata utilizzata come mero strumento di sovvertimento politico. Cosa che ancora accade.

Quello che, però, manca in Hammamet è il respiro storico che si avvertiva nel suo primo film “Colpire al cuore”, dove Jean Louis Trintignant impersona un professore universitario che ospita e protegge una coppia di studenti rivoluzionari degli anni di piombo. Il figlio secchione lo scopre e lo denuncia, rovesciando i tradizionali canoni generazionali.

Intuizione formidabile. Ai rivoluzionari di ieri, succederanno gli ingenui e rancorosi conformisti “punitivisti” di oggi. E il punitivismo continua tutt’oggi come semplificazione riduttiva della politica.

Intanto, nell’ordinamento è stata introdotta una riforma della prescrizione che rende interminabili i processi, trasformando il processo stesso in condanna. Contraria all’art. 111 della Costituzione (ragionevole durata dei processi), la riforma “Malafede” è un obbrobrio giuridico che priva di fatto i cittadini del diritto di essere giudicati, trasformando l’accusa in sentenza. E non sappiamo se le proposte di modifica avanzate dal Pd al testo, nella mediazione con il partito del vaffa, saranno sufficienti a risolvere il problema. Vedremo.

Condividi

Autore

Paolino Cantalupo

Psichiatra, docente di Psicopatologia Clinica presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Strategica Integrata di Roma.

I commenti sono chiusi.