Baby gang spia del malessere come nell’800, ma Dickens non c’entra più

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Colloquio con lo storico Isaia Sales

«Quello che sorprende delle nostre baby gang è che non ci sono stranieri. Mentre a Milano, a Genova, a Roma in parte, la criminalità giovanile è anche formata da figli di stranieri, qui da noi, invece, questo fenomeno non c’è e quindi sembrano tutte bande organizzate piene di persone di una certa provenienza sociale». A sottolineare la peculiarità del fenomeno della criminalità organizzata giovanile napoletana è lo storico Isaia Sales, docente di Storia delle mafie, nel corso del dibattito che si è tenuto in occasione delle presentazione in anteprima del docufilm “Malavita”, l’ultimo lavoro cinematografico del regista Paolo Colangeli (già autore della serie Sky di grande successo “Camorriste”), nell’ambito della rassegna “Cinema, letteratura, musica e teatro per raccontare le mafie”, ideata dal Centro di Ricerca ReS Incorrupta dell’Università Suor Orsola Benincasa.

Secondo Sales, i membri delle baby gang napoletane «presentano la caratteristica di avere già dei malavitosi all’interno della famiglia, di appartenere a famiglie numerose, di avere una dimestichezza precoce con l’illegalità. Si tratta di ragazzi senza titoli di studio, con lavori precari. In qualche modo, nelle nostre baby gang – sottolinea – c’è una riscontro tra il collasso sociale della città di Napoli e il crimine. Da questo punto di vista queste bande preoccupano perché sono una spia del malessere sociale ancora oggi, come lo erano nell’Ottocento. Da allora, c’è un’assoluta continuità delle condizioni, nonostante i cambiamenti e la modernizzazione».

Bande che assomigliano a quelle di ragazzini che infestavano Londra e Napoli nell’Ottocento e che troviamo descritte in tanti capolavori della letteratura dell’epoca, ma che hanno caratteristiche in parte differenti. «Quel tipo di bande, a Londra, non esistono più o, quanto meno, sono state ridimensionate. A Napoli, invece, resistono», spiega lo storico salernitano, che poi aggiunge: «Chiunque analizzi i fenomeni criminali giovanili di Napoli non può fare a meno di considerare il contesto sociale in cui operano. Da quel contesto sociale, da almeno duecento anni, escono bande di criminali che hanno una particolarità rispetto a quelle descritte da Dickens in Oliver Twist: sono formate da ragazzi che non sono orfani. Sono formate da persone con genitori, ma senza famiglia. Per cui la famiglia è la strada, la famiglia è la banda, ed è in questi contesti che questi ragazzi si formano».

Una realtà che viene confermata da una ricerca dal titolo “Criminalità minorile, camorra e prevenzione. L’efficacia dello strumento della messa alla prova” che il Centro ReS Incorrupta del Suor Orsola ha realizzato per conto della Commissione parlamentare Antimafia su 53 criminali minorenni campani. Dallo studio emerge, infatti, spiega Sales, «che la maggior parte dei minorenni rei presi in considerazione sono già noti alle forze dell’ordine o ai servizi sociali territoriali per evasione scolastica.  Molti di loro neppure si iscrivono al primo anno di scuola superiore e faticano non poco a terminare le scuole medie inferiori. Le loro famiglie sono quasi sempre multiproblematiche, disgregate, conflittuali, in cui sono presenti problemi di tossicodipendenza, di criminalità, quindi disfunzionali alla crescita». Famiglie che presentano caratteristiche del tutto peculiari: «I genitori – sottolinea lo storico – sono ben più giovani rispetto alla media italiana e con più figli, hanno una scolarità molto bassa, le madri sono disoccupate e i padri hanno lavori saltuari o comunque manuali e quasi sempre non professionali. L’acculturazione illegale e criminale comincia dalla famiglia ma il ruolo del gruppo amicale appare centrale anche per la commissione degli atti criminali, che diventano momenti di condivisione e di impegno comune in quartieri in cui la commissione di atti devianti appare la regola o comunque una delle opportunità di vita. Il gruppo sostituisce, quindi, la famiglia, la scuola e ogni altra agenzia formativa».

In questo contesto, secondo la ricerca, lo Stato con le sue azioni repressive (condanna ed istituzionalizzazione del minorenne) o di recupero (messa alla prova, perdono giudiziale, sospensione della pena) interviene troppo tardi, quando il percorso è già abbastanza segnato. Sarebbe quindi necessario “bonificare” i quartieri in cui questi minori vivono, attraverso percorsi di socializzazione a valori civili positivi.

Ciò nonostante, dallo studio emerge una certa efficacia dello strumento della messa alla prova, che permette al giudice di sospendere il processo e indicare al minore un percorso da seguire; se l’esito sarà positivo, il reato si estinguerà e il minorenne quindi non avrà carichi penali a suo carico.

Nel 2016, i provvedimenti di sospensione del processo e messa alla prova, in Italia, sono stati 3.757. Di questi, 227 sono stati disposti dal Tribunale per i Minorenni di Napoli,  276 da quello di Milano, 206 da quello di Roma e 165 da quello di  Palermo (soltanto per citarne alcuni). Nello stesso anno si è registrato quasi l’81% di provvedimenti di messa alla prova con esito positivo e solo il 19 % con esito negativo.

In base ai fascicoli del Giudice per l’udienza preliminare aperti nel 2016 e definiti entro il dicembre 2017 presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli da cui sono stati tratti i dati precedenti, la messa alla prova, per i reati considerati dallo studio, ha avuto esito positivo in 19 casi (14 per rapina e 5 per reati in violazione delle leggi sugli stupefacenti) e in 6 casi è stata revocata.

Eppure, dire che la messa alla prova ha avuto esito positivo non significa che essa sia efficace, cioè che riesca ad evitare la recidiva. Secondo i pochi studi a disposizione sembra uno strumento capace di ridurla in età minorile (dal 30% di chi non è stato sottoposto alla messa alla prova al 20%). Non esistono però ancora studi sulla capacità della misura di limitare l’accesso di questi soggetti alla criminalità adulta. Per verificarlo, il Centro ReS Incorrupta ha già annunciato, per uno dei prossimi report, una verifica sulla base dei casellari giudiziali per le persone che hanno usufruito della messa alla prova.

Ma, a prescindere dall’utilità o meno degli strumenti giudiziari, non c’è dubbio che la situazione delineata dalla ricerca ci costringa ad allargare lo sguardo sul contesto. «Queste bande giovanili – sottolinea Sales – ci pongono un grande interrogativo su che cos’è la società a Napoli, su come è organizzata, su quali sono il livello di istruzione, di vita collettiva, su qual è la possibilità di ascesa sociale senza il crimine. Perché è indubbio che – conclude, amaramente – le possibilità di ascesa sociale con il crimine sono superiori a quelle senza il crimine».

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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