Ilva simbolo di un Paese in stallo, trascinato a fondo da un Sud senza ossigeno

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Nel 2012, la magistratura di Taranto dispone il sequestro dell’acciaieria Ilva, la più grande d’Europa, per “gravi violazioni ambientali”: l’insediamento viene definito dai giudici “fabbrica di malattia e di morte”. Da allora, per oltre 12mila lavoratori e per la città pugliese, inizia un calvario che vede contrapposte le ragioni del lavoro e delle famiglie degli operai, che temono di perdere quella che spesso è l’unica fonte di reddito, e altri cittadini che considerano quella fabbrica un rischio per la salute dei propri figli. Ragioni contrapposte ed entrambe meritevoli di tutela: non facile, quindi, trovare una soluzione equilibrata. Eppure, quello che stupisce è che dopo quasi otto anni, commissariamento, intesa per il rilancio della fabbrica con nuovi investitori e progetti di bonifica, siamo di nuovo punto e a capo. I politici si dividono tra chi cavalca la rabbia degli uni o degli altri in maniera demagogica e chi, invece, si tiene alla larga dal problema, consapevole della difficoltà di risolverlo. In pochi hanno provato a metterci seriamente le mani, ma quello che hanno costruito si è poi sfaldato per le incongruenze di un sistema paese che non sa decidere, che non sa prendersi la responsabilità di tracciare delle priorità e di perseguirle, anche quando dovessero risultare impopolari.
Dall’esterno è difficile dire quale sia la strada più giusta, ma, a chi pensa che chiudendo dall’oggi al domani l’acciaieria poi per Taranto saranno rose e fiori, sarebbe opportuno ricordare cosa è successo a Napoli dopo la dismissione dell’Ilva di Bagnoli, avvenuta nel 1990: non è successo niente. Sono passati quasi trent’anni e la bonifica è al palo, figurarsi la riconversione e il rilancio dell’area. Qualcuno utilizza la spiaggia e si fa il bagno, ma a suo rischio e pericolo. Alcuni capannoni sono ancora in piedi, seppur scheletrici, a testimonianza dell’abbandono, del fallimento di una intera classe dirigente, nazionale e locale, che non ha saputo, anche in quel caso, fare scelte chiare e portarle avanti con tenacia. Non ha saputo, soprattutto, mantenere le promesse, facendo crescere la delusione tra i cittadini. A rimarcare l’enormità di questo fallimento (la mancata riconversione di una, tutto sommato, piccola area cittadina) il fatto che negli stessi trent’anni, anzi in molto meno, la Germania sia riuscita a ridurre in maniera quasi totale il gap economico-sociale e infrastrutturale esistente tra Germania Est ed Ovest prima della caduta del muro di Berlino, il cui trentennale è stato appena celebrato.

Il caso Ilva è, quindi, il simbolo di un’Italia in stallo, guidata da governi e classi dirigenti (non solo politiche ma anche imprenditoriali, sindacali, accademiche e professionali) che cercano di galleggiare, che sperano che la nottata passi, senza accorgersi che siamo ormai fermi in un tunnel dal quale si esce solo andando avanti o tornano indietro. E, per il momento, stiamo tornando indietro, come certificato pochi giorni fa dalla Svimez che, nel rapporto annuale sul Mezzogiorno, sottolinea come ad allargarsi non sia solo il divario Nord-Sud, ma anche quello tra l’Italia e il resto dell’Europa. Le regioni settentrionali non sono più una delle locomotive dello sviluppo continentale e, senza un rilancio dell’economia meridionale, secondo la Svimez, anche il resto del Paese è destinato al declino.
Per essere chiari, l’eventuale chiusura dell’acciaieria Ilva sarebbe in ogni caso un dramma per migliaia di famiglie e per la città di Taranto, ed avrebbe anche ripercussioni sull’economia nazionale, vista l’importanza di quell’insediamento industriale, ma il suo impatto sarebbe molto meno violento, e più gestibili le conseguenze, se il nostro Paese, ed in particolare il Sud, avessero un’economia dinamica ed un mercato del lavoro che potesse dare, almeno ad una parte di quegli operai, la possibilità di trovare una nuova occupazione, magari anche più gratificante. La disperazione di quei lavoratori e delle loro famiglie, simile a quella dei tantissimi altri coinvolti dalle centinaia di crisi industriali aperte in Italia negli ultimi anni, è determinata dalla mancanza di fiducia nella possibilità di prospettive future.
Non tutto è colpa dei governi, ovviamente, perché l’economia dipende anche dall’intraprendenza dei privati, ma la Svimez segnala alcune scelte sbagliate che hanno condizionato gli investimenti o hanno portato ad uno spreco di risorse che avrebbero potuto essere impegnate diversamente. Nel rapporto pubblicato pochi giorni fa, ad esempio, si parla di “imprese zombie”, di imprese cioè “in vita da oltre dieci anni che per 3 anni consecutivi, vivendo gravi difficoltà finanziarie, non sono state in grado di pagare neppure gli interessi sui prestiti: al Sud quelle industriali sono il 5,83%, il doppio che nel Centro-Nord, 2,98%”. Imprese che in molti casi hanno goduto anche di aiuti pubblici che non sono serviti però a rimetterle in sesto. Per questo motivo la Svimez auspica “una forte discontinuità nella politica industriale, attraverso strumenti meno orientati, come in passato, a mantenere in vita ciò che non regge alla prova della competitività e più focalizzati sulla capacità di attrarre e attivare nuove energie in settori innovativi”. In soldoni: inutile sprecare risorse per cercare di riportare in vita gli zombie, meglio finanziare giovani idee di belle speranze.

La Svimez ribadisce, così come fatto nei precedenti rapporti, che nel Mezzogiorno la spesa pubblica è inferiore a quella registrata nel Centro-Nord, sia quella infrastrutturale che per servizi, nonostante qualcuno voglia far credere il contrario. E si dice convinta che “investire risorse pubbliche nel Mezzogiorno faccia crescere l’intero sistema Paese”. Per questo motivo, auspica che “il governo renda note al più presto le linee del piano straordinario per il Mezzogiorno”. Un piano annunciato nei mesi scorsi dal ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano. E nessuno dubita delle intenzioni del ministro di portare avanti questa linea di rilancio degli investimenti nelle regioni meridionali, anche in considerazione del fatto che Provenzano della Svimez è stato vice direttore fino a pochi mesi fa, e ne condivide quindi l’impostazione. Ma ci riuscirà? Riuscirà a convincere il governo che bisogna cambiare rotta rispetto a decenni di politiche che hanno penalizzato il Mezzogiorno?
L’impresa è certamente ardua. La Svimez ricorda, ad esempio, che gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, che negli anni ’70 del secolo scorso erano circa la metà di quelli complessivi, negli anni più recenti sono calati ad un sesto di quelli nazionali. Il ministro Provenzano ha sottolineato come nella legge di Bilancio ci sia “un corposo capitolo dedicato al Sud, a cominciare dalla vera attuazione della clausola del 34%”, cioè l’obbligo per lo Stato di impegnare nelle regioni meridionali almeno il 34% dell’intera spesa pubblica ordinaria per investimenti. Sarebbe effettivamente una bella inversione di tendenza: significherebbe, infatti, che finalmente le risorse europee destinate al Mezzogiorno sarebbero aggiuntive e non sostitutive di quelle nazionali (com’è nella logica del finanziamento Ue alle regioni in ritardo di sviluppo finalizzato alla riduzione del gap con le aree più ricche). Non va dimenticato, però, che obiettivi simili, e in alcuni casi anche più impegnativi, sono stati fissati anche da governi precedenti, ma poi sono puntualmente stati disattesi.
Inoltre, avere più risorse a disposizione è un requisito necessario per la rinascita del Mezzogiorno, e di conseguenza dell’intero Paese, ma non sufficiente. Serve che lo Stato decida anche quali debbano essere le priorità: su cosa investire? Il rapporto Svimez dà alcune indicazioni, a cominciare dalla necessità di sostenere le industrie che innovano, puntando sulle opportunità offerte anche dalla rivoluzione di Industria 4.0, e rafforzare la dotazione di servizi dei comuni del Sud. In particolare, secondo l’Associazione per lo Sviluppo industriale del Mezzogiorno, bisogna ammodernare la filiera agroalimentare meridionale che, sebbene migliorata negli ultimi anni sul piano qualitativo, sia dei prodotti che dei sistemi di produzione, è ancora indietro per quantità prodotte rispetto a quelle di altre aree del Paese e, soprattutto, di altri paesi concorrenti. E bisogna sfruttare appieno le Zes (zone economiche speciali) liberando le risorse imprenditoriali legate in maniera diretta e indiretta alla portualità.
Opportunità possono essere colte anche nell’ambito dell’economia “verde”, a cominciare dalla bioeconomia, cioè da tutte quelle produzioni che vanno dalle energie rinnovabili alla chimica verde, fino al biotech dove, secondo i dati forniti dalla Svimez, le imprese e le università meridionali stanno mostrando una vitalità molto superiore alla media nazionale. A fronte di un aumento del 34,5% tra il 2008 e il 2015 su scala nazionale, infatti, le imprese del biotech sono cresciute nel Mezzogiorno del 61,1%, pari a quasi una volta e mezza l’incremento rilevato per il Centro (41,4%), e addirittura più di due volte che nel Nord (27,2%).
Qualcosa su cui puntare e concentrare le risorse, quindi, c’è. Aggiungerei all’elenco anche settori più maturi che vivono di innovazione e ricerca, dal farmaceutico all’automotive, e non ultimo all’aerospaziale che, soprattutto in Campania e in Puglia, può contare su storici insediamenti industriali di alto livello, che andrebbero aiutati a fare il salto di qualità tecnologico e dimensionale, per poter competere al meglio sui mercati internazionali.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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