Fine vita, la politica è assente: ci pensano ancora una volta i giudici

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Quando la politica decide di non voler recepire le istanze dei cittadini ci pensa la giustizia a fornire le risposte; quando la politica decide di non scegliere per non rischiare di perdere il proprio consenso elettorale, ancora una volta tocca ai giudici intervenire. Che sia la magistratura ordinaria, la Cassazione o la Consulta, poco importa. Ciò che rileva, per la sua gravità, è che sul tema dei diritti civili, quando in gioco c’è la possibilità di scegliere della propria vita, da oltre vent’anni la politica mostra la propria totale incapacità di stare al passo con i tempi.
In questo scenario vengono alla luce, dopo anni di battaglie giudiziarie, le cosiddette “sentenze storiche”: è il caso della decisione della Corte Costituzionale, emessa lo scorso 25 settembre, con la quale si è ritenuto non punibile chi agevola l’esecuzione del suicidio di un soggetto pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ma tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili.
In altre parole, rispetto al passato, da oggi in poi l’aiuto al suicidio non sarà sempre ed automaticamente punito ma bisognerà verificare, caso per caso, l’esistenza di una serie di requisiti che escludono la punibilità. Si tratta di un risultato enorme, che ha portata generale e che nasce da una questione sollevata dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo a carico di Marco Cappato accusato di aver rafforzato il proposito suicidario di Fabo e di averne agevolato l’esecuzione.

Alla luce dei notevoli progressi della scienza, della tecnica e della medicina, l’articolo 580 del codice penale meritava senza dubbio di essere rivisto ed aggiornato. Negli anni Trenta del secolo scorso, quando entrò in vigore il Codice Rocco, nessuno immaginava la possibilità, per un malato terminale, di restare in vita solo ed esclusivamente mediante trattamenti di sostegno vitali. In quegli anni la morte era considerata, da medici e persone comuni, quale evento quasi sempre istantaneo e certamente non prorogabile attraverso l’utilizzo di macchinari tecnologici. Ma dopo novant’anni, considerati i progressi scientifici ai quali tutti hanno assistito, e dopo tanti casi, più o meno famosi, di persone che chiedevano di porre fine alla loro sofferenza, il legislatore non poteva consentire il perdurare di un vuoto normativo così doloroso. Già nell’ottobre del 2018 un’ordinanza della Consulta sottolineava come «l’assetto normativo esistente sul fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti.» In quella stessa ordinanza la Corte chiedeva al Parlamento di intervenire con una disciplina specifica ma la materia, seppure discussa dalla Commissione Affari Sociali della Camera, non trovava l’accordo della politica né le necessarie maggioranze. Innanzi alla insostenibile inerzia da parte del legislatore, sono stati ancora una volta i giudici a ritrovarsi innanzi a pericolosi vuoti normativi. Giudici ai quali cittadini coraggiosi si sono rivolti, portando avanti lunghe e faticose battaglie giudiziarie nelle aule di tribunale dove troneggia la scritta “la legge è uguale per tutti”.
La risposta della giustizia è arrivata: ovviamente la non punibilità non è automatica ma resta subordinata al rispetto delle norme previste sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua. Bisognerà procedere con un’attenta verifica delle condizioni richieste e delle modalità di esecuzione del suicidio. E questo, come spiegano gli stessi giudici della Consulta, per evitare comprensibili rischi di abusi nei confronti di persone maggiormente vulnerabili.
Non è difficile desumere che la sentenza della Consulta è dunque un punto di partenza fondamentale, ma da sola non basta: occorrerà una legge dettagliata che disciplini il fine vita,  bisognerà individuare i requisiti delle strutture sanitarie pubbliche in grado di fornire l’assistenza richiesta, nel pieno rispetto delle garanzie. La strada è lunga e la speranza resta una sola: che la giustizia smetta di rappresentare quel muro del pianto, descritto da Antoine Garapon, per tutti quei cittadini che attendono, invano, risposte dalla politica.

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