Standard urbanistici e città, tra opportunità normative e incapacità della politica

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Il Decreto interministeriale n. 1444 del 1968, adottato su delega della Legge 6 agosto 1967 n. 765 (detta Legge “ponte”, che integrava la Legge urbanistica fondamentale del 1942), si propose di limitare e disciplinare la tumultuosa attività edilizia del corrispondente periodo; impose l’obbligo di pianificazione a tutti i comuni; stabilì drastiche limitazioni all’edificazione in assenza di strumenti urbanistici; pose in capo ai privati la partecipazione ai costi delle urbanizzazioni primarie e di una quota delle secondarie, comprendendovi la cessione gratuita delle aree necessarie; estese l’obbligo della licenza edilizia a tutto il territorio nazionale.
Il decreto 1444 rappresenta un caposaldo nella pianificazione urbanistica ed è stato considerato una conquista fondamentale per l’Italia Repubblicana in quanto vi sono stati disciplinati per la prima volta la dotazione minima per abitante di aree da destinare a spazi pubblici o riservati alle attività collettive per i cittadini.
Il decreto è stato al centro del dibattito urbanistico dell’epoca. Fu il prodotto culturale nato sulla scorta dei vasti studi – di ispirazione statunitense e nordeuropea – sui criteri di progettazione delle nuove città e delle ricerche comparative sulle dotazioni di verde pubblico e di servizi che animarono le università e il primo associazionismo italiano dedicato all’urbanistica, alla tutela culturale e ambientale.
Inoltre le nuove norme furono adottate sull’onda dei movimenti di emancipazione femminile, che reclamavano asili nido e servizi per la famiglia nei centri abitati. Tra questi movimenti bisogna ricordare l’UDI – Unione Donne Italiane – associazione autonoma femminile nata nel 1945 che, grazie a una forte passione politica, ha cambiato la cultura sociale ponendosi come interlocutrice nei confronti delle istituzioni e delle realtà nazionali e locali. Nella formazione del decreto 1444 l’associazione svolse un ruolo decisivo per i servizi (scuole, asili ecc.), individuati come strumenti per perseguire l’emancipazione e una maggiore parità tra i generi.
La necessità di farne uno strumento prescrittivo e non aggirabile hanno reso nel tempo il decreto 1444 un testo criticato e non sempre gradito dall’urbanistica italiana, che vi ha visto un gabbia di regole e di calcoli non adattabile alle specificità delle situazioni territoriali e urbane.
Con la creazione delle regioni nel 1970 si avviava una produzione legislativa urbanistica assai differenziata. Contestualmente si sviluppava nel Parlamento e innanzi alla Corte Costituzionale la battaglia sui poteri pubblici di esproprio e indennizzo legati alle aree per l’edilizia popolare e per gli standard urbanistici. L’argomento della connessione tra diritto di proprietà e jus aedificandi ha, nei fatti, paralizzato il Parlamento per oltre 50 anni e la reclamata Legge urbanistica non ha mai visto la luce.
L’ultimo tentavo organico si deve al ministro Fiorentino Sullo – voluto come ministro dei lavori pubblici nel terzo governo Fanfani – che credeva nell’idea di programmazione e il suo progetto di riforma urbanistica. Il tentativo fu bocciato sul nascere: colpiva troppi interessi costituiti. Nel marzo del ’63 la Dc prese pubblicamente le distanze dalla legge e l’affossò.
Tralasciando pochi momenti normativi, la disciplina giuridica si è sempre più concentrata sul versante edilizio, negli ultimi tempi applicandosi in una rincorsa di semplificazioni che prescindono dall’obiettivo di migliore qualità urbana.
Da settembre 2018 a luglio 2019 si è svolto un lavoro di adeguamento del Decreto Interministeriale 2 aprile 1968 n. 1444 da parte di un Gruppo di lavoro costituito con designazioni della Conferenza dei presidenti delle regioni e delle province autonome e dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani-ANCI, nonché della Società Italiana degli Urbanisti-SIU e dell’Istituto Nazionale di Urbanistica-INU, coordinato dall’architetto Costanza Pera, Consigliere ministeriale del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti.
Convinzione diffusa emersa nel Gruppo di lavoro è che il Decreto 1444, nei suo oltre 50 anni di vita, sia stato una garanzia cruciale per la messa in opera dei diritti fondamentali di cittadinanza.
Che poi ci sia stato un uso e un’attuazione del decreto a macchia di leopardo da parte delle regioni e dei comuni italiani, e che con il passare del tempo le previsioni del decreto siano state considerate più come un obbligo che come un’opportunità, è questione che attiene alla politica che non ha saputo interpretare il proprio ruolo di programmazione e indirizzo nei confronti delle regioni e degli enti locali.
Politica che oggi dovrebbe provare a superare la mera dimensione quantitativa di standard di suolo da rendere pubblico e rispondere alla domanda di qualità della prestazione effettiva dei servizi ai cittadini e sollecitare le intelligenze collettive, oggi disponibili, a partecipare alla trasformazione e alla costruzione della città.

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Rodolfo Sabelli è architetto funzionario pubblico. Ha partecipato, designato dall’ANCI, al Gruppo di lavoro costituito presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti.

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