Siamo tutti figli di Barabba. Una nuova dimensione del carcere

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Di recente si è svolto nel Carcere di Poggioreale l’evento conclusivo del corso di modellismo realizzato dall’associazione impegnata nel volontariato carcerario “Figli di Barabba” di Antonio e Maria Chiara Parisi. I detenuti del Padiglione Roma coinvolti nel progetto hanno realizzato 170 aeroplanini con materiale di riciclo e li hanno consegnati alle numerose associazioni di volontari presenti all’iniziativa perché li regalassero a dei bambini. Ha aderito con entusiasmo all’evento anche l’Associazione Merqurio che ha come principale finalità la diffusione di una cultura dell’inclusione sociale e del lavoro come modello di crescita umana e civile.
Particolarmente toccante è stato il momento della consegna dei manufatti da parte dei detenuti, fieri ed emozionati per il lavoro svolto. Il dono dell’aeroplano ha un valore simbolico importante, rappresenta la possibilità che va sempre esplorata e sperimentata di costruire un collegamento tra il mondo chiuso, isolato e doloroso della cella e gli spazi di libertà esterni. Il volo ideale dell’aeroplano congiunge il carcere, un luogo oscuro spesso rimosso dalla collettività, lo spazio del male e della pena per antonomasia, a reali opportunità di cambiamento e riscatto.
Visitare un carcere è un’esperienza profondamente formativa che tutti dovrebbero vivere, difensori e giudici per primi. Aldo Moro, professore di diritto penale, portava frequentemente i suoi studenti in carcere perché ne conoscessero la realtà e attraverso il colloquio con i detenuti comprendessero le motivazioni culturali e sociali dei reati. Per l’uomo politico, dal carcere era possibile attingere la conoscenza necessaria per interpretare le dinamiche sociali ed elaborare eventuali riforme.
È sufficiente solo entrare in un penitenziario perché ogni visione manichea del mondo si dissolva e prevalga la percezione che bene e male non sono nettamente distinti ma sono cuciti a filo doppio, che l’umanità dolente che è davanti a noi è la stessa di cui siamo impastati; quel luogo distante che ci rassicura perché circoscrive il male e lo isola dal resto della società facendoci sentire dalla parte del bene e del giusto, si mostra in tutta la sua verità e violenza. Il carcere ci interroga sulle nostre responsabilità, quelle dell’abbandono, dell’esclusione sociale e della incapacità di attuare programmi di recupero e reinserimento efficaci. Va ricordato che In Italia 68 volte su 100 chi è stato in carcere per un reato ci ritorna.
Altro dato che bisognerebbe tenere in considerazione, fornito recentemente dal Presidente del Tribunale di Torino Massimo Terzi, è che ogni anno circa 150mila italiani sono vittime di errori giudiziari e di un’ingiusta detenzione. A chiunque, pur essendo innocente, potrebbe accadere di essere travolto dal tritacarne mediatico-giudiziario o di finire nell’inferno di un penitenziario italiano.

La ventata populista e giustizialista che attraversa l’Italia e l’Europa certo non favorisce i fautori di una riforma del sistema carcerario. Le élites politiche non solo acuiscono ma addirittura anticipano a fini elettoralistici le ansie securitarie dei cittadini a detrimento purtroppo della parte più debole della popolazione, di chi vive in condizioni di povertà e marginalità sociale.
Ogni riflessione sul nostro sistema detentivo vede inevitabilmente riemergere con tutta la sua urgenza la questione dell’attuazione della Costituzione nelle carceri, primo tra tutti dell’articolo 3 che sancisce la pari dignità dei cittadini. Se il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie di tanti penitenziari sono ormai insostenibili, se i suicidi aumentano e la CEDU continua a condannare l’Italia per trattamenti degradanti e inumani nei confronti dei detenuti, si può ancora dire, dopo 70 anni, che la Costituzione si è fermata fuori i portoni delle carceri italiane.
Nella Carta costituzionale si parla tre volte di pena: una volta nell’ articolo 13 e due volte nell’ articolo 27. Il primo articolo indica la strada della non violenza nella custodia del detenuto, quindi «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», il secondo vieta trattamenti contrari al senso di umanità e riconosce la funzione rieducativa della pena. La detenzione non ha dunque una finalità afflittiva, ma mira al reinserimento sociale del condannato attraverso il recupero del senso della convivenza e della legalità. È chiaramente indispensabile che vengano forniti strumenti concreti perché il detenuto eserciti tutti i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Il carcere non è un pianeta distante dalla società, ne è parte integrante, pertanto i suoi abitanti restano cittadini di una Repubblica democratica e come tali vanno trattati, dappertutto e sempre.
Ma come si può in concreto attuare il dettato di cui all’ articolo 27 comma 3 della Costituzione, come può la pena tendere alla rieducazione del condannato? La risposta va ricercata nel recupero del valore della persona che mai può essere sminuito per effetto della restrizione in carcere, nella cura della relazione umana e nella fiducia che dipende dalla qualità di quella relazione. Il viaggio dell’aeroplanino che l’associazione “Figli di Barabba” ha scelto come metafora di un modo nuovo e più umano di concepire e vivere la detenzione è un’impresa complessa ma necessaria per il condannato e per l’intera collettività e pone le condizioni affinché chi ha scontato una pena non torni a delinquere.
Nel Nord Europa, dove il numero dei reati decresce sensibilmente e la recidiva è molto bassa proprio grazie ai percorsi trattamentali e di reinserimento attuati nel carcere e fuori dal carcere, il principio che informa l’universo carcerario è molto semplice: la sola punizione possibile per il condannato è la perdita della libertà. Poiché il male può essere retribuito solo con il male, infliggere ulteriori sofferenze al recluso non può costituire un modo per emendarlo. Di conseguenza nei penitenziari è prevista una organizzazione dello spazio rispettosa della dignità dell’individuo, è garantito il diritto alla salute, vengono programmate attività di studio e di lavoro, non si recidono le relazioni umane e affettive. La fiducia, che con l’impegno di un’intera comunità educativa si coltiva in quei luoghi, può essere esemplificata dall’immagine del condannato che in Danimarca prepara la colazione al mattino in una vera cucina. Si impara a vivere con responsabilità iniziando dal piccolo gesto di imburrare per sé e per gli altri una fetta di pane, con il coltello che lo Stato ha il coraggio di darti perché crede che tu possa davvero diventare un uomo e un cittadino migliore.

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