La paura di invecchiare nella società attuale

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Il tema dell’invecchiamento rappresenta, senza dubbio, uno degli argomenti che, sino ad oggi, ha maggiormente interessato la struttura sociale della comunità.
Il processo di invecchiamento, infatti, favorito dall’allungamento della vita o, meglio, dell’aspettativa di vita, è divenuto oggi un fenomeno di massa, e considerato oggetto di studio di numerosi professionisti, medici, psicologi e scienziati. L’argomento in questione necessita di uno studio dinamico e multidisciplinare che permetta di moltiplicare i punti di osservazione, dal momento che l’ambiente, la popolazione e i bisogni individuali sono in vertiginoso cambiamento.
In questo senso, i pregiudizi, i miti, le idee, gli atteggiamenti mentali, e soprattutto i rifiuti inconsci, giocano ruoli diversi nell’interpretazione del fenomeno dell’invecchiamento ritenuto al giorno d’oggi, per certi versi, ancora poco conosciuto ma estremamente perturbante, dal momento che interessa sì la vita ma, allo stesso tempo, anche la morte.
È doveroso riflettere sul fatto che, nella società odierna, sta diventando sempre più centrale il fascino della bellezza fisica, fenomeno testimoniato dalla crescente richiesta di interventi di chirurgia estetica, ai quali si ricorre anche in età avanzata. Un tale incremento si può attribuire sia all’evoluzione nel campo della ricerca medica, sia al significativo ruolo che i mass media hanno dato ai canoni estetici di bellezza, sempre più ideali.
Letteralmente il fenomeno dell’invecchiamento è definito un processo fisiologico che consiste in una progressiva degenerazione dei tessuti che può portare alla demenza e all’invalidità. Dal punto di vista psicologico però pur essendo un processo caratterizzato da una riduzione delle funzionalità percettive, mnestiche e attentive, è al tempo stesso considerato come la possibilità dell’individuo di poter riconfigurare positivamente la propria personalità.

In questi ultimi anni, con rapido incremento, si è diffuso il fenomeno della“gerascofobia”, termine che deriva dal greco ed indica la paura persistente, anormale ed ingiustificata di invecchiare, generalmente viene classificata tra le fobie specifiche ed è spesso associata al timore di restare soli, privi di risorse ed incapaci di provvedere a sé stessi, pervasi da un sentimento di insoddisfazione legato ad un’eventuale e mancata realizzazione personale.
In questo scenario, diviene fondamentale per l’individuo accettare gli anni che passano, e considerare la vecchiaia come una naturale ed inevitabile fase del ciclo di vita; spesso però ciò non avviene, la vecchiaia è un momento della vita “inaccettabile” e per questo motivo vissuto con tristezza e un timore anche invalidante.

Spesso si fa riferimento alla sindrome di Dorian Gray, considerata l’esempio per eccellenza della “paura di invecchiare”. Dorian Gray, protagonista del celebre romanzo del 1890 di Oscar Wilde, temendo di vedere il suo riflesso invecchiato allo specchio e, non potendo immaginare di poter essere un giorno imperfetto, pregò il suo ritratto di invecchiare al suo posto. Il rapporto tra l’individuo e specchio era di tipo idilliaco in cui l’immagine che veniva proiettata era sempre quella di estrema bellezza e candore e il tempo, con il suo scorrere lento e inesorabile, diveniva così un fantasma doloroso, al punto da dover essere negato, in un continuo sforzo volto a superare ogni limite, sia biologico che personale.
Dorian Gray rappresenta, pertanto, l’emblema di un’ideologia in cui la necessità di apparire difficilmente si concilia con l’essere se stessi, realtà quanto mai attuale nella nostra società, caratterizzata dall’ossessione di ostentare la propria immagine sui social network, dietro un ostinato tentativo di anestetizzare le emozioni dolorose associate alla naturale evoluzione del corpo.

Numerosi sono gli autori che si sono occupati di tale fenomeno, in ambito psicosociale l’autore Erick Erikson riteneva che nel periodo della senescenza l’individuo raccoglie quanto seminato in precedenza, guarda al suo passato in modo da poter fare un bilancio di quanto sia riuscito a perseguire dei propri obiettivi iniziali, cerca inoltre di comprendere ciò che la propria esistenza abbia significato per lui e per gli altri, valutando il grado di soddisfazione raggiunto in virtù di tali conclusioni. Qualora tale bilancio risultasse positivo, l’individuo avrebbe la sensazione di aver speso adeguatamente la propria esistenza, vivendo serenamente la terza età.
Nel caso in cui, tuttavia, il bilancio fosse negativo e l’individuo poco soddisfatto di quanto realizzato, quest’ultimo assumerebbe un’attitudine di rifiuto rispetto alla propria vita passata, di timore della morte e di negazione della vecchiaia stessa. In queste situazioni, secondo l’autore Erikson, il senso di disperazione che prevale esprime la consapevolezza di avere un tempo ormai insufficiente per correggere gli errori commessi precedentemente; tale disperazione si nasconde spesso dietro il disprezzo verso le persone e le istituzioni, sentimenti che in realtà riflettono un disprezzo che l’individuo, intimamente, prova verso sé stesso. Appare sempre più difficile comprendere che “essere anziani” non significa dunque “essere malati”, ma trovarsi in una tappa della vita nella quale l’individuo deve adattarsi a situazioni fisiche e psichiche personali che continuano a modificarsi e che, di conseguenza, impongono continui adattamenti fisici, psichici e relazionali, vissuti dell’ambito del proprio Sé e nel mondo circostante. Entrambe le fasi incidono nei rapporti sociali e sulla qualità della vita quotidiana, al tempo stesso, influenzano il senso di benessere, l’autocoscienza, l’autostima, condizionando conseguenzialmente il processo stesso dell’invecchiamento.
Durante la senescenza, fase estremamente delicata nella vita di ognuno di noi, numerose sono le preoccupazioni esistenziali che incidono sulla psiche del soggetto, tra cui: il ritiro dal mondo del lavoro, ad esempio, rappresenta un’esperienza significativa, spesso accompagnata da vissuti di esclusione dalla vita sociale, associato a stati emotivi di ansia e frustrazione. Un’esperienza del genere comporta cambiamenti radicali nell’assetto di vita dell’individuo e spesso viene vissuta in maniera del tutto ambivalente, da un lato accolta con un senso di liberazione a favore della conquista di un tempo divenuto ormai “libero”, dall’altro vissuta come esperienza profondamente destabilizzante in cui predomina una persistente sensazione di “perdita di valore” e di “inutilità sociale” con la conseguente diminuzione delle opportunità di far conoscere il proprio punto di vista, cedendo, in un certo senso, il proprio ruolo attivo nella società.
Le condizioni descritte trovano riferimento nella società attuale in cui si perseguono obiettivi professionali sempre più ambiziosi che provocano in molti casi un’attitudine al sovraccarico lavorativo, lasciando poco spazio da dedicare al contatto con i propri stati emotivi.
Può quindi accadere che, durante la fase di senescenza, la persona sia poco preparata a gestire eventuali stati emotivi caratterizzati da una deflessione del tono dell’umore, accompagnato da sentimenti di frustrazione, tristezza, ipocondria e depressione. La paura di invecchiare spesso è legata ad un’angoscia generale determinata dal timore di poter perdere le proprie capacità intellettuali e fisiche, dalla paura di rimanere soli, ed infine dal timore della morte.

In conclusione, potremmo affermare che tra tutte le sfide a cui l’uomo è sottoposto nel corso del proprio percorso evolutivo, quella del tempo che passa è senza dubbio la più complessa, ma bisognerebbe valorizzare gli aspetti positivi che questa fase possiede e che potrebbe offrire, tra cui l’esperienza, la possibilità di trasmettere conoscenza alle generazioni che vivono in contesti differenti, apprezzare la possibilità di gestire il tempo più agevolmente, affrontando un invecchiamento emotivamente sano, abbandonando, soprattutto, la convinzione che sia ormai troppo tardi.
La paura di invecchiare, andrebbe quindi, in questo senso contrastata con una buona dose di rinnovamento dello stile di vita e delle attività, una buona dose di curiosità intellettuale, che permetta all’individuo di sentirsi vivo senza mai spegnere la lampada dell’esperienza e della conoscenza di sé.
Nella attuale collettività l’obiettivo prossimo degli addetti ai lavori potrebbe essere quello di dare risposte valide e attuali ai numerosi interrogativi posti dal trascorrere del tempo, stimolando ed indirizzando la formazione stessa dei professionisti delle relazioni di aiuto ed anche quella delle famiglie. È dunque necessario intervenire nei confronti di una realtà esistenziale che ormai rappresenta il 25% della popolazione e che necessita di strumenti adatti che permettano di affrontare con dignità, adeguatezza e normalità il processo di invecchiamento che è parte integrante del ciclo di vita.

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Autore

Antonietta Ferro

Psicologa Clinica e di Comunità, tirocinante ASL Napoli1 Centro

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