“Al di là del mare”

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Il mare, naturale ponte che unisce scogliere e lembi di sabbia; fantastico scenario di favole e leggende, la ribelle Moby Dick a difendere il suo “olio” contro la razzia e la pazzia degli uomini che, in troppe circostanze, hanno seminato e seminano morte tra le onde.
Il mare dovrebbe rappresentare una naturale opportunità di integrazione tra i popoli, avvicinare differenti culture, scoprire nuovi percorsi di vita.
Trincerati dietro l’alibi di una finta civiltà, autorizzati da Principi e Regine, navigatori approdarono su “nuovi mondi” per conquistare, colonizzare, schiavizzare intere popolazioni.
Il mare che naturalmente porta in seno lo “iodio”, trasformato in un percorso di “odio”; molti sono convinti di doversi difendere da coloro, diversi per cultura e per il colore della pelle, che riescono ad approdare nel “proprio” mondo.
Esiste nel vocabolario un adorabile sostantivo femminile: accoglienza, cioè l’azione e il modo di ricevere un visitatore o un ospite.
L’umana razza spesso si è mostrata, tutt’oggi si mostra scettica nel mettere in pratica questo vero e proprio principio di vita, nonostante attraverso i “social” ci mostriamo fintamente convinti di appartenere al mondo.
Basta un solo click e ti ritrovi davanti le immagini della guerra in Siria, la denutrizione tra le popolazioni africane poi ancora un click e, in fondo in fondo, chi se ne “fotte”, il nostro pollo con le patate è nel forno; con le mani unte crediamo di essere integrati. Con chi? Probabilmente neppure con noi stessi.
La vera integrazione è nell’asciugare le lacrime di qualcuno in difficoltà; tendergli la mano, aiutarlo senza mai offenderne la dignità. Non dico di andare in Siria o in Africa ma, almeno, accogliamo coloro che in qualche maniera riescono a fuggire dalla violenza.
“Immobile è lo sguardo, occhi fermi alla riva, voci soffuse e pianti, di gente che spera viva”…
Così recitava l’inizio di una mia opera, scritta dieci anni fa,
“La vita non consente… sul fondo, tra i delfini, si spensero per sempre i sogni clandestini”.
Così purtroppo terminava.

Il mar Mediterraneo, è da considerarsi ormai una “fossa comune”, troppe anime aleggiano tra le onde, costrette dalle “bombe intelligenti” a sfuggire la morte per incontrare la morte. Inaccettabile paradosso di un destino beffardo.
Al mondo, non esistono clandestini, nessuno deve considerarsi “di troppo”, nessun altro dovrebbe arrogarsi la presunzione di disporre dell’altrui vita, “datemi pieni poteri”: rilassati, nun sì ’o Pataterno.
“Difendere i confini”, ultimamente li abbiamo ricacciati in mare.
“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge” recita l’art.10 della nostra Costituzione.
Parallelamente le multinazionali ci invadono, consentiamo loro di “sporcare” il nostro lavoro, impossessarsi della nostra dignità, per poi ripartire indisturbate, ma loro arrivano da terra.
Questo è il flusso che dovremmo arginare.
“I porti restano chiusi…”, rimane una frase incompleta, “…solo per le ONG”, considerati gli sbarchi fantasma.
Diversi porti, tra i quali quello di Napoli sono moralmente rimasti sempre aperti, in quelle città dove l’accoglienza e la solidarietà sono gli aspetti predominanti della cultura di gente abituata al sacrificio, di gente che non disdegna di incrociare gli sguardi e i sorrisi di un siriano, un senegalese, e poi, diciamolo pure, a noi ci piace incontrare magari un gruppo di zingaretti.

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