Rider e precarietà, una battaglia per estendere diritti e tutele

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Domenica 9 Giugno, si è consumata per le strade di Bologna l’ennesima tragedia. Il cinquantunenne Mario Ferrara che di giorno lavorava per le Poste e la sera vestiva i panni del rider è, infatti, deceduto a seguito di un incidente stradale. Salgono, così, a 3 le morti in Italia; mentre degli incidenti giornalieri, ormai, non si riesce più a tenere il conto.
Ma chi sono i rider? Sulla carta figurano come lavoratori autonomi, nei fatti sono dei veri e propri lavoratori subordinati. Li vediamo sempre correre da una parte all’altra della città, dal lunedì alla domenica, anche nei giorni festivi e qualsiasi siano le condizioni climatiche, per riuscire a portare a casa uno stipendio giornaliero più o meno accettabile, o per provare a guadagnare un po’ di più.
Questo perché un “fattorino” che lavora per una piattaforma online di food delivery guadagna in media 4 euro al giorno e, soprattutto, è soggetto ad una valutazione tramite algoritmo che lo fa salire in classifica o scendere. Ogni rider ha quindi un punteggio basato su due variabili: affidabilità e qualità; decise da ristoratori, utenti o da quanto sei “disponibile”.
Le falle del sistema del food delivery non si fermano purtroppo qui ed anzi la lista è lunga, di seguito solo alcuni esempi delle numerose criticità che vi sono.
Si passa da una formazione lasciata perlopiù all’iniziativa del singolo lavoratore; alla consegna a casa, non sempre gratuita, del materiale utile per le consegne che si compone solo di cassone, valigia e pettorina, mentre casco, smartphone, bici o motorino devono essere già in proprio possesso.
Per quello che riguarda gli eventuali danni, in molti casi, sono esclusivamente a carico del rider stesso, come lo sono anche le spese di manutenzione del mezzo, di bollo e di benzina; tutto ciò a fronte di qualche centesimo o qualche euro in più aggiunto per ogni chilometro in linea d’aria percorso, come unico “benefit”.
Nonostante le mille promesse fattegli e poi sempre disattese, i rider continuano però la loro battaglia, che è un po’ quella di tutti noi, contro la precarietà.
Non si può, quindi, non essere d’accordo con le loro istanze e non chiedere, insieme con loro a gran voce, che sia finalmente riconosciuto il rapporto di subordinazione e che siano previste l’introduzione di una paga oraria in sostituzione del cottimo, la tutela piena dal punto di vista assicurativo e previdenziale e la regolamentazione degli algoritmi.

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