Corruzione, la “banale” abitudine delle classi dirigenti italiane

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Tratto dal libro “Storia dell’Italia corrotta” di Isaia Sales e Simona Melorio, edito da Rubettino

 Corrumpere: esercitare un’azione di progressivo disfacimento. La parola latina da cui deriva quella italiana allude al guastarsi, al degradarsi, all’erodersi di un qualcosa per ragioni esterne.

È proprio di questo che vogliamo occuparci: della corruzione come azione progressiva di disfacimento del senso dello Stato in Italia da parte di corrotti e corruttori. Perché, secondo il nostro parere, non c’è altro comportamento criminale che scardina di più la percezione dello Stato e ne distrugge credenza e legittimazione, al punto che lo definiremo «reato di corrosione di Stato», perché commesso da rappresentanti dello Stato su funzioni e compiti dello Stato.

La corruzione non è, dunque, per noi un problema della morale singola del cittadino ma della concezione dello Stato di una parte delle classi dirigenti del paese, che hanno reso l’abuso del loro potere un fatto consuetudinario e diffuso, una normale modalità di esercitare la funzione politica, burocratica e imprenditoriale. Si potrebbe quasi parlare di «banalità» della corruzione in Italia.

Per questo motivo proveremo a non confondere la corruzione con la cattiva amministrazione, con la clientela, con la raccomandazione, con il traffico di influenza, con il voto di scambio, con il finanziamento illecito ai partiti, o con qualsiasi altro illecito amministrativo, ma procederemo a isolare questo comportamento formalmente «non violento» e separarlo dagli altri consimili in quanto esso è capace di dirci dello Stato, della sua considerazione, della sua salute più di qualsiasi altra infrazione del codice penale.

I reati violenti, infatti, quali il furto, la rapina, lo scippo, l’omicidio, pur creando paura e insicurezza, non incidono sulla percezione dello Stato come fa invece pervicacemente la corruzione, che lo riduce a «un povero gigante scoronato», per parafrasare le parole di Giuseppe Capograssi. Al tempo stesso, vogliamo dimostrare come l’ampia diffusione della corruzione (e la sua lunga persistenza nella storia politica, economica e sociale dell’Italia unita) sia a sua volta espressione di una fragilità e di una non condivisione del senso dello Stato inteso come patrimonio collettivo. Cioè come l’organismo statuale in Italia non si sia «corrotto» e logorato per un’aggressione di agenti esterni ma a opera di forze disgregatrici che vengono in gran parte dal suo interno. I corrotti, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi sono uomini dello Stato, suoi rappresentanti nei diversi apparati, uffici e livelli di responsabilità, uomini politici di livello locale e nazionale, e i corruttori nella stragrande maggioranza dei casi sono imprenditori che hanno bisogno di autorizzazioni amministrative o hanno relazioni di lavoro e di fornitura con lo Stato e con le sue articolazioni centrali e periferiche. In genere, si tratta di uomini dello Stato che tradiscono lo Stato, di uomini di legge che eludono le leggi, di rappresentanti degli apparati istituzionali che si comportano da delinquenti, di uomini di impresa che calpestano le regole dello Stato e del mercato. Parti del paese applicano regole diverse da quelle scritte nelle leggi. Per parafrasare la celebre definizione «ladri nella legge» che i criminali russi si attribuiscono, potremmo definire corrotti e corruttori come «criminali nella legge».

Il persistere di un uso quotidiano della corruzione induce a domandarci perché essa ha così lunga vita nella storia del nostro paese e come mai resiste ad ogni epoca e a ogni regime politico. Perché ciò che è accaduto continua ad accadere? Come mai in questo campo non si riesce a trovare niente di veramente dissuasivo, niente che provi a estirparla nel costume, nel comportamento, nell’atteggiamento degli attori coinvolti? Come mai questo tratto di continuità nella storia d’Italia, questo elemento costante, capillare, quasi costitutivo del funzionamento delle istituzioni nel nostro paese, non si riesce a interromperlo?

Semplicemente perché non si tratta di una deviazione ma di una regola, non di un crimine occasionale ma di un sistema, non di episodi limitati nel tempo ma di meccanismi strutturali persistenti. E allora, la corruzione va indagata in questa sistematicità, in questa lunga perduranza. La corruzione rende l’Italia più uniforme di quanto non lo facciano le differenze economiche territoriali. Essa ci parla della concezione dello Stato e della considerazione delle pubbliche funzioni, di chi li rappresenta e di chi vi si rapporta; essa è la dimostrazione dell’adesione non compiuta a una sola idea dello Stato da parte delle classi dirigenti italiane, di una non piena e convinta adesione alla concezione dello Stato e delle sue leggi in una parte considerevole delle élite locali e nazionali. La corruzione, quindi, ci svela che in Italia non c’è senso dello Stato in molti che rappresentano lo Stato, non c’è senso della legge in molti che scrivono le leggi e le devono applicare, non c’è senso del bene pubblico in molti che con lo Stato hanno relazioni economiche e di affari.

Al tempo stesso, siamo di fronte anche a un «reato di mercato» commesso da quegli imprenditori che nel rapporto con il pubblico calpestano le regole della libera competizione del mercato capitalistico. Perché è del tutto evidente che la corruzione è il reato che mette a nudo non solo i limiti ampiamente noti della classe politica e burocratica, ma anche quelli poco indagati della classe imprenditoriale italiana, in particolare la sua incapacità di contribuire a una visione non utilitaristica e predatoria dello Stato. Per gran parte degli imprenditori le persone sembrano essere merci che si possono comprare e vendere, una «res nullius» di cui è lecito servirsi, soprattutto se sono rappresentanti delle istituzioni e della pubblica amministrazione. Anche la debolezza statuale delle élite imprenditoriali resta, dunque, un tratto caratteristico dell’Italia.

Per questi motivi la storia della corruzione non può essere trattata come semplice e riduttiva storia criminale che si affianca o scorre nascosta e parallela a quella ufficiale, ma è parte integrante della storia politica, economica e sociale dell’Italia. Storia, cioè, della concezione che dello Stato italiano hanno avuto e hanno una parte delle sue classi dirigenti fin dalla sua nascita, durante il periodo monarchico-liberale, nell’era fascista, nell’Italia repubblicana, prima, e dopo lo spartiacque del 1992-1993. «Guardando ai 150 anni trascorsi, si potrebbe sostenere a buon diritto che lo Stato non abbia mai goduto, forse neanche nel periodo più statalista, quello fascista, della piena legittimazione sociale che altrove in Europa ha rappresentato il collante naturale tra istituzioni e società». La corrosione dello Stato italiano, paradossalmente, ha la stessa età della sua fondazione.

Storia dell’Italia corrotta

di Isaia Sales e Simona Melorio

Rubbettino Editore

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