Autonomia differenziata, la folle corsa verso il suicidio della Repubblica italiana

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Sarà difficile porre rimedio alla gran quantità di danni che il governo Salvini-Di Maio sta provocando all’Italia, ma ce n’è uno in particolare che rischia di essere catastrofico, quello che deriverebbe dall’approvazione della cosiddetta autonomia differenziata, con la quale lo Stato devolverebbe ad alcune Regioni a statuto ordinario una parte importante delle sue competenze, con relative risorse. Spiace constatare come i cittadini italiani possano considerare qualche povero immigrato che scappa da una guerra più pericoloso, per il proprio futuro, di una svolta che rischierebbe di portare alla disgregazione della Repubblica italiana, se attuata nei modi e nelle forme immaginate dai principali proponenti, ovvero le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, che hanno aperto la stagione delle istituzioni à la carte, come se lo Stato fosse un ristorante nel quale ognuno può ordinare quello che più gradisce, invece che una comunità che deve mantenere saldi i vincoli di solidarietà ed eguaglianza alla base della Costituzione varata nel 1948.
Se siamo a questo punto, però, è bene ricordarlo, è colpa innanzitutto della riforma costituzionale del 2001, la famigerata modifica del Titolo V varata da un centrosinistra morente che pensava di recuperare parte della sua base del Nord, emigrata verso la Lega, cedendo sulla possibilità per le Regioni di chiedere allo Stato il potere assoluto su tutte le materie con competenza concorrente presenti nell’articolo 117 della Costituzione, e addirittura su tre di competenza esclusiva dello Stato: un capolavoro di insipienza cristallizzato nell’articolo 116 terzo comma della Costituzione, che oggi rischia di partorire i suoi frutti avvelenati.
Molti costituzionalisti fanno notare come “l’uso congiunturale della Costituzione” non sia una novità, basti pensare che le sinistre di ispirazione marxista, sostanzialmente contrarie all’introduzione delle Regioni voluta soprattutto dalla Dc nel 1948, ne diventarono poi le maggiori sostenitrici quando capirono che, nella cosiddetta Prima Repubblica, non c’era alcuna possibilità per il Pci di andare al governo nazionale, visto che l’Italia si trovava nella sfera di influenza internazionale degli Usa, in un mondo diviso in due blocchi contrapposti. A causa di questa cattiva abitudine di piegare la Costituzione alle esigenze della maggioranza di turno, in Italia si assiste ad un alternarsi caotico di modelli opposti: dall’approvazione del Titolo V del 2001, che cede alle istanze federaliste della Lega, si passa prima alla cosiddetta “devolution”, la riforma costituzionale approvata da un Parlamento a maggioranza di centrodestra che accentuava le istanze “federaliste” e che poi fu bocciata dal referendum del 2006, per poi fare marcia indietro con la riforma costituzionale varata sotto il governo Renzi, e anch’essa bocciata dal referendum del 2016, che aveva un impianto più centralista.
Stabilito, quindi, che nessuna parte politica può ritenersi assolta dal disastro verso il quale l’Italia rischia di andare, vale la pena accennare ad alcune distorsioni, tra le tante, che l’approvazione dell’autonomia differenziata concessa ad alcune Regioni potrebbe determinare su tutto il sistema Paese. Basta un piccolo esempio, forse, per capire l’assurdità dello scenario che potremmo trovarci davanti da qui a poco. La Regione Emilia Romagna, governata dal centrosinistra, nelle richieste fatte allo Stato ha accennato, sul tema della sanità, di voler concedere una condizione di favore per i residenti. Si tratta di un’affermazione generica che potrebbe anche significare, ad esempio, che, nelle liste di attesa degli ospedali emiliani, i residenti passano avanti a quelli che provengono da altre regioni, mentre oggi è garantita la mobilità totale, cioè la possibilità per ogni cittadino di curarsi dove meglio crede, in ogni parte d’Italia, senza essere discriminato. Seguendo questa logica, in futuro l’Emilia Romagna potrebbe anche stabilire che, per lavorare in un ospedale di quella regione, si debba essere residenti da almeno 5 anni. E lo stesso concetto potrebbe essere applicato al settore dell’istruzione e dell’università, con ostacoli all’arrivo di studenti a professori da altre regioni. Si potrebbe proseguire così, a cascata, su ogni settore (sono molti e importantissimi) per i quali l’Emilia, il Veneto e la Lombardia hanno chiesto maggiore autonomia.
A ciò va aggiunto, come appare evidente a tutti, che questa maggiore autonomia delle Regioni settentrionali (in un secondo momento anche Liguria e Piemonte hanno avviato analoghe richieste) accentuerà ancor di più il divario tra Nord e Sud. L’obiettivo principale di chi chiede autonomia, infatti, è quello di trattenere il più possibile risorse sul proprio territorio, in barba a tutte le esigenze di perequazione verso le aree più deboli del Paese, sempre sottolineate, ma sempre meno praticate. C’è, quindi, un disegno organico delle classi dirigenti settentrionali, trasversale agli schieramenti politici, che preme per cristallizzare lo status quo, separando, di fatto, le aree più ricche del Paese da quelle più povere, che verrebbero lasciate andare alla deriva: una secessione dei ricchi dai poveri.
A chi sostiene che i cittadini del Nord pagano più tasse di quelli del Sud e ricevono meno di quanto versano, al contrario dei meridionali, c’è chi replica che, a parità di stipendio, il peso fiscale è mediamente maggiore al Sud rispetto al Nord, dove i tributi locali hanno aliquote in genere più basse. Questa discussione potrebbe andare avanti per anni senza che si trovi un punto d’incontro tra le due differenti “opinioni”, eppure basterebbe ricordare che è la Costituzione stessa, nel suo complesso, a disegnare una Repubblica in cui i cittadini debbano avere eguali diritti e uguale accesso ai servizi pubblici essenziali, cosa che comporta, com’è ovvio, che i più ricchi versino un po’ di più per sostenere chi non ce la fa: è il principio di solidarietà connaturato ad una comunità unitaria, com’è quella disegnata dai padri costituenti.
Ma è proprio questa visione, quindi, che si vuole mettere in discussione. Per risolvere il problema del maggior gettito fiscale garantito dal Nord rispetto al Sud, infatti, basterebbe fare grossi investimenti nel Mezzogiorno, creando lavoro, quindi facendo salire il livello dei redditi e di conseguenza riducendo il residuo fiscale: in questo modo, non ci sarebbe più bisogno, se non in misura molto inferiore, di quella perequazione che tanto dispiace alle Regioni settentrionali. Invece, se si guardano i dati degli ultimi decenni, ci si accorge che la stragrande maggioranza degli investimenti pubblici o di aziende controllate dallo Stato, in particolare di quelli infrastrutturali, viene effettuato al Nord, ed il risultato è il crescente divario registrato dagli istituti di statistica e dai centri studi e ricerche tra le due aree del Paese.
Ma c’è un rischio, se possibile, ancora peggiore: e cioè che ad ottenere l’autonomia differenziata siano tutte le Regioni italiane. Concederla ad alcune Regioni e non ad altre sarebbe, infatti, difficile, anzi praticamente insostenibile dal punto di vista politico. Quali motivazioni potrebbero essere addotte per un trattamento differenziato di enti di pari livello costituzionale? E poi chi sarebbe titolato a decidere: il governo o il Parlamento? Anche su questo punto la confusione è tanta.
La dimostrazione di questa possibile deriva è nel fatto che l’iter per la richiesta di autonomia differenziata è stato avviato da ben 13 regioni a statuto ordinario su 15, con tempi e modalità differenti, ma con l’ovvio obiettivo di tutti di chiedere allo Stato la devoluzione di quanti più poteri, e più soldi, possibile. Allora, delle due l’una: o il tutto si risolverà in una farsa, nella quale ogni Regione otterrà un contentino formale, magari spendibile elettoralmente nell’immediato da qualcuno, ma senza seri effetti reali sugli equilibri economici tra i territori e sui rapporti tra le varie istituzioni nazionali e locali, oppure a qualcuno sarà dato più di quanto ha ora e ad altri meno, con qualcuno che ci guadagna, quindi, e qualcuno che ci perde.
In questo secondo caso, la Repubblica italiana rischierebbe di correre verso la disgregazione: un suicidio del quale non beneficeranno le Regioni più povere, certamente, ma neanche quelle più ricche che, grazie al loro egoismo, senza nemmeno accorgersene, segherebbero, insieme ai presunti rami secchi, anche quello sul quale sono comodamente sedute, il ramo della democrazia liberale e solidale conquistata con tanta fatica, il cui impianto verrebbe seriamente minato.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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