Un tiranno è un tiranno, che sia fascista o no. L’Europa al bivio dell’autoritarismo

0

Secondo un vecchio detto, non c’è fumo senza arrosto. Non sempre è così, ma spesso il “fumo” segnala un fenomeno che non abbiamo ancora ben compreso, è l’avvertimento che conviene non ignorare. Sempre più spesso, negli ultimi anni, si è parlato di una strategia della Russia per influenzare le elezioni nei paesi democratici, in particolare in quelli occidentali, attraverso due diversi canali: il finanziamento di partiti antisistema e sovranisti, da un lato, e la costruzione, dall’altro, di enormi campagne online, condite di fake news, finalizzate a sporcare l’immagine dei partiti socialdemocratici, popolari, democratici e liberali che hanno governato, con alterne vicende, negli Stati Uniti e in Europa dalla seconda guerra mondiale in poi.
I sospetti sono iniziati con l’elezione di Trump alla presidenza degli Usa che, secondo alcune inchieste, sarebbe stata favorita da un appoggio di Mosca. In Gran Bretagna, poi, numerose strane morti sono state imputate ai sicari di Putin, a testimonianza di un rinnovato attivismo della Russia sul piano dello spionaggio. E, in tanti paesi, alcuni neonati movimenti politici, soprattutto di estrema destra, sono stati accusati di essere vicini alla Russia. In Italia questa accusa è stata rivolta ad entrambi i partiti al governo: sia al Movimento 5 Stelle, sia soprattutto alla Lega, per la quale esisterebbe più di un indizio della contiguità con il blocco di potere che governa a Mosca da decenni. Ma si tratta solo di illazioni o c’è qualcosa di vero?
La prima vera prova di questo attivismo russo, il primo pezzo di arrosto che giustifica il fumo (potremmo dire), è la recente vicenda che ha portato alla crisi di governo in Austria, dove il vicecancelliere Strache, capo di un partito di estrema destra, è stato costretto a dimettersi a causa di un video nel quale lo stesso politico parla di finanziamenti ricevuti da un oligarca russo, amico di Putin, in cambio di favori ad aziende russe nell’assegnazione di appalti.
Un’Europa debole politicamente, quindi, è oggi preda dell’attivismo di un regime scarsamente democratico come quello russo, subisce il crescente strapotere economico della Cina, in un momento nel quale i rapporti con lo storico alleato statunitense sono ai minimi storici, a causa delle politiche protezionistiche messe in campo dalla presidenza Trump. È in questo scenario che tra qualche giorno i cittadini europei andranno alle urne per decidere il futuro dell’Unione. Cittadini che, da un bel po’, hanno l’impressione – a torto o a ragione – che le istituzioni comunitarie siano lontane dai bisogni reali di una popolazione che ha visto sempre più ridursi l’ammortizzatore dello stato sociale, che è stato per decenni il vero marchio di fabbrica dell’Europa. Un’Europa che oggi deve fare i conti con una disoccupazione cresciuta, con una precarietà cronica e con meccanismi di protezione sociale sempre più scarsi e meno efficienti.
Allora che scelta faranno gli elettori? C’è chi teme che i partiti sovranisti, quelli che tanto piacciono alla Russia di Putin, possano ottenere un’affermazione di portata tale da impedire alle due più importanti famiglie politiche, popolari e socialisti, di formare un “governo” europeo nel solco della continuità. Se questo dovesse accadere, si tratterebbe di una vera e propria sconfessione delle ragioni stesse della nascita dell’Ue. Dall’intenzione di ridurre sempre più, col passare del tempo, il potere degli stati nazionali a favore delle istituzioni comunitarie, armonizzando le politiche dei paesi europei, l’Unione si trasformerebbe in una mega-assemblea di condominio in cui ogni Stato anteporrebbe, sempre e comunque, le proprie ragioni a quelle comuni. Non a caso, sembra paradossale che il leader della Lega Salvini consideri uno dei suoi maggiori alleati il premier ungherese Orban, il primo a non voler dare una mano all’Italia sull’immigrazione, secondo il principio per il quale ognuno si risolve i suoi guai da solo. Allo stesso tempo, Salvini addita quali nemici i premier di Germania e Francia, Merkel e Macron, che, nonostante tutte le polemiche e le diversità di vedute, più di altri si sono mostrati disposti, nel corso degli anni, a dare una mano all’Italia, non per bontà ma con la consapevolezza del destino comune dei popoli fondatori del progetto europeo, forti nei confronti del mondo quando uniti, nani politici se divisi.
Anche negli Usa la preoccupazione è alta. In un recente articolo sul New Yorker, la firma di politica John Cassidy sottolinea come «il sorgere di partiti xenofobi e nazionalisti rappresenti una minaccia per l’intero progetto europeo», anche se poi coglie nelle elezioni spagnole, vinte dal socialista Sanchez, una possibilità di rinascita dei partiti del centrosinistra alle elezioni europee e anche dello stesso partito democratico statunitense, in vista delle presidenziali Usa del 2020.
In Italia, per le europee, si voterà il 26 maggio. Chi ritiene che l’Europa debba tornare ad essere un Continente in cui le nazioni si fanno la guerra (sia essa militare, diplomatica o economica), perché così ci si diverte di più, voti senza pensarci i partiti sovranisti. Chi ritiene, invece, che l’Europa debba essere sì riformata e rilanciata, ma non tornando indietro, piuttosto dandole più potere nei confronti degli egoismi nazionali, allora premi chi punta sul dialogo tra le nazioni e sulle ragioni che hanno unito per decenni nella pace popoli che si sono scannati per millenni.
Quanto a chi sostiene che in Europa sia risorto il fascismo, invece, io mi sentirei di dissentire. È abitudine comune, quando ci si trova a commentare azioni che riteniamo autoritarie, tacciare le stesse e chi le commette di fascismo. A queste accuse c’è sempre chi ribatte che il fascismo è un fenomeno storico che non può tornare. La controreplica è che esistono movimenti che si richiamano in maniera esplicita al fascismo. La contro-controreplica è che si tratta di fenomeni folcloristici animati da pochi imbecilli. E si continua così, ogni volta, con polemiche infinite tra storici più o meno improvvisati che affollano i palinsesti tv e le pagine dei giornali con discussioni che non portano mai a niente.
Il 18 aprile scorso, il New York Times ha pubblicato la recensione del saggio “Democracy and dictatorship in Europe – From the Ancien Régime to the Present Day” della politologa Sheri Berman. L’articolo, firmato da Max Strasser, comincia così: «I nazionalisti di estrema destra sono ora al potere in Polonia e Ungheria, nei governi di coalizione in Italia e in Austria, e nei parlamenti in Germania, nei Paesi Bassi e in Francia. In previsione delle elezioni dell’Unione europea il mese prossimo, un gruppo di partiti populisti di estrema destra ha formato una nuova alleanza, guidata dal ministro degli interni italiano amante di Instagram, Matteo Salvini. Quanto dovrebbero sorprendere i sostenitori della democrazia liberale in Europa? Non molto, secondo Sheri Berman». Strasser, nell’articolo, spiega perché la politologa non è sorpresa da questa deriva sovranista. Il motivo è che l’intera storia europea degli ultimi due secoli dimostra, secondo la Berman, come il percorso verso l’obiettivo della democrazia liberale sia fatto da un’alternanza di avanzamenti e passi indietro. Di una cosa la politologa, però, è sicura, e cioè che è azzardato sostenere che Salvini sia un erede dei fascisti perché «le forze antidemocratiche mutano più frequentemente di qualsiasi altra cosa in politica»: in pratica, si tratta di cose nuove, non della riproposizione di vecchie formule.
E allora: a chi interessa veramente stabilire se Salvini sia fascista o meno? Pare evidente a tutti che abbia una visione autoritaria della politica: il capo dialoga direttamente con il popolo, se ne frega delle istituzioni terze, che addita come soggetti di parte quando non la pensano come lui, ha dei seguaci che fischiano il Papa, mentre lui esibisce il rosario nei comizi sostenendo che la Madonna gli farà vincere le elezioni. L’unica cosa che antepone al voto popolare sono i like sui social media e, ancor prima, quello che ha nella testa. Perché non esiste possibilità di errore: lui la pensa così e gli elettori lo votano, quindi è giusto che continui a pensarla così. Secondo lui è questa la democrazia: un votificio guidato da un influencer.
A che serve allora cercare di stabilire se sia o meno fascista? Non basta che gli dia fastidio lo stato di diritto, che dimostra di ritenere un intralcio? Chiamiamolo Pinko o Pallino, fa lo stesso: sempre un aspirante tiranno è.

Condividi

Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

I commenti sono chiusi.