Il “bisogno di appartenenza” e l’esclusione sociale, un dolore che va curato anche con politiche di governo

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In psicologia il bisogno è la percezione della mancanza totale o parziale di uno o più elementi che costituiscono il benessere della propria persona.
Già Aristotele nel IV secolo a.C. definì l’uomo un animale sociale, sottolineando l’importanza che la sfera sociale ricopre, all’interno della vita di ogni individuo.
Il bisogno di appartenenza è un bisogno psicologico fondamentale, la cui carenza o assenza produce sull’individuo numerosi effetti negativi. È per tale ragione che ciascuno di noi, per condurre una vita serena e soddisfacente, necessità di sentirsi parte di un gruppo.
Numerosi sono stati gli autori che nel corso degli anni hanno affrontato il tema del bisogno di appartenenza, uno degli esponenti più rilevanti è stato sicuramente lo psicologo Abraham Maslow. Nel 1954 Maslow propose quello che è tutt’oggi considerato uno dei suoi lavori più interessanti, “la piramide motivazionale o piramide dei bisogni”; si tratta di un modello motivazionale dello sviluppo umano basato su una “gerarchia di bisogni”.
La base della piramide è occupata dai bisogni fisiologici, considerati bisogni elementari ed essenziali alla sopravvivenza dell’individuo, come la fame, la sete, il sonno, la termoregolazione, ecc., Scalando la piramide e procedendo verso il vertice, incontriamo i bisogni più immateriali e per questa ragione più complessi, in ordine ritroviamo: i bisogni di sicurezza, di protezione e di tranquillità. Successivamente incontriamo il bisogno di appartenenza, ovvero, essere amato e amare, far parte di un gruppo, cooperare, partecipare, ecc.; Questa categoria rappresenta l’aspirazione di ognuno di noi a poter essere un elemento della comunità; i bisogni di stima che comprendono essere rispettato, approvato e riconosciuto. I bisogni di autorealizzazione, importanti per poter realizzare la propria identità in base ad aspettative e potenzialità, occupare un ruolo sociale, ecc. Si tratta dell’aspirazione individuale ad essere ciò che si vuole essere sfruttando le proprie facoltà mentali e fisiche.
È interessante osservare che il bisogno di appartenenza è secondo solo ai bisogni fisiologici e di sicurezza, rappresentando esplicitamente un bisogno indispensabile a garantire la serenità e il successo della persona, tanto è vero che, se avvertito, il senso di appartenenza ha degli effetti positivi sull’individuo e migliora soprattutto il livello di autostima.
Gli autori Roy F. Baumeister e Mark R. Leary, a partire dal 1995, hanno dedicato i propri sforzi scientifici allo studio e all’approfondimento del bisogno di appartenenza inteso come un bisogno universale, dotato di aspetti affettivi da non sottovalutare in quanto capaci di procurare sofferenza nel momento in cui non vengono soddisfatti, indipendentemente da altre tipologie di bisogni.
Il bisogno di cui parliamo, rappresenta un elemento che, se ricercato in maniera pervasiva e distorta, è in grado di procurare danno e sofferenza, ma resta tuttavia un bisogno umano che necessita di essere compreso, controllato, e che non può essere in alcun modo sottovalutato.
La mancanza di relazioni sociali significative è correlata a vari effetti negativi sia sul piano della salute, sia dell’autoregolazione e del benessere. Nei casi più gravi, l’individuo potrebbe sperimentare sulla propria pelle gli effetti dannosi dell’esclusione sociale, ovvero l’esperienza di essere messo da parte non solo fisicamente ma anche emotivamente.
L’esclusione sociale provoca immancabilmente dolore, a prescindere da chi esclude e, se tale esperienza di esclusione è protratta nel tempo, può provocare conseguenze molto serie. L’esclusione stessa potrebbe presentarsi secondo varie forme manifestandosi sia in maniera attiva che passiva, rivelandosi sotto forma di:

  • rifiuto: inteso come esperienza in cui l’individuo viene rifiutato attivamente e direttamente dal gruppo;
    ostracismo: inteso invece come un rifiuto sociale passivo, in cui l’individuo viene semplicemente ignorato. Tale esperienza, strettamente connessa alla percezione di essere invisibili agli occhi degli altri, risulta, a livello psicologico, molto più dannosa e dolorosa del rifiuto sociale attivo;

Sorge spontaneo chiedersi quanto pesi tutto questo nella politica di governo e nella formulazione dei piani di intervento a potenziamento dello stato sociale.
È infatti evidente che l’ostracismo e l’esclusione sociale sono entrambi fenomeni di cui la ricerca psicologica si è occupata con interessanti risultati, confermando la serietà delle conseguenze di questi elementi soprattutto quando essi hanno la caratteristica di persistere nel tempo. In tal caso l’ostracismo produrrebbe una esclusione sociale cronica, in cui il dolore associato alla suddetta esperienza, è tale, da condurre l’individuo a sperimentare una condizione di alienazione e depressione.
L’associazione tra “ostracismo e dolore” non è quindi considerata metaforica ma letterale. È stato infatti dimostrato che l’ostracismo ferisce in maniera diretta ed immediata, arrecando al soggetto un dolore analogo a quello fisico, e che nel momento in cui si viene esclusi, si attivano le stesse aree cerebrali che sono associate al dolore fisico.
Il dolore connesso a questa esperienza riduce sia l’autostima che il senso di appartenenza ed anche la percezione di avere potere nel mondo, con la conseguenza di deteriorare la percezione che la vita abbia un senso.
Questi elementi sono essenziali per ogni essere umano, in quanto contesti socio-ambientali che non li garantiscono o gravemente li minacciano, recano danno al benessere psicofisico dell’individuo.
Ovvio che, essere esposti a sporadici eventi del genere, non necessariamente compromette la propria integrità psicofisica se, in realtà, consideriamo che almeno una volta nella vita ognuno di noi si sarà sentito escluso.
Infatti, dopo una prima fase in cui inevitabilmente si avverte il dolore dell’esclusione, in un secondo tempo, gli individui sono in grado di organizzare una risposta. A volte semplicemente decidendo che non si prova interesse nei confronti di chi ha escluso, altre volte cercando vendetta attraverso l’aggressività, altre volte ancora cercando di riguadagnare l’accettazione degli altri mettendo in atto comportamenti particolarmente desiderabili agli occhi di questi ultimi. Malgrado alcune di queste strategie possano essere discutibili, sembra che aiutino le persone a ridurre le conseguenze negative inflitte dall’esclusione sociale.
Va detto, però, che episodi persistenti e duraturi di esclusione come quelli che subiscono le persone stigmatizzate, possono portare a conseguenze gravi, come un generale appiattimento emotivo che si accompagna ad un profondo senso di impotenza e ad una riduzione dell’autocontrollo.
Quello a cui si assiste è una sorta di resa alle circostanze avverse. Quindi, sebbene un singolo episodio di ostracismo sia doloroso ma gestibile, l’ostracismo protratto nel tempo è un nemico pericoloso che non bisogna sottovalutare. L’ostracismo, cosi come gli abusi e i maltrattamenti fisici, lascia delle ferite profonde.
Queste ferite profonde, non immediatamente visibili, sono molto gravi e dovrebbero essere evitate con tutti gli strumenti che noi esseri umani abbiamo a disposizione in uno stato di diritto.
Alla luce di questi elementi fino ad ora esposti, le priorità del governo dovrebbero essere calibrate su questi bisogni essenziali e mirate all’incremento del bisogno di sicurezza inteso come sentimento di appartenenza, coadiuvato dal costante impegno delle istituzioni, finalizzato all’attenuazione e alla rimozione delle molteplici forme di emarginazione che producono sofferenza, disagio, squilibrio, spreco di risorse personali e intellettuali.
Fondamentale per il raggiungimento di tali obbiettivi è la costruzione di una cultura dell’inclusione sociale e diffondere nelle comunità territoriali la consapevolezza che anche gli stereotipi e i pregiudizi più semplici e banali possono nascondere la condanna all’esclusione e  all’emarginazione, volgendo un’attenzione particolare verso quei soggetti appartenenti alle fasce deboli e quindi maggiormente vulnerabili della popolazione, versanti in condizioni limitanti, di disagio psico-socio-economico, favorendo la riduzione dell’isolamento, dell’emarginazione sociale e della discriminazione.

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Autore

Antonietta Ferro

Psicologa Clinica e di Comunità, tirocinante ASL Napoli1 Centro

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