Redistribuire il reddito: riforma del fisco e potenziamento dei servizi per un nuovo welfare

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Nel corso degli ultimi decenni, in Italia, così come in tutti i principali paesi dell’Occidente, si è sempre più allargata la forbice tra i pochi ricchi (sempre più ricchi) e i poveri (che aumentano numericamente e vedono il loro reddito sempre più ristretto). Non c’è dubbio che la sinistra non possa sottrarsi al tentativo di indicare una via d’uscita da questa tendenza, che non accenna a fermarsi.
Per evitare contrapposizioni sterili, però, conviene non porre la questione come l’esigenza “robinhoodesca” di togliere soldi ai ricchi per metterli nelle tasche dei poveri: forse sarebbe più utile comprendere cosa effettivamente comporta oggi l’essere poveri. Per farlo, è necessario partire dai bisogni. Chi è povero ha bisogno, è vero, di un reddito (e quindi è necessario mettere in campo un piano di investimenti per creare lavoro), ma ha anche bisogno di servizi che funzionino. Un ricco può pagarsi una sanità privata di qualità, se nel pubblico non trova efficienza, così come può fregarsene di un trasporto pubblico locale che non funziona, avendo mezzi per viaggiare in maniera autonoma. E anche riguardo alla lentezza della giustizia civile, un ricco ha la possibilità di attivare procedure alternative che hanno un costo non sostenibile da parte di tanti.

Tutti noi vediamo come la sanità pubblica sia spesso negata: tante persone rinunciano alle cure perché non hanno mezzi per sostenerle; la giustizia e il trasporto pubblico, nel corso degli anni, sono diventati “beni” sempre più scadenti. Infine, l’istruzione e la formazione, in particolare i percorsi universitari e post universitari, hanno raggiunto anch’esse dei costi non sopportabili per gran parte delle famiglie, che vedono i propri figli tagliati fuori da opportunità di crescita.
È partendo da questi bisogni, tutelati dalla nostra Costituzione, che è possibile costruire un nuovo welfare, meno costoso ma più efficiente di quello che abbiamo conosciuto nel secolo scorso, poi parzialmente smantellato negli ultimi decenni seguendo la logica dei tagli lineari che, con l’intento dichiarato di perseguire una necessaria riduzione degli sprechi, ha di fatto portato ad un costo dei servizi essenziali a volte insostenibile per gran parte dei cittadini.

Un nuovo welfare ha bisogno, però, anche di un fisco giusto e di cittadini che paghino le tasse: si dice spesso che, se tutti versassimo il dovuto nelle casse dello Stato, si pagherebbe tutti di meno. Ognuno di noi, d’altronde, vorrebbe pagare meno tasse, ma quando ci lamentiamo dei servizi che non funzionano dimentichiamo che sono proprio le tasse a finanziare quei servizi. Al di là di sprechi (che vanno tagliati) e corruzione (che va perseguita penalmente), c’è l’esigenza di rimodulare il sistema fiscale italiano, a cominciare da una riduzione del costo del lavoro e in generale della tassazione sul sistema produttivo, per fare in modo che chi ha di più possa contribuire al rafforzamento di un sistema di servizi, di un welfare più innovativo ed efficiente, che renda meno pesante la povertà e possa far sentire pienamente cittadini anche coloro che hanno avuto meno fortuna. Se la sinistra non si batte per questo, non ha molto senso la sua esistenza.

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Autore

Gianluca Daniele

Consigliere regionale del Partito democratico in Campania È stato segretario della Cgil Napoli e Campania, segretario generale del Slc Cgil Campania, membro dell’assemblea nazionale del Partito democratico, presidente nazionale dell’associazione Tempi Moderni Cgil e fondatore e segretario nazionale di NIdiL Cgil.

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