L’illegalità non conviene mai, spieghiamolo ai ragazzi nelle scuole

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Affrontare il tema della legalità sembra sia diventato, oggi, una moda. Convegni, fiaccolate, marce, testimonianze, “memorie”: eppure, la cronaca puntualmente racconta di arresti, corruzione, femminicidi e malaffare diffuso. Qualcosa non torna, non può tornare se talvolta vengono indagati uomini che ricoprono riconosciute cariche istituzionali, proprio in difesa della legalità.
I recenti fatti di Roma, con gli arresti per tangenti relative alla costruzione dello stadio, ne sono la conferma; certo, in Italia si è tutti innocenti fino a prova contraria e non è di mia pertinenza giudicare, solitamente non lo faccio; a quello ci pensa la magistratura, troppo spesso ingiustamente giudicata.
Se chiedessimo a ogni “essere vivente”: «Cos’è per te la Giustizia?», ognuno darebbe una risposta differente ma, ciò che riteniamo sia giusto per noi, non vuol dire sia giusto per gli altri.
L’unica cosa giusta è proprio quella di vivere rispettando le regole, il che significa rispettare gli altri; vivere di legalità non è una moda, è una maniera di essere, è cultura, è sentimento; oggi purtroppo “vivere di legalità” è diventato faticoso, quando dovrebbe essere la cosa più semplice e naturale.

In Europa ci hanno definiti come il paese più corrotto del vecchio Continente, trascurando però, il fatto che ormai le organizzazioni criminali di “matrice” italiana da tempo hanno varcato i confini e, se hanno trovato terreno fertile, è naturale pensare che il “fenomeno” della corruzione non possa essere ricondotto soltanto all’Italia. L’illegalità non ha precise origini, se non nel singolo uomo, il suo confine è il mondo. Ognuno di noi, sostanzialmente, sceglie se vivere da uomo libero oppure no; se ci lasciamo corrompere, vuol dire che attribuiamo un prezzo a noi stessi, a discapito della dignità; certo perché il potere decisionale di chi si lascia corrompere deve necessariamente subire l’ingerenza del corruttore che elargisce la “mazzetta”. «Qui si fa così», e in quel preciso istante non vali più nulla. Contrariamente, ognuno è libero di prendere decisioni, in conformità con la propria dignità.
Una volta, Giovanni Falcone disse: «Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni non le parole. Se dovessimo dar credito ai discorsi, saremmo tutti bravi e irreprensibili».
Premessa la necessaria presenza dello Stato per migliorare la qualità della vita in quelli che si definiscono “quartieri a rischio”, garantendo lavoro e istruzione (questo però vale per tutti i cittadini), le azioni più importanti, a mio parere, oltre a quelle degli inquirenti, devono necessariamente essere indirizzate ai giovani, agli studenti.

Introdurrei nel percorso formativo scolastico, materie quali “Educazione alla legalità”, “Educazione Stradale”, “Educazione all’accoglienza”, “Educazione allo Stato” con specifici percorsi “sul campo”, non solo nelle aule. Sottolineare ripetutamente che chiunque promuove azioni violente e corruttive, quello non è lo Stato. Un carabiniere che sbaglia non è l’Arma, un poliziotto che sbaglia non è la Polizia, un politico corrotto non è la Politica. Bisogna comunque fermamente riporre fiducia nelle istituzioni, le quali, qualunque esse siano, non sono altro che umani contenitori: la vita è una questione tra uomini. Sottolineare ai giovani che la strada del malaffare può spalancare le porte del carcere “se tutto va bene” e sempre “se tutto va bene” costringerli a vivere nascosti come topi, da non riuscire a godere la bellezza della vita. Non è possibile vivere nel timore che qualcuno, un giorno, possa consegnarti una manciata di pallottole e anticipare l’incontro con la morte. Qui valgono le parole che Luciano De Crescenzo mette in bocca al professor Bellavista, rivolto al camorrista di turno: «Ma tutto sommato, nun è che fate ’na vita ’e merda?»

L’illegalità, anche se non fisicamente, prima o poi ammazza l’anima e il cuore di chi la porta tra le mani. Ti conviene? Non ti conviene.

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