Europee, l’insostenibile leggerezza del voto inconsapevole

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A meno di un mese dalle elezioni Europee, che in Italia si terranno domenica 26 maggio, risulta incredibile l’assenza in Italia di un dibattito politico pubblico sul futuro dell’Ue. Giornali, tv e siti d’informazione registrano in maniera ampia le quotidiane polemiche di politica interna, in particolare le risse tra gli alleati di governo, che spesso sfiorano la lite personale, più che concentrarsi su reali questioni di merito. Il risultato è una inesistente campagna elettorale con i cittadini che andranno alle urne senza sapere cosa votare e perché. Il paradosso è che uno dei temi centrali della campagna elettorale per le scorse elezioni politiche è stato proprio l’Europa, con Lega e M5S che hanno raccolto il dividendo di un “antieuropeismo a prescindere”: evidentemente, qualcosa non funziona nel sistema politico-mediatico, che non favorisce affatto la formazione di un’opinione pubblica corretta.

Chi governa, non avendo fatto niente di ciò che aveva promesso per cambiare il rapporto dell’Italia con l’Europa (anche perché di promesse irrealizzabili, per lo più, si trattava), oggi mette in scena un grande spettacolo di fuochi pirotecnici, sperando che gli italiani si schierino con Lega o con M5S (che litigano di continuo comportandosi, in maniera alternata, come se una fosse all’opposizione e l’altra al governo): polarizzano lo scontro per raccogliere il massimo dei voti per l’area di governo, marginalizzando i timidi tentativi della vera opposizione, soprattutto del Pd, di ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico.

Eppure, si tratta di elezioni molto importanti: per la prima volta, nel Parlamento europeo, le due principali famiglie politiche (Socialisti e Popolari) potrebbero non avere la maggioranza e, per formare la Commissione, potrebbero essere costrette ad allearsi con i Liberali per contrastare l’avanzata dei partiti sovranisti, che dai sondaggi appare impetuosa. Il 27 maggio, l’Europa potrebbe mostrare al mondo un volto ben diverso da quello immaginato dai padri fondatori, che avevano in mente il superamento dei nazionalismi e un rafforzamento della solidarietà tra i popoli europei. Sarebbe, quindi, opportuno che i cittadini andassero alle urne in maniera informata, per conoscere le conseguenze di una scelta, piuttosto che di un’altra. Così, purtroppo, non è.

Se chiedessimo a cento italiani chi è Frans Timmermans, ad esempio, sarebbe un successone se in cinque o sei riuscissero a rispondere alla domanda. Si tratta del candidato Socialista alla guida della Commissione europea, un uomo che, nel caso (remoto) dovesse assumere quell’incarico, avrebbe un potere enorme sulle nostre vite. Ma nessuno lo conosce, così come nessuno conosce il suo principale sfidante, Manfred Weber, candidato dei Popolari. Forse, se si spiegasse agli elettori che, tra gli effetti delle elezioni europee, c’è anche quello di decidere chi dovrà sostituire alla presidenza della Commissione Jean Claude Juncker – un ex sconosciuto, diventato poi (im)popolarissimo, – questa competizione elettorale potrebbe avere maggiore appeal.

Qualcuno potrebbe obiettare che non si possono ridurre le Europee ad uno scontro tra personalismi, perché si tratta invece di confrontare diverse visioni sul futuro del Vecchio Continente. Un rilievo al quale sarebbe facile controbattere: se quasi nessuno sa, infatti, chi sono i vari candidati alla guida dell’Ue, anche meno persone sono in grado di indicare le differenze programmatiche tra le varie famiglie politiche che si presentano alle elezioni. Allora, la maggior parte dei cittadini voterà per l’uno o l’altro partito tenendo conto delle polemiche di politica interna: è un po’ come se scegliessimo il nostro presidente del Consiglio sulla base della capacità o meno del nostro sindaco di tappare le buche in città. In maniera, cioè, del tutto irrazionale.

Lo spettacolo che sta per andare in scena, quindi, potremmo intitolarlo “L’insostenibile leggerezza del voto inconsapevole”, con i cittadini che voteranno di pancia, seguendo le passioni, e ignorando i diversi programmi per il futuro dell’Europa. Un bel giorno, però, tra qualche anno, si risveglieranno e se la prenderanno con “l’Europa” matrigna, scaricando su di essa tutte le colpe dei governi nazionali e le nostre colpe di persone sempre più orgogliose di essere quotidianamente disinformate.

Ma questa situazione è tutta colpa dei media, che parlano d’altro, e dei cittadini, che non si informano? In realtà, no. Anche i politici ci hanno messo tanto del loro. Se analizzassimo la candidatura della sinistra Socialista, infatti, scopriremmo che il nome di Timmermans è stato scelto a febbraio nel congresso del Partito Socialista Europeo (Pse) che si è tenuto a Madrid, senza che nessuno dei non addetti ai lavori se ne accorgesse. Il candidato prescelto (un politico olandese 57enne, ex diplomatico che parla 6 lingue ed è nato a Maastricht, la città più odiata dagli antieuropeisti) non brilla certo per capacità rappresentative: il suo Partito del Lavoro (Pvda), alle elezioni politiche del 2017 ha raccolto il risultato peggiore di sempre, solo il 5,7% delle preferenze. Quindi, se in Italia non conosciamo Timmermans (attualmente, vicepresidente della Commissione europea), forse non è solo colpa nostra, nonostante abbia vissuto a Roma 4 anni, innamorandosi dei giallorossi di Francesco Totti.

Ad appoggiare Timmermans, in Italia, è innanzitutto il Partito democratico che, alle scorse Europee, grazie al famoso 40,8% raccolto da Renzi, risultò il partito più votato d’Europa (anche più della Cdu della Merkel) e, soprattutto, quello che raccolse il maggior numero di seggi tra i Socialisti. A molti sembrerà strano ma, nonostante il forte calo nelle preferenze registrato in cinque anni, anche stavolta il Pd italiano potrebbe risultare il primo gruppo in assoluto tra i Socialisti, se si esclude quello dei Laburisti inglesi (ancora nel limbo perché in attesa della definizione degli accordi sulla Brexit). Questa probabile supremazia del Pd nell’Europa socialista è conseguenza del progressivo tracollo delle socialdemocrazie in tutto il Continente, un declino costante (registrato anche dai sondaggi che non lasciano prevedere niente di buono) che i Socialisti cercano di fermare con un candidato sconosciuto ai più e con un programma impegnativo, pieno di buone intenzioni, al limite dell’ovvio.

A Madrid, infatti, oltre a lanciare il nome di Timmermans, il Pse ha presentato il manifesto “Un nuovo contratto sociale per l’Europa” (scaricabile dal sito www.pes.eu), che si pone l’obiettivo di plasmare un’Europa equa e solidale, libera e democratica, sostenibile, che persegua la parità di genere e sostenga i giovani: un’Europa forte e unita, in grado di promuovere un mondo migliore. Obiettivi da perseguire con politiche di lotta al cambiamento climatico, alle diseguaglianze sociali e fiscali. Tutte cose di buon senso che non possono che essere approvate dagli elettori di sinistra, e forse anche da quelli di centro e di destra, vista la genericità dell’elaborato. Quello che manca, infatti, è il coraggio: il coraggio di dire una volta per tutte che, per perseguire questi obiettivi giustissimi, è necessario che si riformi la Ue, cominciando dal ridurre i poteri del Consiglio europeo (e quindi degli stati nazionali, che bloccano molte decisioni necessarie per egoismi incrociati) a favore del Parlamento, al quale va dato un potere legislativo reale, visto che è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei. Anzi, sarebbe opportuno rafforzare anche la Commissione, decidendo di farne eleggere direttamente (e non dai deputati europei) il presidente, così finalmente i candidati avranno la necessità, l’obbligo, di farsi conoscere da tutti i cittadini europei e di spiegar loro in che modo intendono mettere in pratica quei principi che, altrimenti, rischiano di restare belle parole.

In questo articolo, abbiamo analizzato la proposta Socialista, ma se decidessimo di mettere sotto la lente d’ingrandimento un altro candidato e un’altra famiglia politica europea, il risultato non cambierebbe: vedremmo che, anche in quel caso, idee generiche camminano sulle gambe di uno sconosciuto.

Fossi in Timmermans, butterei tutto a mare e ripartirei dallo slogan che ha scelto: #ItsTime, cioè “è arrivato il momento”. È, infatti, arrivato il momento di avere coraggio, per evitare che l’Europa crolli seguendo il naufragio della Socialdemocrazia e dell’esperienza Popolare che, pur versando in condizioni lievemente migliori, rischia di essere travolta dal vento di destra che spira molto forte.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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