Anoressia, l’aspetto sociale dei disturbi alimentari

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La letteratura sul tema dell’anoressia è molto vasta, tale vastità riflette l’interesse nei confronti di un fenomeno che rappresenta un nodo cruciale della contemporaneità, frutto di un’intersezione dei rapporti tra soggetto, corpo e identità, che pian piano si è configurata come una vera e propria “epidemia sociale” attraversando, uno per volta, tutti gli strati sociali e le diverse etnie.

L’individuazione clinica dell’anoressia intesa come sindrome risale a circa tre secoli fa, sebbene nel tempo abbia subìto notevoli rivisitazioni che hanno riveduto il suo nome e il riconoscimento dei suoi sintomi. Ma è a partire dagli anni ’60 del secolo scorso in poi che i disturbi alimentari hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica e non solo, divenendo oggetto di numerosi lavori. L’interesse rivolto a tale categoria è giustificato soprattutto in virtù del massiccio aumento del fenomeno e dell’incidenza riscontrata nella popolazione.

Il termine anoressia nervosa deriva dal greco antico (an- privativo e órexis ‘appetito’) e significa “assenza o marcata riduzione dell’appetito”.  In questa definizione, l’aggettivo “nervosa” starebbe ad indicarne la natura funzionale, non organica, per distinguerla dalle forme di inappetenza o di rifiuto del cibo prodotte da malattie del corpo. In realtà, le persone affette da anoressia nervosa non lamentano quasi mai una perdita di appetito. Al contrario, lo stimolo della fame sembra moltiplicarsi con la riduzione dell’apporto calorico e con il conseguente dimagramento.

Facendo un passo indietro, per meglio comprendere l’evoluzione di tale fenomeno, è doveroso sottolineare che, grazie alla letteratura a disposizione sull’argomento in questione, è emerso che, a ridosso degli anni ’80, due autrici, Hilde Bruch (1973) e Mara Selvini-Palazzoli (1963), si sono attivamente interessate a riaffermare la natura psicologica dei disturbi alimentari, descrivendoli come «un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita adulta a cui si unisce la restrizione alimentare come surrogato illusorio di quel carente senso di competenza, efficacia e autonomia personale di queste pazienti».

Le autrici in questione si sono riferite ad un disturbo che era considerato, inizialmente, un’espressione tipica di donne appartenenti ad una classe socioculturale alta, una prerogativa soprattutto delle adolescenti dell’alta borghesia statunitense ed ovest-europea; un fenomeno che, solo successivamente, si è diffuso anche nei paesi in via di sviluppo.

Un aspetto fondamentale della propagazione di questo disturbo è indubbiamente l’influenza che alcuni fenomeni sociali hanno avuto sulla insorgenza e sulla diffusione della anoressia mentale. Indubbiamente oggi viviamo in un contesto sociale differente da quello del passato. Siamo nel pieno di una “rivoluzione della comunicazione” che ha prodotto un aumento della velocità, del ritmo, del flusso, della densità e della connettività della vita sociale ed economica degli individui. In meno di vent’anni, infatti, software, computer, media digitalizzati, internet, la telecomunicazione mobile e il wireless hanno permesso una connessione tra gli esseri umani alla velocità della luce: attraverso il web, è possibile connettersi istantaneamente con più di un miliardo di persone, e di comunicare direttamente e contemporaneamente con ciascuna di esse, permettendo in questo modo, la veicolazione di una quantità di informazioni quasi impossibile da contenere e comprendere.

Da alcune ricerche bibliografiche, nei paesi occidentali intorno agli anni ’60, e nel resto del mondo circa 30 anni più tardi, è emerso un incremento nella diffusione dei casi di anoressia e, più in generale, dei disturbi del comportamento alimentare.

Probabilmente tale espansione è dovuta al fatto che dagli anni ’60 in poi è iniziata la diffusione, su larga scala, della televisione, che ha progressivamente fatto assumere all’immagine estetica un’importanza sempre più rilevante a discapito di altre caratteristiche umane.

È interessante, a questo punto, chiederci, cosa sia successo alla donna intorno agli anni ’60. Una delle risposte più stimolanti ed approfondite è stata fornita da Gordon, uno psicologo inglese, che ha analizzato il tema della diffusione sociale dell’anoressia (Gordon, 1990). Egli evidenzia alcune caratteristiche psicologiche tipiche nelle persone che hanno tali problematiche e che sono collegate ai conflitti vissuti rispetto all’autonomia, all’autostima, alla ricerca del successo e alla spinta ad assumere il controllo.

Dunque, sia l’anoressia che la bulimia sembrano costituire anche l’espressione estrema del mutamento delle aspettative sociali nei confronti delle donne, che ha avuto luogo su larga scala a partire dalla metà del secolo scorso, e in particolare negli anni ’60. In un lasso di tempo relativamente breve le giovani donne hanno dovuto affrontare una serie di pressioni nuove affinché si orientassero verso il successo, la competitività, e l’indipendenza, pur dovendo continuare a farsi carico del lavoro familiare e di cura.

È rilevante notare, con l’autore, che quando un fenomeno assume dimensioni epidemiche vuol dire che chi ne soffre in forma acuta si fa portatore inconsapevole di una crisi culturale diffusa.

Pertanto, la diffusione di disturbi e problematiche inerenti l’alimentazione richiede una riflessione che non può essere condotta esclusivamente in ambito clinico–sanitario, perché ciò riguarda sicuramente il versante intrapsichico ma certamente anche quello interpersonale e sociale all’interno del quale contano l’immagine di sé e quella degli altri, che comprende modelli di identificazione spesso idealizzati e contemporaneamente richieste ambivalenti di assumere compiti e funzioni familiari e sociali.

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Autore

Antonietta Ferro

Psicologa Clinica e di Comunità, tirocinante ASL Napoli1 Centro

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