Sulle tracce della storia della città a colloquio con Guido D’Agostino

0

Correva il 1992. Avevo, forse, diciassette anni, liceo classico Sannazaro. Ero rappresentante di Istituto, eletto in una lista di sinistra costituita con altri giovani liceali. Mi venne l’idea di organizzare un pomeriggio di riflessione sui valori dell’antifascismo e sapevo della presenza a Napoli di un Istituto della Resistenza. Guido D’Agostino accettò il nostro invito. In quell’occasione il suo intervento entusiasmò la platea di giovani presenti (che, ricordo, purtroppo non numerosi). Il commento di noi tutti fu che, nonostante si trattasse di un importante studioso, era riuscito a spiegarci con grande chiarezza e semplicità passaggi della nostra storia senz’altro complessi. Una caratteristica che avrei sempre ritrovato in lui nel tempo a venire, ascoltandolo in tante occasioni e trovando nei suoi discorsi il merito di offrire sempre nuovi spunti di riflessione.
Sono trascorsi trenta anni da quell’incontro e non potevo certo immaginare che la mia professione’ mi avrebbe portato a instaurare con l’ICSR e con il suo presidente una lunga collaborazione, grazie alla quale negli ultimi anni, in particolare durante i nostri spostamenti tra le mura cittadine o per raggiungere qualche altra provincia campana per incontri con studenti o per celebrazioni di anniversari legati al “calendario civile”, mi sono trovato a parlare e a riflettere su Napoli e sulla sua storia (quella a noi più vicina, così come quella più lontana) con Guido D’Agostino, senz’altro uno dei maggiori studiosi e conoscitori della città, non soltanto per essere un rerum scriptor, ma anche per avere ricoperto per circa dieci anni cariche amministrative (assessore alla scuola, all’istruzione, alla cultura, alle politiche sociali).
Provare a leggere la città, ma in che modo? Volerla raccontare resta un problema irrisolto a meno che non si accetti una scelta obbligata, ossia quella di parlare delle diverse, ed a volte contrastanti, realtà che la abitano. Dunque approccio multiplo, multiverso e multilaterale per una città che ne contiene molte, e altre, dentro di sé, almeno quattro o cinque, per dire il vero: «quella ‘normale’, quella agraria, quella antagonista, quella che si chiama fuori e infine quella ‘cattiva’». Tutte convivono nell’unico contenitore urbano che conosciamo, ma che evidentemente ci stanno strette, l’una contigua all’altra, eppure sovrapposte parzialmente. Tante città in una, forse questo serve a capire ciò che altrimenti resterebbe impossibile da spiegare. È sufficiente volgere lo sguardo all’oggi o al secolo scorso: la stessa città, che con le Quattro Giornate del 1943, prima in Europa, riesce a liberarsi dal nazifascismo, a distanza di pochi anni sceglie in larga maggioranza la conservazione della monarchia e poco dopo si lascia affascinare dal populismo laurino.
È stato facile dunque riannodare il filo della memoria e riprendere un colloquio sulla città, cominciando dalla fatidica data del 1993, quando Antonio Bassolino, dopo essere stato inviato a Napoli come commissario della federazione travolta da Tangentopoli, sconfigge al ballottaggio Alessandra Mussolini e diventa sindaco di Napoli. Una data, questa, che segna l’inizio di una discontinuità dell’amministrazione partenopea rispetto al passato.
«Nasce così una Giunta di sinistra, formata da soli otto assessori, di cui cinque del PDS, un rifondatore, un verde ed un retino (Rete). Un’esperienza nuova, affrontata con coraggio ed in condizioni di estrema difficoltà (dissesto finanziario del Comune, città stanca e delusa, ma con un desiderio diffuso di voltare pagina)», ricorda Guido D’Agostino, che poi aggiunge: «In tutta onestà, nel giro relativamente di poco tempo, è come si fosse acceso l’animo dei napoletani, la parte migliore, avvertendo finalmente che la città ha un governo completamente dedicato al benessere collettivo, per nulla legato a interessi materiali né propenso a intrighi o a forme deteriori di politicismo. Insomma una novità assoluta nella secolare storia di Napoli e concretamente nella relazione governati-governanti a livello locale, tradizionalmente impostata su basi clientelari, familistiche, di reciproca estraneità o disinteresse.»
Poi le due legislature Iervolino. Mi ha molto colpito una intervista all’ex sindaco in cui dichiarava di essersi tolta un peso enorme con la fine del suo secondo mandato, considerando non esserci stato nulla di paragonabile alla fatica, anche psicologica, di fare il sindaco di Napoli. Dieci anni molto difficili, su tutto la crisi dei rifiuti, la criminalità, il traffico. Qualche traccia positiva: il Forum delle Culture, il restauro di parte dell’Albergo dei Poveri. La città è sembrata tornare indietro rispetto alla gestione Bassolino. Insomma, anni di stallo?!
«Giudico meno severamente le due sindacature di Rosa Iervolino», sottolinea D’Agostino, che spiega: «Certamente sono stati anni di più bassa tensione, civile e politico-istituzionale; è come se la città e la sua comunità avessero dato fondo alle proprie energie ed apparisse come stanca. Non sarebbe però del tutto giusto incolparne la Sindaca (in ogni caso, la successione a Bassolino non sarebbe stata facile per chiunque), la quale di suo non ha mancato di cercare di tenere vivo in varie forme un dialogo con la cittadinanza ed i suoi componenti più rappresentativi. E però il mestiere di sindaco resta tra i più difficili: per un verso viene in mente un ruolo che non si realizza a pieno nella funzione di rappresentanza e di governo, ma che meglio si concretizza in quella (più simile, in verità, a quella di un sovrano del Medioevo) dell’impersonare la città che si amministra. Per l’altro, neppure si possono ignorare la presenza, o assenza, di “carisma” e/o di altri dati caratteriali, in una persona, una gentildonna, nel caso in questione, già Ministra (Interni e Scuola) e addirittura in predicato per la carica di Presidente della Repubblica e figlia di personaggi politici di primo piano, a livello locale e nazionale.»
L’immagine del continuo, ma inutile, inseguimento della «grande occasione mancata», evocata ad esempio nei romanzi della Ortese Il mare non bagna Napoli (1953) e di La Capria Ferito a morte (1961), pur da angolature differenti, rende bene quello stato di delusione e di sofferenza avvertita da quei giovani scrittori di allora così come da altri autori napoletani nostri contemporanei, tenendo conto, ad esempio, di ciò che il mare sarebbe potuto essere per Napoli (spazio paradisiaco) e che invece non è stato, essendo stato «violentato» dalle scelte della storia e della politica. Il dramma nasce, insomma, quando si ha la capacità di cogliere la bellezza di ciò che c’è e l’impossibilità di goderne e di trarne beneficio.
Per il presidente dell’Istituto della Resistenza, «il rapporto di Napoli con il mare è stato quasi sempre deficitario. Scarsa l’economia marittima, sottoutilizzato il porto, sostanziale estraneità dei napoletani verso quello che ritengono un elemento bello del paesaggio e da utilizzarsi per bagnarsi d’estate ma con parsimonia. Nella lunga, multisecolare storia della Città le cose sono andate solo a tratti, e per brevi periodi, in maniera diversa: soprattutto ciò è accaduto con l’avvento della dinastia aragonese, a metà del Quattrocento, assai sollecita nella valorizzazione del porto, intenta a fare della capitale, in virtù della sua posizione nel cuore del Mediterraneo, un autentico crocevia, una base strategica, economica, commerciale e militare, di primario rilievo. Significativa, al riguardo, l’opinione di Giuseppe Galasso secondo cui nell’intera Campania sarebbe prevalsa la dialettica piano/monte piuttosto che quella imperniata sulla relazione terra/mare; sicché sarebbe stata la storia, e non la geografia, a plasmare il destino della principale regione meridionale.»
Tra le grandi occasioni mancate va annoverata senza alcun dubbio la scelta di impiantare nell’area ovest della città il grande complesso siderurgico dell’ILVA, non tenendo in alcun conto i danni ambientali prodotti. Forse sarebbe stato più giusto destinare l’area al turismo. Poi la storia è andata come tutti sappiamo… Negli ultimi mesi mi sono spesso domandato a che punto siamo con lo sviluppo e l’attuazione del piano di riqualificazione e bonifica dell’area. Cosa ne è dell’Auditorium, della Porta del Parco, degli impianti termali e sportivi? Insomma da Bagnolifutura a “esiste ancora un progetto di recupero dell’area di Bagnoli?”
«Questione Bagnoli e lo sguardo verso il mare come punti collegabili e collegati», rileva D’Agostino, che continua: «Già, perché nella paradossale vicenda di Bagnoli c’entra pure, e di nuovo, il rapporto distratto e distante che Napoli ha con il mare (di cui si è già fatto segno). Resta, ovviamente, che, su entrambi i versanti, si registrano gravi limiti e un “flop” colossale. Se penso di essere stato un giorno guidato nella visita degli impianti sportivi e termali nell’area bagnolese, trovando gli uni e gli altri completi e attrezzati di tutto punto, soltanto in attesa dei primi clienti-utilizzatori! E ancora avere avuto il privilegio di partecipare all’apertura-inaugurazione della intitolata “Porta del Parco” e del connesso, splendido Auditorium, c’è da rimanere allibiti, se solo si pensi come è finito l’intero capitolo di “Bagnoli futura”, che ha inghiottito soldi (tanti), azzerato illusioni e prospettive, occasionato interventi della magistratura. Anche in un caso clamoroso come questo, non mi sembra, però, che il problema si possa risolvere puntando il dito su singole persone (che ho conosciuto e conosco come persone degne della massima stima). La Città non fa sistema, rimane il più delle volte invischiata e intrappolata nelle sue stesse contraddizioni, nella sua identità plurale, nel coacervo di città che convivono nella stessa entità urbana e che sono abitate da più specie, diverse, di napoletani (inclusi quelli della “malanapoli”).»
E veniamo alle prospettive per il futuro. La sensazione è quella che l’esperienza arancione si concluderà nel 2021 anche perché il sindaco in carica non sembra riuscire facilmente a trovare un successore carismatico in grado di raccogliere un ampio consenso. Potrebbe essere decisiva anche una certa delusione di alcuni sostenitori di de Magistris della prima ora. Insomma, ci sembra non del tutto errata la lettura di quanti dicono “Da de Magistris a de Magistris”.
«Il ‘sogno’ arancione – sottolinea il presidente dell’ICSR – è intanto preceduto e preannunziato dal segno demagistriano, quello esibito la sera della vittoria elettorale (prima sindacatura, 2011), bandana a cingere la fronte e camicia bianca ‘scamiciata’. Precisa, l’immagine del nuovo Masaniello, di seicentesca memoria: ecco, in questo caso, carisma, immagine, sindaco che impersona la città, più che governarla, amministrarla, impersonarla. Tra non molto si concluderà il decennio di de Magistris, con pregi e punti all’attivo, tra i quali ci metto l’assidua presenza sul terreno della cultura e della rivendicazione non della ‘anomalia’ napoletana, bensì della sua autonomia (e ciò non guasta, del suo antifascismo). Grande Napoli, grande sindaco, dunque? Il messaggio può anche essere questo, ma ho già detto di quanto sia difficile fare il sindaco, e di una città come Napoli, figurarsi poi; sicché è problematico mantenersi su un bilancio tutto al positivo e nascondere o minimizzare i limiti e gli errori in particolare sul terreno dell’azione amministrativa, della quotidianità, della manutenzione della realtà urbana e dell’intera “forma urbis”. La Città, dovremmo ricordarlo tutti, viene dagli studiosi indicata come “spazio critico”, e, ancora, persino come “stato mentale”; non sono concetti semplici, ma un sindaco vi deve fare i conti. È interessante, e cade a proposito la dichiarazione di de Magistris su quella che è stata definita “la rotta di fine mandato”, sintetizzabile nell’impegno assiduo e prioritario su “rifiuti, trasporti e cultura”. Sul terreno politico-istituzionale, contrapposizione netta al governo centrale e alle sue politiche regionaliste a senso unico e privilegiando Nord e Centro; affermazione dura e senza sconti sulle grandi città come entità dotate di larga e forte autonomia!»
Staremo a vedere, di qui al 2021, che non è poi così lontano.

Share

Autore

Mario Rovinello

membro del direttivo dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea «Vera Lombardi», è stato nominato cultore della materia di Letteratura italiana all’Università Federico II. È docente di materie letterarie nei licei. È nel comitato direttivo delle riviste “il tetto”, “Meridione. Sud e Nord del mondo”, “Resistoria. Bollettino dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea Vera Lombardi”. Ha pubblicato numerosi articoli su quotidiani, riviste e libri collettanei. È curatore di libri sulla scuola e sulla Resistenza, tra cui L’onda della libertà. Le Quattro Giornate di Napoli tra storia, letteratura e cinema (ESI, Napoli, 2015). Ha curato con Ugo Maria Olivieri il dossier “Università e scuola”, pubblicato su “il tetto”, 2013. 

I commenti sono chiusi.