Il moderno razzismo e la fabbrica del consenso elettorale

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Nell’attuale fase storica del nostro Paese sembra emergere, quasi dal nulla, un diffuso senso, che vuole assumere i caratteri del senso comune, che tende a considerare come “normale” la categoria e gli argomenti dell’ideologia razzista, seppure tentando sistematicamente e subdolamente di non ammetterli, se non di negarli.
Sempre più spesso, nelle discussioni che affrontano o alludono alla questione (non è un problema!) dell’immigrazione, si sente proludere con la frase: “Non sono razzista, ma…”, che viene seguita dalle solite, trite e ritrite, argomentazioni della più becera propaganda salviniana.
In questo scritto, però, non starò tanto a confutare in modo puntuale tali finte “ragioni”, e non perché non sia utile, anzi necessario, tale azione politica in ogni situazione dialettica ed in ogni dove. Sembra utile, però, allo stesso modo, scandagliare il retroterra culturale e dottrinario delle sinistre dal quale si attingono fonti, analisi, critiche che, opportunamente distorte, fanno da sostegno all’armamentario razzista classico.
A tal proposito, la nota categoria marxiana del “sottoproletariato come esercito industriale di riserva” diventa uno dei cavalli di battaglia che, in maniera spregiudicata, taluno autodefinitosi comunista agita nella propaganda e nella polemica politica, applicandola in modo insensato ed indeterminato ai lavoratori immigrati.
Non interessa qui tanto analizzare come possa, un tale utilizzo fuorviante, essere direttamente strumentalizzato addirittura dalle destre fasciste, con i vari Crosetto, Meloni e lo stesso Salvini, quanto invece opporsi sul piano teorico, ma anche metodologico, a quelle squallide operazioni elettoralistiche.
Iniziamo, dunque, dalla dottrina: nel I Libro del Capitale, in maniera semplice ma rigorosa, Marx definisce come esercito industriale di riserva le masse dei disoccupati, dunque il sottoproletariato in senso stretto, segnatamente il sottoproletariato urbano. La definizione scaturisce dall’analisi delle componenti del capitale (quella costante e quella variabile) interna alla teoria del valore, assumendo come effetto dello squilibrio tra le stesse componenti la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Tra le conseguenze dirette che discendono da tali squilibri vi è che più disoccupati ci sono, più aumenta la concorrenza al ribasso tra i lavoratori, più vengono contrastate nei fatti e nel tempo le rivendicazioni su occupazione, salario, sicurezza, agibilità sindacale, da parte dei lavoratori stessi.
La questione dell’esercito industriale di riserva è pertanto un dato strutturale del sistema capitalistico, minimamente influenzato dalle contingenze di fase economica; gli stessi processi dello sviluppo tecnologico incidono sui dati quantitativi, mai sul segno e sulla qualità della sottoproletarizzazione delle masse. Quanto poi ai fenomeni migratori, fatti salvi quelli forzati che avvennero ancora in regime schiavistico e che concorsero all’accumulazione primaria (quella che permise alla Gran Bretagna di spiccare il salto verso il capitale industriale), essi hanno solo accompagnato i fenomeni di concorrenza interna alla classe e nei tempi medi si sono prevalentemente risolti in un rafforzamento della classe stessa. Illuminante, a questo proposito, è lo scritto di Marx sui conflitti tra gli operai inglesi e quelli irlandesi, migrati nei distretti industriali inglesi.
Andando ora ai fatti, che contraddicono pur essi la falsità dei lavoratori immigrati come esercito industriale di riserva, va intanto puntualizzato che solo una minoranza di essi sono disoccupati organici, quindi classificabili come sottoproletari. Da un’analisi dei dati reali si evince, invece, che in Italia esistono più di due milioni e mezzo di immigrati di prima generazione inquadrati nelle più disparate categorie di lavoro, attraverso le più diverse forme contrattuali, quindi non solo regolarizzati, ma addirittura mediamente più contrattualizzati e sindacalizzati dei loro compagni lavoratori autoctoni. Questa è un ulteriore argomento per condannare come ingannevole e colpevole la pretesa di relegare l’immigrato, in quanto tale, nel recinto dell’esercito industriale di riserva.
Dunque, se proprio qualche sedicente di sinistra o falso comunista voglia coltivare nel campo dei razzisti, lo faccia senza strumentalizzare Marx e si accontenti di ripercorrere le vie ignominiose tracciate da tale Bombacci nel ventennio fascista. È ancora Marx, però, a ricordare che la Storia, quella tragica, può certamente ripetersi, ma quando le succede è destinata a trasformarsi in farsa.
La questione posta dalla necessità di una coerente, aggiornata battaglia teorica antifascista diventa questa: chi devono essere i combattenti fondamentali di questa battaglia politica?
Non sfugge a nessuno che, proprio oggi, gli appelli degli intellettuali, autoreferenziali ancorché qualificati, hanno poca presa sulle masse popolari e ciò per due ragioni fondamentali. La prima ragione deriva da una estesa pratica opportunistica dei ceti intellettuali negli ultimi decenni nel nostro Paese e la seconda risiede nel basso peso specifico che viene oggi assegnato alla cultura e al complesso del suo mondo, ragione derivante in parte dalla prima, ma soprattutto dalla martellante propaganda populista e plebea messa in atto dalle destre (il ventennio berlusconiano ha scavato nel profondo). La risposta va quindi cercata nel mondo, nella civiltà, appunto nella cultura dei lavoratori.
Solo a partire dalla classe lavoratrice, rimanendo ancorati ad essa, si potrà pensare di costruire un vasto fronte unito antifascista, credibile per le sue componenti e persuasivo per i suoi contenuti. Gli stessi operatori della cultura, dell’accademia, delle arti, dello spettacolo, nel quale troppo spesso si è pensato a utilizzare il mondo del lavoro come ad un tram da prendere al volo per imboccare le vie del successo e della notorietà, potranno ritrovare il senso vero di una militanza a difesa delle libertà e delle agibilità politiche e sindacali. Come pure le forze sindacali, anche quelle più collaborative, non potranno più considerare la questione antifascista ed antirazzista come non prioritaria, come un puro orpello retorico.
Assolutamente centrale diventa, pure, il lavoro per l’unità tra lavoratori di origine italiana e lavoratori  immigrati,  un lavoro che rafforzi  i  fronti  di  lotta  contro  il  razzismo;  ponendo  al  centro  del  proprio agire politico non elementi di salviniana memoria, quali il blocco dell’immigrazione attraverso il sostegno,  come  sempre  tutto  virtuale o  addirittura  foriero  di  politiche  neo-colonialiste, a fantomatiche lotte alle povertà dei paesi d’origine, bensì il contrasto alla  disoccupazione,  al lavoro nero, al caporalato, alle nuove forme di schiavismo,  alla ghettizzazione in quartieri senza qualità  urbana,  insomma  a  tutto  ciò  che  è  parte integrante della   vita   quotidiana   di   ogni   lavoratore  immigrato.
E tutto ciò non lo si può realizzare, se non  favorendo  l’impegno  degli immigrati nella direzione delle lotte e non come manovalanza strumentalizzata da un ceto politico a loro estraneo; abbattendo, attraverso il proprio quotidiano lavoro militante, tutti gli ostacoli all’integrazione di questi compagni lavoratori nelle vertenze, nelle categorie, nelle strutture e nelle dirigenze politiche e sindacali, nelle stesse istituzioni, che li vedono oggi come sparute comparse, quando non vittime ingannate ed ingannevoli delle formazioni di destra.
Basta, dunque, a lisciare il pelo al peggio del cosiddetto senso comune, forzato dai leghisti e dalle altre formazioni apertamente fasciste, che racconta storie ciniche anche quando sono ambientate nei quartieri popolari, un tempo teatro delle lotte del movimento operaio italiano.
Tutto ciò deve tener conto che il valore della solidarietà è fattore ontologico per i lavoratori, che diventano loro stessi veicolo fondamentale per diffondere e radicare di nuovo, in tutta popolazione, tale valore civile e sociale.

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