Elezione del segretario Pd, dai gazebo un’occasione di “primaria” importanza per contrastare la deriva di destra

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Qualunque sia l’opinione, sempre più deteriorata, del popolo della sinistra sul Partito democratico, è un dato di fatto che non sia possibile costruire, allo stato, una vera e seria opposizione al governo delle destre al potere in Italia senza l’apporto determinante del primo partito del centrosinistra. Dalle scorse elezioni, così come dai sondaggi che sono stati diffusi da allora ad oggi, risulta evidente come il Pd, e i suoi striminziti alleati, rappresentino ancora almeno un quinto, forse un quarto, dell’elettorato italiano. Un dato che, se da un lato non può confortare i simpatizzanti di questa compagine, che è ben lontana dalla possibilità di avvicinarsi alla maggioranza (almeno relativa) nel Paese, segnalandosi come reale alternativa di governo, dall’altra taglia le gambe alle velleità di chi pensa che possa organizzarsi un’opposizione al “regime” giallo-verde a prescindere dal Pd.
Per questo motivo, è di “primaria” importanza l’appuntamento del 3 marzo per la scelta del prossimo leader del Partito democratico. L’Italia, ancora una volta, sarà disseminata di gazebo per permettere agli elettori del Pd di dire la loro sulla strada che il partito dovrebbe imboccare per i prossimi anni. All’orizzonte non si vede emergere un leader forte, come sembrò essere Renzi dopo la “non vittoria” di Bersani alle elezioni politiche del 2013, ma questo non è detto che sia un male, anzi: potrebbe essere l’occasione per confrontare idee e prospettive strategiche, più che personalismi. La scelta che dovrà operare chi deciderà di partecipare alle primarie è tra tre candidati: Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Quest’ultimo è l’outsider, che sta portando avanti una campagna elettorale di rivendicazione totale dell’azione di governo attuata da Renzi: non vincerà e lo sa, ma segnala legittimamente una posizione esistente all’interno del partito e della base. La corsa vera sarà, quindi, tra i primi due. Martina è il segretario uscente, che di Renzi era il vice nel partito, in virtù di un ticket vincente che portò l’ex sindaco di Firenze alla riconferma come leader nel 2017. Più che in continuità con Renzi, Martina sembra in continuità con il pezzo più strutturato dell’apparato renziano che fa capo al duo Lotti-Guerini. Si presenta come un candidato in controtendenza rispetto al periodo renziano, invece, Zingaretti, la cui vittoria prefigura un’apertura del partito a quei pezzettini che, via via nel tempo, se ne sono allontanati e, soprattutto, a quei tantissimi elettori delusi che si sono rifugiati nell’astensionismo o hanno scommesso sull’avventura del Movimento 5 Stelle. Nella sua concezione, il Pd non è autosufficiente ma deve porsi come perno di un ricostituito centrosinistra: non a caso, il padre dell’Ulivo e dell’Unione, Romano Prodi, ha annunciato che voterà per lui.
Sia nel caso di vittoria di Martina che di Zingaretti, il prossimo Pd avrà un leader meno carismatico, ma più dialogante: in maggiore continuità con l’esperienza renziana il primo, più sensibile alle istanze tradizionalmente di sinistra che arrivano dal mondo del lavoro il secondo. La scelta, nonostante la campagna elettorale in sordina, è quindi tra due linee differenti: ogni elettore del Pd che si recherà ai gazebo avrà modo di indicare quale opzione ritiene più adeguata per affrontare la sfida di costruire una credibile alternativa di governo all’asse Lega-Movimento 5 Stelle. Un’alternativa che, in ogni caso, non può guardare al passato: si correrebbe, infatti, il rischio di marginalizzare ulteriormente il Partito democratico.
Un rischio che esiste, chiunque dovesse essere, domenica prossima, il vincitore delle primarie. Martina potrebbe, infatti, diventare la foglia di fico di vecchi apparati di potere logori, così come segnalato, ad esempio, da Matteo Richetti che, da suo principale alleato, ha denunciato la presenza nelle liste a supporto di Martina di troppi vecchi notabili, preferiti a candidati più innovativi. Dal canto suo, Zingaretti, certamente in controtendenza rispetto all’ultima stagione del Pd, rischia, a sua volta, di essere zavorrato dai “rottamati” di Renzi, che stanno salendo sul suo carro perché vedono in lui un’occasione di vendetta e di ritorno sulla scena politica.
L’auspicio è che, in entrambi i casi, il giusto obiettivo di tenere unita tutta la comunità del centrosinistra non affossi l’esigenza di innovazione e cambiamento che il popolo del centrosinistra chiede, inutilmente, da anni alla sua classe dirigente. Una classe dirigente che è sembrata, nell’ultimo decennio, più attenta a posizionamenti tattici che a delineare un’efficace rielaborazione dei valori fondanti della sinistra in chiave moderna.
Una spinta in questo senso potrebbe arrivare dal colpo, ancora flebile, battuto dal movimento sindacale confederale che, dopo l’elezione di Maurizio Landini a segretario della Cgil, ha timidamente riaperto un percorso unitario con l’obiettivo di recuperare, almeno in parte, il tanto tempo perso a difendere assetti e riti obsoleti, a danno di un’efficace azione di tutela dei diritti dei lavoratori.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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