Leggere Napoli: quattordici voci, quattordici città

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prefazione del libro “Napoli. 14 voci e uno sguardo in giro per la città”

di Guido D’Agostino, Francesco Divenuto, Antonio Piscitelli e Mario Rovinello
(curatori del libro)

Parlare di Napoli, raccontarla, è un’impresa solo apparentemente facile. Il rischio di ripetere luoghi comuni e stereotipi abusati, infatti, è grande. E, nella migliore delle ipotesi, si cade nel folclore senza riuscire a dare nessuna idea della complessità della città. Qualcuno ha detto che la città è la più orientale dell’area mediterranea e la più mediterranea del vicino oriente. Definizione, a ben vedere, anch’essa di comodo ma che ha il merito di evidenziare la contemporanea appartenenza della civiltà napoletana a mondi diversi i quali, nella città partenopea, come in nessuna altra realtà urbana, si sono fusi nei lunghi secoli della sua storia creando una complessa realtà nella quale, però, ancora oggi restano evidenti gli elementi costitutivi. Volere raccontare Napoli, dunque, resta un problema irrisolto a meno che non si accetti una scelta obbligata ossia quella di parlare delle diverse, ed a volte contrastanti, realtà che formano questa civiltà che, per comodità, la storiografia ha definito «napoletanità». Se pensiamo, allora, a quanti hanno scritto della città, notiamo che ognuno ha parlato di una sua Napoli; una realtà poliedrica, dunque, nella quale ogni aspetto, ogni faccia del solido, ha la dignità di esistere senza contraddire le altre osservazioni che, pure, riflettono un aspetto non secondario della civiltà napoletana. Ecco allora che, volendo giungere ad una conclusione, i due termini, civiltà e complessità, possono essere individuati come una prima password per entrare nel crogiuolo di sensazioni provocate dalla città. Napoli. 14 voci e uno sguardo in giro per la città si potrebbe quasi considerare una scommessa, ai limiti della «missione impossibile», un tentativo ulteriore di accostarsi all’identità e alla realtà di questa città mettendo in campo più prospettive, più saperi, nella consapevolezza, appena ribadita ancora di recente, che raccontare Napoli con un unico gesto, o adoperando un unico modello esplicativo, è impresa che non riuscirebbe neppure ai grandi filosofi dell’antichità. E dunque, approccio multiplo, multiverso e multilaterale per una città che ne contiene molte, e altre, dentro di sé, almeno quattro o cinque a dire il vero: quella ‘normale’, quella agraria, quella antagonista, quella che si chiama fuori e infine quella ‘cattiva’. Tutte convivono nell’unico contenitore urbano che tutti conosciamo, ma che evidentemente ci stanno strette, l’una contigua all’altra, eppure sovrapposte parzialmente. Un bel ‘rebus’, non c’è che dire, e che per essere frutto della storia cittadina più che bimillenaria, forse dalla storia e nella storia ricava e ritrova una chiave utile ad entrare nella anomalia napoletana, nella sua complessa e contrastata identità. Tuttavia la storia non indaga tanto i come, quanto i perché e così il discorso si fa di nuovo e sempre più difficile. Basterà ricordare il crociano «paradiso abitato da diavoli», o l’inferno popolato da poveri cristi; e ancora, la «modernizzazione senza sviluppo» e lo sviluppo senza progresso; continuando, con la transizione permanente e però bloccata; la miscela di controllo e consenso: il tutto, con sullo sfondo il pendolo oscillante tra istinto di libertà e bisogno di protezione. Aver chiesto a tanti amici napoletani di raccontare la loro Napoli è stato un tentativo, speriamo riuscito, di dare voce a sentimenti che convivono in ognuno e che possono suscitare, nei lettori, curiosità per fatti e luoghi non conosciuti o dei quali forniamo una nuova, diversa lettura. A ciascuno di questi amici/autori è stata lasciata piena libertà nella scelta dell’argomento e del linguaggio, proprio tenendo conto del fatto che la città, con la sua storia e i suoi protagonisti, non consente in alcun modo letture univoche. Anche per questa ragione si è inteso disporre i contributi secondo l’ordine alfabetico degli autori, con la sola libertà di aprire l’opera con i bei racconti di Massimo Velo (ciascuno corredato da un’immagine del luogo in cui è ambientata la narrazione) e di chiudere con il lungo saggio di Adriana Corrado che prova a leggere la città attraverso le voci dei tanti scrittori stranieri che nei secoli da «viaggiatori» hanno toccato i lidi partenopei. Ritornare allora in un vuoto urbano, come piazza Mercato (Irace), sarà un altro sentire evocando i tanti martiri che, in quel luogo, insieme alla loro vita, lasciarono le loro speranze in una società migliore, così come essere spettatore dell’incontro fra Domenico Morelli e Filippo Palizzi (Spinosa) significherà capire la conflittualità artistica attraverso la quale si affermerà la cultura figurativa napoletana del XIX secolo. E ancora: cosa significò per un intellettuale assistere all’arrivo nel Museo cittadino (Nappi) dell’eredità Farnese e dei reperti archeologici vesuviani che proietteranno la città nell’interesse internazionale? Quale straordinaria vitalità connotò quell’istituzione culturale desanctisiana alla quale nel 1891, Benedetto Croce, Vittorio Pica, Onorato Fava, Giuseppe Masucci con il gruppo affiatato dei frequentatori della libreria Pierro, diedero nuova linfa dotandola di un nuovo Statuto, dopo che «forse era caduta un po’ nell’ombra» (de Sangro)? E che ruolo ricoprì la volontà di un principe genovese (Di Lernia) per la grandezza dell’architettura napoletana? Mentre guardare la «montagna» di marmo del Mausoleo di Ladislao (Divenuto), oltre alla meraviglia, può porre interrogativi ai quali abbiamo tentato di dare una risposta, così camminare per le strade di un quartiere, allo stesso tempo antico e moderno, come la Sanità, (Rippa) può rivelare cose ed avvenimenti che aprono a storie poco note. E se, in silenzio, ci accodassimo ad una colta amica, (Corrado), che ci conduce per le strade della città insieme a tanti turisti stranieri? In questo caso capiremmo tante altre cose per le quali essere orgogliosi della nostra città. E se, in vico San Pietro a Maiella, dalle antiche mura dell’ex convento dei Celestini ci giungono note musicali (Maione), capiamo la serena posa della statua di Vincenzo Bellini che, nella vicina piazza, continua a guardare la variopinta folla di ragazzi che scorre ai suoi piedi convinto ormai che nessuno distruggerà il suo mito. E se lo sguardo innamorato di un fotografo napoletano ferma su una lastra l’attimo di un suo ricordo o di una sua emozione (Velo), ecco alcune immagini nelle quali la realtà napoletana non è meno poetica delle parole che la commentano. Ma le scelte di possibili itinerari sono tante e se la più classica rimane quella che ci riporta alla Napoli antica (Lembo), della quale ancora esistono tante testimonianze, lo stesso punto di partenza, ossia la stazione centrale, può suggerire un diverso modo di scoprire la città. Così, seguire un itinerario sotterraneo, lungo la linea 1 della metropolitana, ci svelerà la modernità di una città che coniuga comodità senza rinunciare ad una contemporanea cultura artistica. Ed il racconto continua: fermarsi, allora, su via Toledo – semmai uscendo dalla omonima stazione della Metro – estraniandosi dalla folla turistica può riportarci indietro nel tempo, avvertendo il passaggio di tanti popoli attratti dalla mirabile bellezza del luogo (D’Agostino), così come offre la possibilità di guardare il porto e il mare, crocevia di popoli e di culture diversi nei secoli (Sirago). È tutta qui la città? Evidentemente no; la città è anche quella della periferia operaia dove camminano i protagonisti di Elena Ferrante (Piscitelli), o quella dove si aggirava l’animo scontento e visionario di Anna Maria Ortese («Proseguendo il suo cammino attraverso sentieri invisibili, il «forestiero» potrebbe raggiungere «quel pozzo d’umanità lamentevole che è Via Tribunali», «cupa meraviglia» che «forse, in una delle sue traverse, conserva i volti degli Ombra e i loro occhi verdi») (Gonzales y Reyero e Rovinello). Ma quando giriamo l’ultima pagina di questo lungo racconto la domanda da porsi è ancora la stessa: è tutta qui la città? Evidentemente no e del resto non sarebbe così complessa la sua realtà se ci illudessimo di aver detto tutto, ma ascoltare queste voci, per un napoletano, può essere un invito a riflettere sulla sua secolare storia, mentre per un turista può significare l’invito ad abbandonare tutti gli stereotipi noti e guardare la città con occhio pronto a cogliere questo fiume di turbamenti forti ed anche, perché no, contraddittori, che vivono nelle strade della città e che ne determinano l’unicità non sempre facile da capire ma dalla quale è giusto lasciarsi prendere in un vortice di emozioni che non hanno limite di tempo, di spazio, di condizione sociale.
In questo libro, è come se fosse stato sguinzagliato un gruppo di avvistatori, di esploratori, in grado di muoversi sulle tracce dell’intera città a partire dall’analisi ravvicinata di un ‘pezzo’, singolo e singolare, del suo territorio, come il lettore avrà modo di verificare in molti dei casi trattati. In qualsiasi altra modalità ci si sarà mossi (se il campo elettivo sia stato quello letterario, antropologico, artistico o di costume), la via maestra, il procedimento allo Sherlock Holmes è stato in pratica quello seguito da tutti gli Autori coinvolti. Il risultato? Non devono certo anticiparlo i curatori: i libri sono solo in origine di chi li scrive, appena dopo diventano di chi li legge! Pensiamo, comunque, che si sia fornito almeno un tassello di quel mosaico sempre incompiuto e indecifrabile che è Napoli, e soprattutto che si sia fatta opera in grado di fare apprezzare di più, e in positivo, il carattere distintivo, pluriverso, di questa Città. Come tutte le città, le grandi città del mondo, essa resta uno «spazio critico», addirittura uno «stato mentale»; accontentiamoci di viverla e di provare a comprenderla!

 

Napoli. 14 voci e uno sguardo in giro per la città”

di Guido D’Agostino, Francesco Divenuto, Antonio Piscitelli e Mario Rovinello

Edizioni Scientifiche Italiane

 

 

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