Le prime ore

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capitolo tratto dal libro Il Capocella di Vincenzo Russo – edizioni Homo Scrivens
Furono accolti in una nuda stanza, l’arredo non prevedeva altro che sedie di plastica ordinatamente adagiate alle pareti. La porta d’ingresso si richiuse, restarono in compagnia di due poliziotti penitenziari in divisa blu. Non una parola, si sedettero.
Trascorsa qualche ora, s’introdussero altri agenti, e dopo incomprensibili dialoghi due tra loro si avvicinarono a Luigi ed Enrico, accompagnandoli fuori dalla stanza. Stessa scena, poco dopo. Fu la volta di Alfonso e Nicola, poi Gennaro e Patrizio. Claudio e Ivano furono gli ultimi.
Claudio guardò l’orologio al polso, erano trascorse tante, troppe ore, ormai il sole era alto nel cielo. Il messaggio fu da subito chiaro: bisognava essere pazienti, non meritavano considerazione.

“Quando si varca la soglia della libertà, ti trattano da subito con speciale riguardo” pensò. «Quanto tempo ancora dovremo stare qui?» chiese Ivano.
L’agente sembrava di marmo, non lo degnò di alcuna risposta. Claudio continuava freneticamente a guardare l’ora. Al pensiero di Anna, silenziose lacrime gli solcarono il viso.
Finalmente al tramonto si presentarono due agenti diversi da quelli che li avevano accolti, toccava a loro completare l’arresto.
Claudio volse l’ultimo sguardo a Ivano. Si sarebbero incontrati al passeggio. Ancora non sapeva che non sarebbe mai successo. 
Attraversarono tristi e lugubri corridoi.
«Apri!» ordinava al collega l’agente che lo accompagnava ogniqualvolta bisognava attraversare una porta.
Giunsero a destinazione, Claudio alzò lo sguardo: Ufficio matricola. Fu perquisito, lo spogliarono di ogni cosa, avrebbero preso anche l’anima. Consegnò l’orologio, regalo di Anna per l’anniversario di matrimonio, e un po’ di euro che furono registrati su un libretto nominativo.
«Ti serviranno se vuoi acquistare shampoo, bagnoschiuma, un fornello» attimi di pausa. «Puoi avvertire i tuoi familiari e l’avvocato con un telegramma».
Claudio guardò quell’agente con meraviglia. «Cazzo, almeno qualcuno mi parla!» rispose fissandolo negli occhi. Un’occhiataccia dell’agente pelato gli rinnovò il qui tu non conti nulla.
«Mettiti di profilo», e click click, le foto segnaletiche. Stupidamente pensò che una perfetta rasatura gli avrebbe concesso maggior dignità. I polpastrelli furono affondati in un tampone d’inchiostro e poi impressi su un cartoncino bianco. Impronte digitali.
«Il tuo numero di matricola è…» fu schedato, non solo fisicamente ma nel cuore, nell’anima, nell’immaginario collettivo, che da quel preciso istante inevitabilmente lo avrebbe appellato come cattivo. Iniziò a capire subito l’errore commesso. Divenne un numero.
«Ha problemi di convivenza con altri detenuti?»
«No!» rispose di getto, aggiungendo poi con voce tremante «È la prima volta».
La sua risposta guadagnò uno sguardo di disappunto, l’agente arricciò le labbra.
Lo invitarono a uscire, a seguirlo in una differente sala d’attesa, il tempo si trasformò in piombo. Al Centro diagnostico terapeutico lo invitarono a fare flessioni sul pavimento per accertarsi della funzionalità del corpo e se custodisse qualcosa nell’ano. Scrutarono ogni centimetro della pelle per registrare eventuali segni particolari, lo invitarono a dichiarare l’anamnesi della salute.
«Nulla, sono sano come un pesce» dichiarò al medico, mentre con una pila gli scrutava pupille ed esofago.
«Ha problemi di tossicodipendenza?»
«Sì» rispose accennando un sorriso, e quando il piccolo fascio di luce passò di scatto dall’esofago nuovamente alle pupille aggiunse «Mi piace il vino».

Lo sguardo del camice bianco mutò per un attimo dal serio al quasi quasi sorridente. Una conquista eccezionale.
Lo portarono in una sala d’attesa diversa, agenti differenti gli indicavano il trascorrere del tempo. Questione di cambio turno. Gli consegnarono coperta, lenzuola, piatti, vettovaglie e una vaschetta, era il bidet. Finalmente lo accompagnarono in cella. Il rumore delle chiavi gli fu subito ostile, e lo sarebbe stato sempre.
Varcò la soglia tra lo sguardo incuriosito di chi lo aveva preceduto, il russare di uno dei suoi futuri coinquilini e la voce di Michele Cucuzza a La Vita in Diretta gli risultarono persino amici.
Cinque letti a castello, una fila da due e una da tre, chi dormiva all’ultimo piano era destinato a un tete a tete con il soffitto. Claudio non immaginava tanta costrizione. Calendari di nudi famosi e disegni di chiara matrice fanciullesca coprivano porzioni d’indecenti pareti. Sul tavolo, ricoperto da un’orribile incerata a pois gialli e verdi, un mazzo di carte napoletane a ridosso della base di un’anfora, dalla quale s’innalzavano fiere margherite fresche. Un comodino zoppo, fissato alla parete per grazia ricevuta dal fil di ferro, sedie incastrate a torre, pentole ammassate ad asciugarsi col culo all’aria inchiodate al muro, montanti scorticati, indigesta polvere di umido alla conquista del soffitto, una lampadina se ne stava appesa. Una maglietta stesa ad asciugare, finemente ancorata alle sbarre della finestra, calzini penzolavano dalle reti che sostenevano i letti dei piani alti. Scarpe ordinatamente in fila, appaiate e accostate a una sorta di comò, il cui specchio mostrava degenerati segni di vita, capace di restituire ormai soltanto angoli di riflessi. Bagnoschiuma, gel, profumi e saponette a ridosso di sei mattonelle bianche dalle quali fuoriusciva il tubo della fontana sul lavabo. Voltandosi lesse su una lavagna: Cosa manca oggi: caffè, zucchero, pasta corta. Poi Turni, con tanto di data dal lunedì alla domenica. Sotto, in ordine, Manzioni: Federico mangiare, Teodoro pulizia cella, Gianfranco fare i piatti, poi uno spazio vuoto con i puntini sospensivi. Una cassetta di legno leggero, anch’essa ancorata alla parete, raccoglieva barattoli di spezie. Utilizzato ogni centimetro verticale, quelli orizzontali non erano sufficienti neppure per gli occupanti. Un rotolo di carta igienica adagiato in verticale sull’angolo posteriore del water, l’involucro da quattro inchiodato alla parete. Lesse Regina. “L’unica qua dentro” pensò. Scopa e paletta s’innalzavano a ridosso della tazza, e più in là una bomboletta spray gli indicò lo stato di salute del luogo. Uno scarafaggio stampato sull’etichetta. Una foto di Mandela accanto a quella di un ragazzo, un rosario avvolto sulla cornice.

Lì si fermò la sua prima e fugace ispezione. Benedetti venti metri quadri di mondo. Non ci volle molto, un nodo in gola più spesso di un cappio.
Chiese permesso, due si stesero sul letto, il terzo appoggiando le mani sui genitali incollò il sedere a una parete. Diversamente non sarebbe riuscito a entrare. “Dio aiutami, non mi hanno incarcerato, mi hanno seppellito” pensò.
Sistemò tutto sul letto assegnatogli, lesse attentamente il foglio che l’agente gli consegnò, avrebbe dovuto restituirlo firmato.
Gli altri restarono immobili. L’agente rubava ossigeno necessario, speravano in una lesta firma e che la cella sarebbe tornata a respirare.
C’era scritto di costatare che l’arredamento di sua pertinenza e le vettovaglie fornite fossero integre, di segnalare eventuali danni già presenti, in quanto qualsiasi danno riscontrato successivamente alla carcerazione gli sarebbe stato addebitato.
“Azz… e pure ognuno di noi costa allo Stato circa 140 euro al giorno” pensò, mentre ostacolò la firma.
«Lì non ci dormo» esclamò indicando i resti giallastri dell’incontinenza di chi lo aveva preceduto. L’agente si avvicinò, e tastando il materasso «È asciutto!» ribatté.
«Ripeto che non ci dormo» aggiunse deciso, e l’agente, dopo aver ispezionato un altro materasso ancora libero, lo afferrò con entrambe le braccia sbattendolo sul pavimento. «Questo è integro, sostituiscilo» disse.
Claudio eseguì col capo chino. Firmò.
«Che ore sono?» chiese.
«L’ora che fai il letto!» gli rispose con disprezzo uno degli agenti. La rabbia di Claudio salì di livello.
«Guarda che non sono un terrorista o un pedofilo» avrebbe voluto dire, ma tanto sarebbe stato inutile.
L’altro agente, di certo più sensibile e umano, rispose: «Le sette del pomeriggio».
Circa venti ore per accoglierlo in prigione. Uno dei coinquilini si precipitò a fargli il letto. Claudio ringraziò, si stese sulla branda assegnata, i palmi delle mani dietro la nuca, scambiò sguardi con il Cristo crocefisso su finto legno posto in capo alla porta. Pregò, a modo suo ma pregò.
Il cancello a scacchi si richiuse, gli agenti si allontanarono.
«Benvenuto, ora ti faccio il caffè» Claudio lo osservò con stupore, la voce era quella di Teodoro, il Capocella nelle presentazioni.
Scoprì un briciolo di umanità dopo tanta freddezza e preconcetti. Il suono del russare cessò.
«Non ti preoccupare, stasera sei ospite nostro a cena» aggiunse Teodoro. Claudio Ringraziò. Bruschette miste, spaghetti con il sugo alla pizzaiola e carne per secondo. Lo chef Federico meritava i complimenti. Aglianico del Taburno, macedonia, mezzo cannolo siciliano, l’altra metà era del Capocella, amaro e caffè. Se avesse cenato a occhi chiusi si sarebbe convinto di essere in un villaggio turistico. La vista delle fatiscenti pareti e la tazza del water a ridosso dei fornelli però gli indicavano tutt’altro.
I commensali non gli posero alcuna domanda, tanto meno Claudio si permise di farne. L’argomento della cena fu la squadra del Napoli e le sue imprese. Come se si conoscessero tutti da anni. Gli occhi ricaddero su una foto in bella mostra di un’esultante Pibe de Oro. Anni di gloria e di riscatto per la città. Un’occhiatina alla TV: le pubblicità erano più interessanti delle tragedie umane.
Improvvisamente la pesante porta di metallo, il blindato che occludeva la libera porta a scacchi, automaticamente si chiuse. Tra loro e il resto, più nulla. Sarebbe potuta accadere qualunque cosa. Loro, come gli altri detenuti, erano fuori dal mondo.
Quello fu il momento in cui Claudio capì di aver fatto una grande cazzata.
Tra lui e un morto in una bara nessuna differenza, a esclusione del respiro.
Non dormì, gli occhi fissi al soffitto, il suo sogno si era trasformato: non più la ricchezza dei lingotti ma la carcerazione. Avrebbe voluto nuovamente la sua libertà.
 Anna occupava con insistenza la mente. Non sarebbe potuto essere con lei proprio nel momento in cui ci sarebbe stato maggior bisogno. “Domani invierò il telegramma” pensò. Pianse in silenzio.

Il capocella

di Vincenzo Russo

Editore Homo Scrivens / collana Dieci

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