La sfida di Ancelotti: vincere il campionato della civiltà

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Anche in questo numero di Merqurio torniamo, purtroppo, sul tema del razzismo; ma lo facciamo seguendo un piccolo filo di speranza, che arriva dallo sport. Come tutti sanno, nelle scorse settimane, l’allenatore del Napoli, Carlo Ancelotti, ha più volte suggerito il pugno duro nei confronti dei cori razzisti allo stadio, chiedendo agli arbitri di sospendere le partite in cui fossero intonati, fino allo stop definitivo nei casi più gravi. Tutti d’accordo a parole sul principio, meno facile è sembrata l’applicazione di questa linea: c’è chi, non senza ragione, ritiene che in questo modo le partite sarebbero ostaggio di piccoli gruppi di tifosi, capaci con il loro comportamento di influenzarne l’andamento e il risultato (tra le sanzioni elencate nell’articolo 17 del Codice di giustizia sportiva è prevista, infatti, anche la sconfitta a tavolino per la squadra di casa, in applicazione della responsabilità oggettiva).
Nonostante alcuni legittimi dubbi, sembra che il mondo del calcio stia finalmente imboccando la strada giusta, in seguito agli episodi più recenti, che sembravano invece segnare la definitiva sconfitta della possibilità di arginare questo malcostume.
Alle parole di Ancelotti, autorevoli perché pronunciate dall’allenatore più titolato al mondo, e ancor più significative perché arrivano da  un uomo del Nord, avevano risposto alcune curve, in maniera sprezzante. Sabato 24 novembre, i tifosi della Juventus, durante la partita casalinga con la Spal, hanno intonato il solito coro “Vesuvio lavali col fuoco”, lo stesso motivetto di scarsa originalità cantato all’unisono dalle due tifoserie di Udinese e Roma, nel corso dell’incontro che vedeva le due squadre protagoniste sul terreno di gioco. Offese che non possono essere derubricate come sfottò tra tifoserie rivali perché in quelle gare il Napoli non era in campo e, nel caso dell’Udinese, è risaputo che tra i partenopei e i friulani non c’è mai stata accesa rivalità sportiva.
Questi episodi – non sanzionati dagli arbitri in campo – rischiavano di vanificare gli auspici di Ancelotti, com’è successo in passato quando, alle puntuali denunce, sono seguite belle dichiarazioni con conseguenze nulle o lievi per i responsabili di questo clima di odio. Invece, sembra che qualcosa si stia muovendo: il designatore degli arbitri di serie A, Nicola Rizzoli, ha infatti dichiarato che, in accordo con il nuovo presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, è stato deciso di perseguire questi atteggiamenti, semplicemente applicando il regolamento, che già prevede una procedura: in caso di cori razzisti o di discriminazione territoriale, l’arbitro deve fermare la gara e fare un annuncio; nel caso i cori dovessero continuare, l’arbitro deve procedere con un altro annuncio che deve essere fatto con entrambe le squadre nel cerchio di centrocampo; se gli annunci non dovessero avere esito positivo, l’arbitro deve interrompere la partita e far tornare le squadre negli spogliatoi. A quel punto, però, a decidere l’eventuale stop definitivo della gara non è più l’arbitro ma il responsabile dell’ordine pubblico, che tiene conto, nel prendere la sua decisione, anche di problematiche legate alla sicurezza, quali, ad esempio, la pericolosità dell’uscita dallo stadio di migliaia di persone arrabbiate per l’interruzione del match.
A questa “promessa” di Rizzoli si potrebbe replicare chiedendo come mai, esistendo già un regolamento preciso, gli arbitri, fino ad oggi, non lo abbiano applicato se non i pochissimi casi. Vale la pena, invece, di cogliere l’inversione di tendenza, rafforzata dal presidente della Figc Gravina che ha affermato: “Ho parlato con Nicchi e Rizzoli invitandoli all’applicazione rigida di un regolamento vigente”. Nel termine “rigida” c’è tutta l’anomalia italiana: in altri paesi, quando esiste una norma viene applicata, in Italia la si può anche ignorare del tutto per anni, così come applicare in maniera lieve, rigida, moderata: insomma, l’applicazione di una norma semplicissima diventa anch’essa soggetta ad una discrezionalità eccessiva. Cosa succederà, infatti, se un arbitro non dovesse applicarla, non dovesse sospendere la partita? Verrà sospeso l’arbitro? Si difenderà dicendo che non ha sentito i cori perché aveva un orecchio tappato dall’auricolare? Staremo a vedere.
Quel che conta, ora, è che Figc e designatore arbitrale abbiano spiegato agli arbitri che la norma che prevede la sospensione degli incontri per cori razzisti non era stata messa nel regolamento per scherzo o abbellimento, ma proprio – che strano – per essere applicata.
Pensare, però, che se anche tutti gli arbitri applicassero in maniera rigida il regolamento, la questione sarebbe risolta, sarebbe un gravissimo errore. Come più volte sottolineato proprio da Ancelotti, il problema è soprattutto culturale. Le sanzioni possono servire a segnalare l’importanza del tema ma c’è bisogno anche di molto altro. Nel caso in cui l’arbitro invitasse le squadre a tornare negli spogliatoi constatando la volontà dei tifosi di continuare con le offese, cosa deciderà, ad esempio, il responsabile dell’ordine pubblico, che dipende da quel ministero dell’Interno oggi guidato da Matteo Salvini, noto per aver cantato in passato cori in cui si sosteneva che all’arrivo dei napoletani, per la puzza, scappano anche i cani? Probabilmente, farà riprendere la gara perché sarà portato a sminuire il problema dei cori e a ingigantire quelli legati alla sicurezza (chi si prende, d’altro canto, la responsabilità se ci scappa il morto?).
Se si vuole davvero vincere questa battaglia di civiltà, quindi, risulta fondamentale responsabilizzare le società sportive: ricordo che, nel corso di una partita Sampdoria-Napoli (una delle pochissime sospese – per 3 minuti – in seguito a cori discriminatori), il presidente doriano Ferrero scese in campo per chiedere ai propri tifosi di smetterla: non ricordo che Agnelli, nonostante un’educazione familiare più raffinata, si sia mai preoccupato di difendere in casa sua gli ospiti dalle offese dei tifosi juventini, né con gesti, né a parole.
Se restano le ambiguità, se non si schierano tutti, calciatori, dirigenti, società, arbitri e commentatori in favore di una linea dura, difficilmente sarà possibile marginalizzare (se non eliminare) questi comportamenti negli stadi. Ancelotti, e non solo lui, ha più volte dichiarato che all’estero non gli è mai capitato di essere offeso dai tifosi avversari. D’altronde, quando guardo una partita di Premier League, mi chiedo come sia possibile che tifosi di squadre rivali possano sedere uno accanto all’altro in stadi che non hanno barriere, nemmeno tra spalti e campo. Tutti lì, composti, comodi nel loro posto numerato, e allo stesso tempo a cantare cori per tutta la partita, divertendosi, incitando la propria squadra senza dover offendere quella avversaria. Negli anni Ottanta del secolo scorso, in Inghilterra gli hooligans (i tifosi violenti) erano un gravissimo problema, che è stato però risolto con grande intelligenza. Non si capisce perché in Italia non si possa cercare di favorire una convivenza più civile negli stadi, avvicinando anche le famiglie e i bambini ad uno spettacolo che deve valere per la bellezza del gioco e non per l’odio. Non solo quello razziale ma anche quello del tutto insensato che colpisce i calciatori avversari per il sol fatto di aver giocato bene. L’ultimo esempio di questa follia sono le offese sui social di alcuni tifosi del Napoli nei confronti del portiere del Chievo Sorrentino, reo di aver fatto belle parate impedendo agli azzurri di vincere la partita. Ha fatto bene il suo lavoro e, invece di riconoscergli merito, seppur da avversari, lo si offende.
Dire che il comportamento dei tifosi negli stadi rispecchia quello dei cittadini nella società è un’ovvietà che non può però tradursi in rassegnazione. Se certi atteggiamenti vanno contrastati nella società, tanto più vanno banditi dal calcio, perché lo sport deve essere in prima linea nel combattere le discriminazioni: non con campagne pubblicitarie milionarie (ce ne sono in abbondanza) ma con i comportamenti in campo, nelle curve e, soprattutto, nelle tribune nelle quali siedono i dirigenti delle società e del mondo del calcio. Per questo motivo, quando un arbitro dovesse decidere di interrompere una partita per cori razzisti, sarebbe bello se quei pochi tifosi imbecilli venissero sommersi dagli applausi dei tanti tifosi perbene presenti, e sarebbe ancora più bello se ad applaudire per primi fossero i presidenti delle squadre di calcio, facendo capire chiaramente da che parte stanno. Se questo dovesse accadere, Ancelotti avrà portato a casa il trofeo più importante della sua luminosa carriera.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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