Il declino della solidarietà: quando la politica ignora l’Altro

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«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.»

(Art. 2 Costituzione Italiana)

Nella società odierna la solidarietà sembra essere diventato un privilegio morale posseduto da soli e pochi eletti; le campagne politiche recenti piuttosto che sdoganare la solidarietà, altro non fanno che rafforzarne i limiti costruendo pseudo privilegi; essere solidali, aiutare le fasce più fragili della popolazione, sembra essere diventata una pratica sociale piuttosto desueta, fuori moda. Essere solidali non ha senso perché, intanto, l’Altro è diventato il nemico da combattere piuttosto che essere umano e dunque parte di noi stessi in difficoltà.
La Costituzione Italiana definisce la solidarietà politica, economica e sociale come un dovere inderogabile, dunque, quello che talvolta accade nel nostro panorama italiano potrebbe, addirittura, essere definito incostituzionale.
Pertanto, nell’essere solidali c’è una porzione di slancio dello spirito indiscutibilmente inscritta, attraverso la nostra Costituzione, nella rosa dei diritti e dei doveri dell’uomo.
Cerchiamo di comprendere, adesso, qual è il substrato che sottostà ai principi e ai movimenti di solidarietà e di aiuto.
La base emotiva e psicologica della solidarietà è definita empatia, ossia la capacità di sintonizzarsi emotivamente con lo stato affettivo dell’altro. L’empatia si sviluppa durante l’infanzia e consente di dar luogo a dei comportamenti di aiuto reciproco. Ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione e sopravvivenza della specie; molto probabilmente proprio da questo fatto deriva che la solidarietà sia stata, nel tempo, riconosciuta come un dovere/diritto giuridico e costituzionale inderogabile?
L’empatia è dunque la capacità di mettersi nei panni dell’altro percependone emozioni e pensieri. È un termine che deriva dal greco, en-pathos sentire dentro, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”.
In questo senso l’empatia è un processo di attivazione di uno stato emotivo corrispondente a quello di un’altra persona; l’empatia riflette una dimensione affettiva, ma comporta anche differenti mediatori cognitivi ed elementi motivazionali. La psicologia considera lo sviluppo dell’empatia come parte fondante e integrante dello sviluppo emotivo, in quanto la capacità di riconoscere ciò che l’altro sta provando si basa sulla consapevolezza delle proprie emozioni e sentimenti; nell’ambito dello sviluppo morale, inoltre, si studia invece quale sia il ruolo delle disposizioni empatiche rispetto ai comportamenti morali.

Ma quale è il percorso di sviluppo dell’empatia?
Sin dai primi giorni di vita i neonati manifestano l’empatia, sperimentandone la dimensione affettiva, rilevante e preponderante rispetto alla dimensione cognitiva, quasi assente in questa fase di vita. Non è raro infatti osservare i tipici fenomeni di contagio emotivo nelle nursery degli ospedali: quando un neonato inizia a piangere, tutti gli altri fanno lo stesso, in una fase dello sviluppo in cui i neonati non hanno ancora una consapevolezza della differenziazione tra il sé e l’altro.
Successivamente, il bambino inizierà a sperimentare delle forme di empatia e condivisione emotiva sempre più complesse. Nella relazione primaria con il caregiver si sviluppa l’empatia egocentrica, così definita da Hoffman nel suo Empatia e sviluppo morale (Il Mulino, 2008), perché il bambino attribuisce all’altro uno stato emotivo precedentemente vissuto in una situazione simile; questo livello di empatia richiede delle capacità cognitive importanti, come la capacità di riconoscere le emozioni altrui e la differenziazione del sé dall’altro.
Tra i 3 e i 4 anni il bambino ha oramai acquisito il linguaggio e la funzione simbolica e meta-rappresentativa, così riesce a ideare delle teorie sul funzionamento della mente altrui, ad immedesimarsi nella prospettiva dell’altro, ad immaginare che gli altri abbiano dei sentimenti indipendenti dai propri: si è giunti in una fase di empatia per condivisione partecipatoria.
Durante le interazioni quotidiane di vita familiare, scolastica e nelle relazioni amicali, il bambino raggiunge una rappresentazione sempre più integrata del vissuto dell’altro, e l’adolescente poi, grazie al neo-acquisito pensiero formale e alla capacità di ragionamento ipotetico, può arrivare ad anticipare i vissuti possibili e dunque giungere ad una comprensione più generalizzata delle emozioni proprie e altrui. In adolescenza la capacità empatica, dunque, si può dire pienamente acquisita.
È possibile affermare che gli esseri umani siano naturalmente empatici. Infatti, come già accennato, l’empatia ha avuto una funzione fortemente evolutiva a livello filogenetico, poiché la percezione di sofferenza dell’altro ha permesso di attivare strategie di aiuto: in questo modo, la nostra specie si è protetta a vicenda agli albori della civiltà, ha vissuto in collettività, gli umani si sono avvicendati per secoli nel difendere i più fragili in virtù della sopravvivenza e dell’evoluzione. Se gli umani non fossero naturalmente dotati di capacità empatiche, l’umanità potrebbe essersi estinta da secoli.
La scoperta dei neuroni specchio, orgogliosamente italiana (avvenne tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso ad opera di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, coordinato da Giacomo Rizzolatti e composto da Luciano Fadiga, Leonardo FogassiVittorio Gallese e Giuseppe di Pellegrino), ha fatto luce sull’opportunità di comprendere quali siano le basi neurobiologiche dell’empatia; infatti, comprendere la mente ed i vissuti altrui è possibile grazie all’azione dei neuroni specchio, particolari tipi di neuroni che si attivano sia quando un’azione, emozione o sensazione viene vissuta in prima persona, sia quando invece si osserva un altro vivere le stesse emozioni o svolgere le stesse azioni.
Ma allora, cosa porta invece alla mancanza di empatia quotidiana, quella che consente di attivare spontaneamente dei comportamenti di aiuto nei confronti di un altro sofferente, più fragile?
Senza menzionare la schiera di sofferenze mentali che implicano una condizione di scarsa empatia, cosa avviene quando il mondo degli adulti è intriso di una politica che scotomizza totalmente (in pratica, nega) la dimensione empatica dalle vite di tutti i giorni, e ridicolizza eventualmente i comportamenti di solidarietà?
Forse l’empatia non è più funzionale all’evoluzione della specie ed alla sua protezione, e sta lentamente scomparendo dal codice genetico dell’umanità?
Dal punto di vista psicologico, un’attivazione empatica estrema può portare a dei comportamenti di fuga piuttosto che di aiuto, per la difficoltà a tollerare la sofferenza.
La società attuale, nonostante sia aumentata la complessità, non permette abitualmente all’individuo di sperimentare una dimensione di empatia. Basti pensare ai modelli educativi oggi in vigore, che disincentivano l’attenzione al vissuto emotivo proprio, in primis, e per naturale conseguenza nemmeno al vissuto dell’altro. È necessario invece che sin da bambini la innata capacità empatica possa venire stimolata, affinché il pieno sviluppo della possibilità di comprendere l’altro non venga ostacolato, ma favorito, ampliato e dunque reso fertile.
È da citare, a questo proposito, il progetto canadese Roots of Empathy, avviato dall’educatrice Mary Gordon nel 1996: è un programma in cui ogni settimana i bambini delle classi elementari incontrano dei neonati, interagiscono con loro, e ciò permette di osservarne lo sviluppo e le diverse emozioni. C’è da imparare, dunque, dai modelli educativi che permettono ai bambini uno spazio per sperimentare le emozioni e la dimensione empatica: un bambino empatico sarà un adulto empatico, ed un adulto empatico è un adulto che aiuta l’altro, e questo ha una risonanza a livello economico e sociale importante, che non va sottovalutata.
Tutto questo affinché il termine empatia non diventi sinonimo di utopia.

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Psicologa Clinica e di Comunità

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