Tatafiore, Mao e la rivoluzione culturale tradita

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Con Bassolino Sindaco (1993-2000) c’era stata la Grande rivoluzione culturale di Napoli. Ormai tutti apprezzano l’arte, si diceva. Tra trecentocinquant’anni, se un operaio troverà sotto le macerie un cesso scassato, penserà che è un frammento di un’opera d’arte, e non un cesso scassato, si diceva. E tutti a fare a gara per l’ultimo Wharol o Basquiat. I mutui si chiedevano per impreziosire le pareti del salotto, non per ristrutturare il garage. Come tutti i sogni, però, anche questo è durato poco. Lo dimostra la rimozione forzata e non concordata con l’autore di un’opera d’arte come la fontana/Vesuvio di via Scarlatti. Tatafiore, il maestro, che espone in tutto il mondo e che quell’opera l’aveva donata ai vomeresi e ai napoletani, ricorrerà alle vie legali e chiederà i danni. Nessun cittadino che doveva amare l’arte per educazione bassoliniana si è risentito. Solo i giornalisti hanno denunciato l’accaduto. E adesso? E adesso come si manterranno i musei di arte contemporanea sparsi per la città, chi si farà più i selfie (diciamolo in italiano, gli autoscatti) davanti alle opere di cui è disseminata la metropolitana più trendy del mondo? Rimarrà solo qualche nostalgico?

Mao, che di grandi rivoluzioni culturali si intendeva, ha detto: «Dopo aver subito uno scacco, bisogna trarne una lezione e modificare le proprie idee in modo tale da farle corrispondere alle leggi del mondo esterno, e così si potrà trasformare lo scacco in un successo; è quel che è espresso dalle massime: la sconfitta è la madre del successo e ogni insuccesso ci rende più cauti». L’artefice-Sindaco della prossima grande rivoluzione culturale lo abbia presente.

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Autore

Ugo Cundari

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