Quattro Giornate, 75 anni fa da Napoli iniziò la riscossa dell’Italia

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Appena cinque anni fa, nel 2013, l’intera comunità nazionale si è trovata al cospetto di una ricorrenza importante, quella del settantesimo del 1943, anno ricco di avvenimenti cruciali: la sfiducia votata dal Gran Consiglio nei confronti di Mussolini, la caduta del fascismo, l’armistizio dell’8 settembre e la “resa incondizionata agli angloamericani”, l’occupazione tedesca e la costituzione della Repubblica sociale, le sempre più frequenti manifestazioni di insubordinazione nei confronti del nazi-fascismo e l’inizio della lotta partigiana. Un anno horribilis, destinato a essere difficilmente dimenticato. In questo contesto appunto il divampare delle Quattro Giornate di Napoli (28 settembre – 1 ottobre 1943, 96 ore all’incirca), che lo storico Corrado Barbagallo sostenne meritassero di “essere poste a fianco delle giornate milanesi del marzo 1848… o delle giornate palermitane del maggio 1860”. Di questa importante pagina di storia napoletana quest’anno ricorre il settantacinquesimo anniversario.

La rappresentazione delle Quattro Giornate di Napoli

La “figura” del ritardo può senz’altro essere evocata per l’elaborazione di un “evento” come le Quattro Giornate di Napoli, esempio di una rivolta urbana “spontanea” ma allo stesso tempo preparata silenziosamente nel tempo, episodio, forse tra i pochi nel Mezzogiorno d’Italia, di aperta resistenza all’occupazione nazista, eppure a lungo sottovalutato e trascurato dagli stessi storici della Resistenza. Non a caso bisognerà aspettare quasi venti anni perché dell’evento si occupi anche il cinema (in realtà già nel 1946 l’episodio viene trattato nel film diretto da Giacomo Gentilomo ’O sole mio, ma con toni talvolta un po’ “melodrammatici”).
Il 15 novembre 1962, alla presenza dei presidenti della Camera Giovanni Leone e del Senato Cesare Merzagora, al Teatro dell’Opera di Roma venne proiettata l’anteprima del film di Nanni Loy Le quattro giornate di Napoli. A Napoli il film, dedicato alla memoria del dodicenne Gennaro Capuozzo, arrivò nelle sale il 17 novembre e fu accolto con grande emozione dalla popolazione che ebbe l’occasione di rivivere attraverso lo schermo quelle sofferenze in molti casi vissute in prima persona. Un film che ha avuto, tra i molti altri meriti, quello di compensare anche se a distanza di quasi venti anni il quasi totale silenzio della storiografia o della letteratura su una delle pagine più gloriose del popolo napoletano. Un film memorabile, un successo internazionale del cinema italiano, una pagina di grande cultura. Le Quattro Giornate di Napoli, prodotto dalla Titanus per la regia di Nanni Loy, è l’evento culturale che ha maggiormente segnato e ancora continua a segnare la memoria storica collettiva su uno dei momenti più importanti della Resistenza in Europa. Merito di un grande regista come Loy (a tutt’oggi si discute ancora se sia giusto intitolargli una strada, una piazza, un vicolo!) e di un team eccezionale, nel quale spiccavano attori come Gian Maria Volontè (l’indimenticabile tenente Vincenzo Stimolo), Regina Bianchi, Pupella Maggio, Lea Massari, Jean Sorel, Frank Wolff, Aldo Giuffrè, Luigi De Filippo e il piccolo Domenico Formato nei panni di Gennarino, soggettisti e sceneggiatori come Vasco Pratolini, Carlo Bernari, Raffaele La Capria, Massimo Franciosa, Pasquale Festa Campanile, il direttore della fotografia Marcello Gatti, il compositore Carlo Rustichelli. I grandi attori coinvolti, per rafforzare l’idea che si trattasse di un film collettivo realizzato dalla e per l’intera comunità, vollero partecipare al film mantenendo l’anonimato.
Lo stesso Aldo De Jaco, al momento dell’uscita del film nelle sale, giustamente scrisse sulle pagine di “Rinascita”: “È questo un avvenimento di grande importanza per Napoli e ancor più lo sarà quando il film verrà proiettato nei cinema dei quartieri e della periferia a prezzi più accessibili; un avvenimento che – a parte il valore intrinseco dell’opera d’arte cinematografica – ha una eccezionale importanza nel processo di evoluzione democratica della città divisa da quelle giornate di ardimento antifascista da venti difficili e lunghi anni di amara esperienza e di involuzione”. De Jaco si riferisce ai venti anni intercorsi tra le memorabili giornate del 1943 e l’uscita nelle sale del film di Loy. Anni in cui Napoli visse la tragedia appunto della borsa nera, la nettissima affermazione della Monarchia nel referendum del 2 giugno 1946, gli scontri che anticiparono e seguirono la proclamazione della Repubblica, la vittoria del laurismo.

Perché tenere ancora vivo quel ricordo?

Quale dunque, oggi, l’atteggiamento che la comunità cittadina deve assumere al cospetto di tale anniversario? Come ha scritto Guido D’Agostino, che ha da sempre sostenuto l’importanza di conservare la memoria di quelle giornate, “sembra dunque che un passato del genere si debba trascurare, o non piuttosto viverlo, facendolo rivivere, con orgoglio, partecipazione collettiva e non senza momenti istituzionali di qualche solennità?”.
Non dimenticare, ma promuovere e sostenere il ricordo di quegli uomini e quelle donne che scelsero di mettere a repentaglio la propria esistenza piuttosto che seguire un istinto di sopravvivenza e ‘convenienti’ silenzi. È dunque dovere di una comunità, che intende promuovere la formazione di una cittadinanza attiva e consapevole, offrire alle nuove generazioni strumenti perché possano conoscere quanto accaduto prima di loro e comprendere da dove veniamo e quello che oggi siamo. La memoria è, infatti, “il motore di pratiche tutte contemporanee, che a loro volta promuovono futuri”. È proprio per questo che le nuove generazioni devono essere sempre centrali e protagonisti del programma delle manifestazioni celebrative.
È ancora oggi tempo di chiedersi come e perché la città, prima in Europa a liberarsi del nazismo con le sue sole forze, il due giugno del 1946 abbia scelto in modo così chiaro la monarchia e poche volte nel corso della vita repubblicana abbia ritrovato quell’anelito di partecipazione e quel coraggio che avevano consentito ai protagonisti di settantacinque anni fa di “decidere di decidere” e di capovolgere la storia. Sapremo noi e, in particolare, sapranno le nuove generazioni cogliere invece la straordinaria attualità di quegli eventi, considerando il reiterarsi in questi ultimi mesi di aggressioni squadriste da parte di militanti di estrema destra nei confronti di chi occupa pacificamente gli spazi di partecipazione che la democrazia offre o dovendo tristemente prendere atto della ripresa di politiche xenofobe e razziste nel nostro paese? La libertà è bella, ma è necessario difenderla e darle nuova linfa. Se ciò accadrà, il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne finalmente non sarà stato vano. In caso contrario a nulla varrà qualsiasi tipo di celebrazione o di ricordo.

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Autore

Mario Rovinello

membro del direttivo dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea «Vera Lombardi», è stato nominato cultore della materia di Letteratura italiana all’Università Federico II. È docente di materie letterarie nei licei. È nel comitato direttivo delle riviste “il tetto”, “Meridione. Sud e Nord del mondo”, “Resistoria. Bollettino dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea Vera Lombardi”. Ha pubblicato numerosi articoli su quotidiani, riviste e libri collettanei. È curatore di libri sulla scuola e sulla Resistenza, tra cui L’onda della libertà. Le Quattro Giornate di Napoli tra storia, letteratura e cinema (ESI, Napoli, 2015). Ha curato con Ugo Maria Olivieri il dossier “Università e scuola”, pubblicato su “il tetto”, 2013. 

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