Ordini professionali finalmente al via, stop all’abusivismo in sanità

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Finalmente, dopo decenni di attesa, dallo scorso 4 luglio, gli operatori sanitari si stanno iscrivendo, grazie al ddl lorenzin, agli ordini professionali. Per gli infermieri, i fisioterapisti, i tecnici sanitari, ovvero per tutte le 22 nuove professioni sanitarie, si conclude l’intero processo di professionalizzazione  che ha reso un importante contributo al miglioramento dell’assistenza nel nostro Paese. L’iter del ddl è iniziato il 12 marzo 2014 con l’assegnazione in commissione igiene e sanità ed è terminato con l’approvazione definitiva il 22 dicembre 2017, data epocale per gli operatori tutti. L’intero processo che ha portato gli operatori della sanità da personale ancillare a professionisti autonomi è cominciato agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso con il passaggio del percorso formativo dalle Regioni e/o dagli enti accreditati alle università. Questo era un passaggio fondamentale perché sono tre le caratteristiche che differenziano le professioni intellettuali dai mestieri o da altre attività:

  1. una tipologia di intervento altamente specialistica con conseguente elevato grado di responsabilità;
  2. un coinvolgimento intellettuale che predomina su quello manuale;
  3. un alto grado di preparazione.

E un alto grado di preparazione non poteva arrivare dalle Regioni tramite le proprie aziende o dagli istituti accreditati perché la formazione era estremamente differenziata e gli operatori avevano preparazioni diverse a seconda della provenienza, come se le persone delle quali bisogna prendersi cura non fossero uguali su tutto il territorio nazionale. Con la formazione universitaria, che opera previa determinazione di ordinamenti didattici emanati con decreti ministeriali, tutti i professionisti della salute hanno la stessa preparazione.
La formazione è l’elemento fondamentale responsabile della qualità degli interventi del singolo professionista. Come si dirà in seguito, una delle componenti essenziali al processo di professionalizzazione è rappresentata dalla individuazione e rivendicazione di un corpus di conoscenze scientifiche e tecniche.
Tutte le professioni hanno fondato e fondano la rivendicazione di uno status sul carattere scientifico delle proprie competenze. Come ha osservato Larson, una base scientifica imprime al professionista un marchio di legittimità derivante da un patrimonio di conoscenze.
Il riconoscimento successivo di professionalità fu dato dalla emanazione dei decreti ministeriali emanati tra il 1994 e il 1997, decreti che sancivano i contenuti delle attività delle singole professioni, portando all’abolizione dei cosiddetti mansionari, che limitavano le operatività ad una lista di lavori da svolgere.
Il vero atto costitutivo arrivò con la  legge n. 42 del 1999, il cui articolo uno citava testualmente: “la denominazione professione sanitaria ausiliaria,” omissis “è sostituita dalla denominazione professione sanitaria”. Finalmente gli operatori sanitari non erano più ausiliari di nessuno ma professionisti.
All’apparire del nuovo secolo, è arrivato un altro momento giuridico importante che ha riconosciuto a questi professionisti il ruolo dirigenziale: è la legge n. 251 del 2000 a sancire non solo questo ma anche un percorso di laurea magistrale per coloro che volessero diventare dirigenti, docenti o ricercatori nell’ambito delle diverse professioni. La legge 251 riconobbe le specificità delle  professioni sanitarie, differenziandole in  aree, che sono profondamente diverse e si attuano attraverso formazioni magistrali diverse. Ma tutto questo ancora non bastava, oltre a dover subito dire che tutto questo ancora non è stato recepito.
L’analisi sociologica ha dibattuto a fondo la natura delle caratteristiche che distinguono le professioni dalle altre occupazioni ma successivamente l’attenzione degli studiosi si è spostata sul processo mediante il quale le singole occupazioni, nel corso della loro storia, si trasformano in professioni, ossia acquisiscono gli attributi di professionalità. La maggior parte degli autori concorda nell’individuare quattro componenti che, nel loro insieme, danno vita ad un processo di professionalizzazione:

  1. individuazione e rivendicazione di un corpus di conoscenze scientifiche e tecniche;
  2. nascita e sviluppo di processi formativi;
  3. nascita e sviluppo di associazioni professionali;
  4. riconoscimento da parte dello Stato.

In merito ai primi due punti, già ho spiegato il perché diventava indispensabile il passaggio formativo alle istituzioni universitarie. Sul terzo, bisogna sottolineare come l’indispensabilità di un processo professionalizzante viene prima colto da un piccolo gruppo che acquisisce le giuste motivazioni per il prosieguo del lavoro e, poi, tutti gli appartenenti ad una determinata categoria di operatori partecipano al processo tramite l’associazionismo. Il riconoscimento da parte dello Stato, infine, è stato l’anello mancante per la chiusura del processo, si è fatto attendere qualche anno ma, come si diceva all’inizio, finalmente è arrivato alla fine dello scorso anno grazie al ddl Lorenzin.
Occorre allora capire perché era così importante questo ulteriore tassello che pone fine all’abusivismo in sanità e perché era inaccettabile che ancora non fosse arrivato, visti i danni che ha provocato l’abusivismo sulla salute delle persone bisognose di cure.
Prima ancora di questo, occorre capire il perché si è avuta in sanità questa rivoluzione copernicana che in poco più di un ventennio ha completamente stravolto i processi assistenziali della nostra nazione. Nei processi industriali, la qualità del prodotto non dipende dalla natura del rapporto tra impiegati e clienti ma è legata alle tecniche di fabbricazione. Al contrario, l’efficacia nei servizi sanitari e sociali dipende dalla capacità dell’operatore e dalle relazioni che egli ha con l’utente. Il comportamento degli operatori è determinato dalla preparazione professionale degli stessi e dall’assetto culturale prevalente. Per migliorare il servizio sanitario occorreva quindi migliorare la qualità dei professionisti sanitari, ed ecco il cambiamento giuridico cui si è assistito in questi ultimi anni. Ma ancora tanto c’è da fare. Quello che manca ancora è il cambiamento culturale, ma di questo dirò più avanti.
E l’abusivismo? Come e dove era stato prodotto questo fenomeno intollerabile che creava danni alla salute? Come era possibile sconfiggerlo?
La formazione degli operatori sanitari precedentemente al passaggio universitario era stata anche demandata ad istituzioni private previa autorizzazione della Regione di appartenenza. La grande richiesta di operatori nella sanità accreditata, specialmente nel settore riabilitativo, e il numero esiguo di personale formato presso le istituzioni autorizzate, avevano fatto proliferare corsi e corsetti presso aziende private attivati senza alcuna autorizzazione. I titoli rilasciati da queste pseudo scuole non avevano nessun valore legale e nessuna certezza di preparazione professionale. Era però oltremodo difficile, data la proliferazione e la diversificazione di titoli, capire se un operatore fosse stato formato presso un istituto non riconosciuto e quindi da ritenere abusivo. Le stesse aziende sanitarie, nel procedere per l’ammissione ai concorsi, avevano difficoltà a differenziare il personale abusivo da quello regolarmente formato.
Immaginiamoci, soprattutto, la difficoltà per un paziente di capire se l’operatore che stava effettuando una prestazione riabilitativa o di altro genere fosse o no formato regolarmente. Solo l’istituzione di un ordine professionale poteva porre fine a tutto ciò, potendosi iscrivere allo stesso solo i possessori di titoli validi. D’ora in poi, quindi, basterà richiedere l’iscrizione per accertarsi di non  essere al cospetto di un abusivo.
È veramente grave che in un paese civile, nel ventunesimo secolo, fosse ancora possibile affidare interventi sanitari ad operatori abusivi. Finalmente, dopo tanti tentativi andati a vuoto, grazie al precedente governo, si è posto fine a tutto ciò.
Risolto il problema abusivismo, non occorre altro per il miglioramento della assistenza? Purtroppo occorre molto altro ancora ma non solo e non principalmente dal punto di vista giuridico. Un mutamento non può essere imposto per legge ma richiede soprattutto che i soggetti che vi partecipano acquisiscano nuove capacità cognitive e relazionali, che diano luogo a nuovi schemi di comportamento e pongano una diversa struttura dei rapporti umani. Un sistema cambia se cambia il modo in cui la gente si comporta, pensa, sente, il modo in cui le persone si trattano reciprocamente. Se le persone coinvolte in un processo di riforma, dirigenti medici, dirigenti amministrativi, docenti universitari, etc., conservano le proprie caratteristiche e cercano di orientare il mutamento in direzione tale da conservare, se non rafforzare, il proprio potere informale, nulla cambia e il sistema non migliora assolutamente. Questo è accaduto e questo accade nel sistema sanitario.
Solo un vero aggiornamento professionale, con processi formativi comuni, tesi a formare una visione culturale di interprofessionalità potrà cambiare le cose. E forse così riusciremo a portare veramente la persona bisognosa di cure al centro dei processi  assistenziali.

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