Negozi chiusi di domenica, italiani divisi tra lavoro e riposo fin dal 1932

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È sempre più acceso il dibattito sulla possibilità di ripristinare la chiusura domenicale nel mondo del commercio, oggetto di alcune proposte di legge, in particolare una del M5S, per le quali è stato avviato pochi giorni fa l’iter in Commissione Attività produttive della Camera. Un’ipotesi che sta dividendo in due l’opinione degli italiani, come risulta dai più recenti sondaggi, che vedono favorevoli e contrari in numero praticamente pari.
Ma è giusto o meno che i negozi rimangano aperti durante i giorni festivi? E quali sono le ragioni che, nel corso del tempo, hanno portato alla situazione attuale, in cui è possibile tenere aperte le attività commerciali anche di domenica?
L’esigenza dei lavoratori di trascorrere più tempo con la famiglia si è sempre scontrata con quella dei commercianti di soddisfare i propri clienti, anch’essi – d’altro canto – lavoratori.
Dal punto di vista normativo, fu il governo Monti a dirimere la questione in favore dell’esigenza di commercianti e consumatori, introducendo la definitiva liberalizzazione dell’apertura dei negozi con la legge cosiddetta “Salva Italia” esprimendo, in essa, quel principio secondo il quale la rimozione di vincoli e delle restrizioni alla concorrenza potesse creare condizioni per far ripartire il Paese.
Gli orari dei negozi però, hanno avuto una storia legislativa lunga, che inizia nel secolo scorso, molto tempo prima della legge “Salva Italia”. Nel 1932 con la legge n. 973, infatti, il prefetto aveva la facoltà di determinare “i giorni di chiusura totale o parziale, oltre le domeniche, l’orario di apertura e chiusura in tali giorni e l’orario di apertura e chiusura nei giorni feriali”. Con la successiva legge n. 370/1934 fu meglio specificato il riposo obbligatorio di 24 ore la domenica (salvo alcune eccezioni). La legge n. 611/1966 estese, poi, il riposo obbligatorio domenicale anche ai panifici.
Successivamente, la legge n. 558/1971 delegò le Regioni per la determinazione degli orari di apertura e chiusura, con obbligo di chiusura totale nei giorni domenicali e festivi, ed orario di apertura complessivo settimanale non superiore alle 44 ore. All’obbligo di chiusura domenicale e festiva facevano, però, eccezione le “località ad economia turistica e limitatamente ai periodi di maggior afflusso turistico”.
Con la successiva legge n. 887/1982, cambiò ancora la normativa: i negozi dovevano aprire non oltre le ore 9 e dovevano chiudere non oltre le ore 20, in deroga al limite massimo di 44 ore settimanali, che di fatto scomparve. Un successivo decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 30 aprile 1983 precisò che l’apertura mattutina non oltre le ore 9 andava intesa, per i negozi alimentari, in modo tale da “poter fornire il servizio anche ai consumatori che devono fare acquisti prima di recarsi al lavoro” e che gli operatori commerciali non erano tenuti ad osservare l’intervallo di chiusura pomeridiana, cosicché i supermercati poterono praticare l’orario continuato. Infine, successivamente, fu data la possibilità di apertura serale fino alle ore 21, estendendo la facoltà di apertura domenicale e festiva ai negozi di libri, dischi, musicassette e videocassette, antiquariato, mobili, eccetera.
Dal questo breve excursus  legislativo si evince una graduale tendenza, nel corso di quasi un secolo, ad eliminare vincoli sugli orari e sulla chiusura festiva, sia per assecondare le esigenze di un mercato distributivo sempre più articolato, come quello dei supermercati che possono giovarsi del lavoro part-time e di lavoro flessibile, sia perché le gabbie orarie non hanno più senso nella moltiplicazione dei consumi, degli impegni sociali, di lavoro, degli spostamenti turistici e del tempo libero avvenuta negli ultimi trent’anni.
Le varie proposte depositate in Parlamento sul  ritorno alla chiusura domenicale e/o nei giorni festivi è da considerare, quindi, un bene o un male? Entrambe le scelte presentano pro e contro. C’è, però, da notare che, dall’ultimo intervento del 2011 del governo Monti, non si sono riscontrati, dal punto di vista statistico, quegli incrementi occupazionali nel settore del commercio che erano tra i motivi che giustificarono l’adozione del provvedimento.
Inoltre, nonostante i contratti collettivi di lavoro abbiano negli anni inserito e previsto vantaggi e maggiorazioni retributive a favore dei lavoratori impegnati nei festivi, spesso gli stessi rimangono inattuati in nome di quella crisi economica che, nell’ultimo decennio, è diventato strumento di ricatto occupazionale.
Pertanto, lasciando stare le prese di posizione “ideologiche”, bisognerebbe riportare la discussione su un piano più razionale: innanzitutto bisognerebbe far valere i diritti dei lavoratori e contestualmente rendere più autentico il dibattito per dialogare sul punto di equilibrio dinamico tra tempi di vita e tempi di lavoro.
Riflettere e dialogare, dunque, su come conciliare famiglia, tempo libero e lavoro mantenendo inalterato l’interesse di retribuzione attraverso le maggiorazioni economiche sui festivi.

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Autore

Francesco de Rienzo

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