Malati di immigrazione, le terapie sbagliate per un’emergenza che non c’è

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Malati di immigrazione, le terapie sbagliate per un’emergenza che non c’è

Una continua, perenne, ostinata campagna elettorale ha fatto sì che l’immigrazione diventasse la sola malattia che affligge il nostro Paese, e che una volta trovata la cura, scoperto l’antidoto, l’Italia risolverà tutti i suoi problemi, eliminerà tutti i suoi acciacchi.
È indubbio che barconi, profughi, richiedenti asilo, accoglienza, diritti dei migranti, permessi di soggiorno, culture diverse dalla nostra, religioni altre, sono certamente una sfida, creano “sofferenze”; il punto è se la cura, le medicine, le terapie messe in campo dalla politica sono quelle giuste.
Intanto, la prevenzione non può basarsi sul lasciare la sorte di tanti disperati nelle mani di un paese, la Libia, oggi più di ieri senza nessuna affidabilità, senza un minimo di credibilità e con una lunga “letteratura” che ne racconta le crudeli modalità con le quali viene gestita la “permanenza” di coloro che, partendo da tanti “inferni”, tentano di arrivare nella “paradisiaca” Europa.
Né la prevenzione può basarsi sui respingimenti, sugli abbandoni in mare, e tanto meno evocando la demagogica formula magica “aiutiamoli a casa loro”.
Oggi, poi, tutto è più lontano dalla chiarezza, visto che il governo, un giorno sì e l’altro pure, promette cure miracolose, improvvisa soluzioni, sapendo di alimentare odio e razzismo, beandosi del fatto che questo clima fatto di paura e di egoismo crea consenso facile e distrae l’attenzione degli italiani dai tanti loro problemi e dalle oggettive difficoltà che si incontrano nel governare.
Questo è il paese nel quale tanti sono ancora convinti, ad esempio, che i soldi della gestione dell’accoglienza potrebbero essere spesi per gli italiani, o che i trentacinque euro entrano, quotidianamente, nelle tasche dei profughi.
Questo è il paese che ha trasformato una fisiologica, naturale, immigrazione in una invasione. Questo è il paese che ha dimenticato la storia dei suoi emigranti; questo è il paese, oggi, che pur di convincersi della “purezza” dei suoi attuali governanti, ha rimosso gli errori e le scelte fatte dal centrodestra, quando negli ultimi venti anni ha governato, ponendo le basi ed accettando, ottenendo dall’Europa un lauto tornaconto economico, norme, vedi la cosiddetta “Dublino”, che oggi ci impongono, ci obbligano, ci impegnano ad accogliere e non a respingere.
Poi con l’avvento dell’era Salvini è stata avviata una battaglia contro le ONG, ed è stata confermata e rafforzata l’dea scellerata di una Libia panacea di tutti i mali (in questo, il pioniere è stato l’ex ministro Minniti).
Si è nobilitato l’odio, criminalizzando il buonismo, si giustificano ronde ed azioni squadriste, si varano leggi che nulla hanno a che fare con vere politiche sicuritarie, figuriamoci se considerabili nel novero delle dinamiche che dovrebbero riguardare l’integrazione di chi prova ad arrivare in Italia; in più si riducono i diritti di coloro che lavorano con noi, vivono con noi, da anni ed anni.
Se si vuole veramente, seriamente, mettere mano ai meccanismi che regolano il diritto di asilo, le politiche di accoglienza, la sicurezza, si devono far bene le cose regolate dalle norme già esistenti.
Chi tenta di arrivare deve poter chiedere protezione umanitaria al nostro Paese, non fermato in mare, non lasciato morire, non essere rimpatriato, senza che sia valutata la sua legittima richiesta di asilo.
Ad esaminare e decidere sulla sorte degli asilanti sono preposte delle Commissioni Territoriali, non la frenesia di questo o di quel ministro di turno.
Basterebbe aumentare il numero delle commissioni, distribuendo meglio l’onere delle valutazioni, rendendo le decisioni più serene, meno influenzate da fittizie emergenze, e prese in tempi civili, non come succede ora, con lungaggini bibliche che negano diritti umani a chi è in attesa di un permesso di soggiorno, comportano maggiori costi al capitolo accoglienza e sono manna dal cielo per chi, su questi ritardi, lucra.
Bisognerebbe capire quali sono i criteri con i quali si affidano esseri umani ai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), se si valutano con la necessaria delicatezza del caso i requisiti di chi si candida a prendere in carico per mesi e mesi la vita di tante persone.
Bisognerebbe soprattutto riuscire a “rivedere” il cosiddetto Regolamento di Dublino che impone l’esame delle richieste d’asilo dei migranti al primo paese di sbarco, e distribuire il carico degli arrivi a tutto il continente. Ovviamente, non avendo l’Italia l’esclusività nel campo degli egoismi, della xenofobia e del razzismo, i crescenti e preoccupanti “egoismi” dei paesi europei, guidati dagli “amici politici” del nostro ministro dell’Interno, allontanano ogni possibilità di revisione del “Dublino”.
Intanto il governo pensa al superamento dell’esperienza del sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) costituito dalla rete di enti locali, privilegiando la gestione privata, meno controllabile, dei CAS. E per non lasciare nulla di intentato, contemporaneamente si sta prodigando per rendere sempre più difficile la vita di chi vive in Italia da tempo, complicando i rinnovi dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari, varando norme, spesso incostituzionali, che escludono immigrati da bonus, da aiuti, arrivando ad avallare mense scolastiche solo per i bambini italiani, composizione di aule per colore della pelle, diritto allo studio limitato per gli extracomunitari, e via discorrendo.
Tutto questo per aver prima convinto gli italiani ad essere malati di immigrazione, guadagnando consenso proponendosi come antidoto, ed oggi, poi, proponendosi come salvatori della patria, perché la xenofobia tutti gli altri problemi del Paese se li porta via.

 

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Autore

Vincenzo Annibale

Responsabile ufficio immigrati della Cgil Napoli

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