Io, fratello nero… a metà

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Parlare in prima persona non è una buona abitudine per un giornalista, ma a volte, come in questo caso, si rende necessario perché il protagonista dei fatti di cronaca che sto per raccontare è proprio chi scrive.
Mi rendo conto di non essere per niente al passo con i tempi, ma da sempre, almeno fin dal liceo, non ho mai compreso bene il concetto di confine tra gli stati, né la ragione per la quale debba essere considerato un delitto passare da una parte all’altra di questa linea spesso fisicamente inesistente ma più efficace di qualsiasi muro o fossato nel separare le persone. Pur rendendomi conto che un minimo di controllo del “traffico” è necessario da parte di ogni singolo stato per accogliere al meglio gli ospiti, integrandoli, ed evitare che gli ospitanti possano subire troppi fastidi, così come nella nostra casa non ci sogneremmo mai di invitare un numero di persone eccessivo, mi stupisco di come questo problema sostanzialmente di tipo organizzativo possa scatenare passioni contrapposte.
Se tutto dovesse e potesse restare immobile, e ognuno dovesse quindi restare nel posto in cui è venuto al mondo, la vita si ridurrebbe in gran parte nella fortuna (o la sfortuna) di essere nato da un lato o dall’altro del confine.
Invece, la storia dimostra che la vita, le civiltà, anzi la civiltà umana tutta, si è evoluta proprio grazie a chi ha preso ed è partito, a chi ha valicato quel confine, sia stato esso spinto dal coraggio, dalla curiosità o dalla disperazione. E i popoli più fortunati sono stati quelli che sono stati in grado di accogliere al meglio queste migrazioni, mettendo a frutto l’energia e le conoscenze di chi arrivava.
Per questi motivi, appare abbastanza chiaro che noi potremmo stare a discutere per anni sulla bontà o meno di questo o quel provvedimento sull’immigrazione, senza mai venire a capo del vero problema al quale oggi sono difronte l’Italia e l’Europa, che non è come organizzare l’accoglienza (in quel caso, si sperimentano le soluzioni e si vedono, nel corso del tempo, quali funzionano meglio), ma se pensiamo che queste persone abbiano o non abbiano il diritto di venire a romperci le scatole, come spesso si dice, “a casa nostra”.
Se questo è il problema, allora partiamo da un presupposto ideologico, drammaticamente sbagliato: riteniamo che gli immigrati siano altro da noi, come se appartenessero ad una specie diversa. Quindi, sol perché stranieri, sono più assassini, più ladri, più stupratori di noi italiani ed europei, non si sa bene per quale ragione razionale. In particolare, poi, più sono neri e più sembrano delinquenti (le cronache quotidiane lo dimostrano ampiamente: nessun branco lincia un irlandese o un newyorkese bianco, benché stranieri). Il dibattito pubblico è, quindi, inquinato da questi retropensieri della “gente” che assicura di non essere razzista, ma dimostra nei fatti di sentirsi comunque diversa (e ovviamente migliore) di quelli che appartengono ad un’altra razza. Tant’è che – nonostante ricorrano gli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia – se si pensa ad una legge a favore dei poveri, il governo ritiene debba essere solo a favore dei poveri cittadini italiani, gli altri possono morire di fame, anche se – come nella stragrande maggioranza dei casi – hanno versato tasse e contributi nelle casse del “nostro” stato, guadagnandosi il diritto ad essere assistiti come gli altri.
Ma il punto non è il singolo provvedimento, il punto è che un’altra razza non esiste. Che apparteniamo tutti alla stessa razza, quella umana, è stato detto in maniera autorevole da altri. In questo articolo voglio solo raccontare due episodi che confermano questo assunto. Io ho una carnagione abbastanza scura, quando avevo 10 anni, un generale piemontese in pensione mi si parò davanti e con voce stentorea chiese se fossi mai io il figlio del console egiziano e di salutargli papà. In realtà, quel ragazzo e suo fratello giocavano ogni giorno con me e mio fratello in una piscina di un residence estivo. Io ero scuro almeno quanto un egiziano, ma la cosa non mi sembrava strana. E più volte, nel corso della vita, sono stato scambiato per un nordafricano o un mediorientale. A fine giugno, fermo ad un semaforo a Mondragone, un mendicante nero si avvicina al finestrino e mi dice: “Bello, fratello africano!”
Aveva ragione lui. Era solo un po’ più nero di me. Io ero un nero… a metà, come avrebbe detto Pino Daniele. Lo sono per la storia della mia città, Napoli. Lo sono per la musica che ascolto, prevalentemente nera, dal Jazz che ho studiato dai miei miti Davis, Coltrane e Rollins, al Soul, all’R&B e al Funk di Bruno Mars, che stavo ascoltando in macchina, proprio mentre quel fratello nero mi prendeva simpaticamente in giro.
E poi, è arrivato il mondiale di calcio. E mio figlio faceva e disfaceva formazioni di questa o quella nazionale su foglietti volanti. Un bel giorno, non so di cosa si stesse parlando, all’improvviso ho scoperto che mio figlio credeva che i francesi fossero tutti neri di pelle. Io e mia moglie siamo scoppiati a ridere e gli abbiamo detto che invece sono bianchi, come Asterix ed Obelix. Non saprei come descrivervi lo stupore disegnato sulla sua faccia: “Ma quelli della nazionale sono tutti neri”, rispose. Anzi, siccome in queste cose è preciso, contò i pochi bianchi della rosa pronunciandone i nomi: “Sono solo cinque su ventitré”, protestò. Quella nazionale (termine che deriva da Nazione) composta da neri ha vinto il campionato del mondo per la Francia bianca ed europea.
E c’è ancora qualche imbecille che ritiene che il suolo italiano sia “casa sua” e non di altri, come se gliel’avesse lasciato in eredità suo padre. Questo modo di pensare, che rischia purtroppo di avere drammatiche conseguenze, è così ridicolo e fuori dal tempo che verrà seppellito da una risata. Spero più prima che poi.
Ma, con un po’ di pazienza, e molta meno colpevole indifferenza, succederà.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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