Destino Inverso

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di Sergio Scubla

Basta ho deciso. Questo paese non è più vivibile, o non lo è più per me e per quelli come me. Da quando questa dittatura fascista si è installata al potere non si vive più. Oggi stanno discutendo di instaurare il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato. Certo, loro dicono che lo fanno per risolvere il problema della disoccupazione giovanile, in realtà, ne sono convinto, è solo un modo per militarizzare il paese. Ormai è tutto proibito, scioperare, manifestare, avere un’idea diversa da quella del governo. Prima ci hanno detto che dovevamo lavorare più a lungo, che la vita media si era prolungata. Poi che dovevamo lavorare più ore, perché i mercati ce lo chiedevano. Adesso aggiungono che dobbiamo fare rinunce, il che significa, per chi ha un lavoro, dover rinunciare a una parte del già esiguo stipendio, perché chi non lavora non ha nemmeno quello. E allora hanno avuto la bella pensata del servizio militare a tempo indeterminato. Lo spacciano come una rivoluzione sociale. Ti dicono che potremo risolvere tante magagne di questo paese, una specie di servizio civile. E invece io già lo so, i soldati verranno utilizzati contro chiunque dissentirà.

È incredibile come hanno ottenuto il consenso della gente. Padri felici di vedere i propri figli servire la patria e al contempo portare uno stipendio a casa. Com’era lo slogan? Ah sì : “Aiuta il tuo paese, aiuta la tua famiglia”.

Cazzate, non ci sto. Non andrò a massacrare i lavoratori nelle vie, me ne vado. Prendo quei pochi soldi che ho risparmiato, circa 1500 dollari, e con questi mi pago il viaggio verso una paese migliore, verso un futuro degno di essere vissuto.

Ho sentito dire che il viaggio è lungo e pericoloso, ma io non ci credo. Sono voci governative messe in giro ad arte per dissuadere la gente dal lasciare il paese. Oltre quel braccio di mare mi aspetta un lavoro dignitoso, un popolo evoluto, un paese democratico.

Per questo oggi sono salito sul pick-up bianco, ormai diventato rosso come la polvere che raccoglie lungo le strade sterrate che percorre per evitare i controlli della polizia. Molti di quelli che vengono arrestati poi scompaiono, nessuno sa dove finiscono. L’autista che ha raccolto i soldi ci ha detto che la sua organizzazione ha corrotto la polizia, e che possiamo stare tranquilli. Mi sento un po’ a disagio in mezzo a questa gente disperata, povera, sconosciuta.

Sul pick-up, siamo in 14. Stiamo stretti, ma nessuno si lamenta. Tra noi ci sono anche 3 donne, una delle quali con il figlio, che a occhio e croce avrà due anni. Nessuno parla, i nostri occhi non si incrociano mai. Viaggiamo per 8 ore così, nel silenzio assoluto. Sguardi preoccupati, chissà cosa ci aspetta, saranno vere quelle voci?

Arriviamo in un luogo sperduto in montagna, il niente intorno, solo alberi e rocce. C’è una specie di caserma lungo la strada. I trafficanti armati ci spingono dentro, con violenza. La madre col figlio cade, al padre che protesta viene spaccata la faccia con il calcio del fucile. Adesso la paura è grande.

Dentro è tutto sporco. Ci sono molti uomini dell’organizzazione, armati, che ci controllano, ci spintonano. Intorno a noi una cinquantina di persone magre, sofferenti.

Veniamo raccolti tutti al centro del piazzale, intorno al quale sono costruiti i casamenti che, intuisco, saranno i nostri alloggi. Dopo due ore al sole cocente chi protesta viene picchiato. Non si può nemmeno chiedere un bicchiere d’acqua. Silenzio, attesa. Dopo un’altra ora, arriva un tipo alto, fisico imponente, vestito da militare, occhiali da sole neri. Si piazza davanti a noi con le gambe allargate e le mani sui fianchi. Tutto di lui dice che è un capo. Ci arringa: “Benvenuti signori! Benvenuti al nostro hotel 5 stelle. Qui sarete trattati come re e regine, – e lo dice guardando quella ragazza carina in fondo alla fila – per i pochi giorni che vi tratterete qui. Adesso i miei uomini vi mostreranno le stanze. Avremo cura di voi e ben presto continuerete il vostro viaggio. Godetevi il soggiorno!” Dicendo questo, fa un cenno verso la ragazza carina. Un uomo armato la prende per un braccio e non risponde alle sue domande. Il capo, il suo uomo e la ragazza scompaiono in una porta, dentro la quale non vediamo niente. Ma sentiamo, oh se sentiamo. Dopo pochi secondi la ragazza inizia ad urlare e sentiamo chiaro il rumore di uno schiaffo terrificante. Noi intanto siamo ancora raggruppati al centro del piazzale, gli uomini armati si sono avvicinati a noi. Qualcuno, sentite le grida, ha avuto una reazione, ha fatto un passo avanti. Tanto è bastato per prendere il calcio del fucile in piena faccia. Gli uomini armati non parlano, ma picchiano forte. La ragazza continua ad urlare, ormai è chiaro a tutti cosa sta succedendo.

Possiamo sentire la paura entrare nei nostri cuori come una lama nel burro.

No, non ci sto. Non sono scappato dalla mia gente per trovare questo. Aspetto un attimo di distrazione della guardia e poi lo colpisco forte alla testa, lui cade, cerco di approfittare dell’attimo di sorpresa delle altre guardie e corro verso le grida. Sento partire il colpo di fucile e lo sento quando sfiora le mie carni, ferirmi, anche se  solo di striscio, ma è abbastanza per fermarmi. Cado. In un attimo tre guardie mi sono addosso e mi picchiano forte, sempre più forte. Poi mi prendono, mi portano in una stanza buia, sudicia, puzza di escrementi e muffa. Mi sorreggono loro, io non riesco a stare in piedi. Mi sbattono su una sedia e mi legano. Di nuovo le botte, sulla testa, sulle gambe ovunque. Continuano così per un po’, non saprei dire quanto. Perdo i sensi. Quando riapro gli occhi sono ancora su quella sedia, ho la gamba fasciata e una guardia davanti a me. “Mi uccideranno?” chiedo. “Non me ne frega un cazzo” risponde.

Non mi hanno ucciso. Adesso sono tre mesi che siamo chiusi qui, ma sono vivo. Altri uomini sono stati torturati nella stanza sudicia e puzzolente, altre donne hanno passato la porta buia, altre grida si sono alzate. Intanto qui dentro siamo arrivati ad essere un centinaio, dormiamo accatastati. Adesso ci hanno riuniti di nuovo nel piazzale. Il capo arriva e ci urla “Va bene villeggianti! Domani si parte! Passeremo il confine, raccogliete le vostre stronzate e preparatevi!”

Siamo tutti a pezzi, ma un alito di gioia si insinua nei nostri cuori.

Il mattino seguente ci sono 10 pick up ad attenderci. Veniamo fatti salire e ci dobbiamo stringere ancora per entrare tutti. Partiamo. La strada è sconnessa e facciamo fatica a sorreggerci per non cadere dalle auto. Ancora silenzio tra noi, ancora sguardi sfuggenti. Insieme a me c’è la ragazza carina, ma i suoi occhi sono spenti. Dopo la prima volta, tante altre volte ha passato quella soglia. I trafficanti ridono sguaiatamente, raccontandosi le prodezze che hanno compiuto con lei, con le altre donne.

Poi ad un tratto cala il silenzio. Capisco che dopo 4 ore di viaggio siamo finalmente vicini al confine. È il momento più delicato. Un niente, e potremmo avere la polizia addosso. Il mare è vicino.

Lo vedo, per la prima volta nella mia vita, in lontananza. L’autista accelera, quasi cado. Adesso capisco perché. Una pattuglia della polizia ci sta inseguendo. Corriamo veloci sulla strada sterrata, la polizia dietro. Ma non erano corrotti?

Riusciamo a guadagnare terreno, lo capiscono anche i poliziotti. Si fermano. Uno scende imbracciando un fucile di precisione. Lo punta verso di noi. Prende la mira. Sento lo sparo, mi abbasso più che posso in quel carnaio. Sento sibilare il colpo sopra di me, mi rialzo e capisco subito che il colpo non è andato a vuoto. Un rivolo di sangue all’angolo della bocca della ragazza carina me lo dice. Lei sgrana gli occhi e cade dal pick up. È esanime a terra, la vedo mentre ci allontaniamo. Vorrei dire all’autista di fermarsi, ma non lo faccio, la pattuglia si sta avvicinando alla ragazza. Il poliziotto scende e con la punta dello stivale rivolta il corpo. Prende la pistola e spara alla testa della ragazza. Urlo, ma non serve a niente. I poliziotti, soddisfatti, caricano il loro trofeo in auto e se ne vanno. Ce l’abbiamo fatta.

Adesso il mare è più vicino. Vedo un imbarcazione di legno, presumo che ci aspetti. Infatti arriviamo proprio lì. Ci fanno scendere dalle auto e salire sulla barca. Siamo troppi, non ci stiamo. Ci stringono all’inverosimile, e salpiamo… Appena ci allontaniamo dalla riva becchiamo un’onda più alta e la barca sembra rovesciarsi. Sette persone cadono in mare. Gridiamo al marinaio di fermarsi, ma lui nemmeno risponde. Qualcuno si avvicina, e lui, come se niente fosse, prende la pistola e spara. Un uomo viene colpito e cade in mare anche lui. Nemmeno adesso ci fermiamo. Mi volto indietro a guardare quelle persone. Ed il mio sguardo non può fare a meno di indugiare sulla riva del mio paese che si sta allontanando sempre più.

Addio Italia, chissà se ti rivedrò.

Quando arriviamo vicino alle coste libiche, la guardia costiera ci raccoglie. Veniamo rifocillati e vestiti. Lo scafista finge di essere uno di noi. Nessuno lo denuncia, chissà se farlo sarebbe bene o male, se conviene. Meglio il silenzio. Ci buttano tutti in una costruzione a due piani, circondata da filo spinato e militari armati. I volontari delle ONG sono gentili, ma i militari no. Entriamo in uno stanzone pieno di brande, sembra una palestra. Puzzo di piscio e cibo. Ho fame. Viene distribuito un rancio, fa schifo ma è gratis. Fuori, aldilà del filo spinato, un tipo alto, grassoccio, con addosso una maglietta con scritto “Libia” incita un centinaio di persone con cartelli e grida. “Via gli italiani!” “Prima i libici” “Bianchi di merda andate via!”. Penso che se il buongiorno si vede dal mattino, siamo messi male. Ma sono troppo stanco. Finalmente dormo, e per un attimo penso che finalmente sono in un paese civile, penso che avrò un futuro. Mi svegliano di soprassalto le grida. Qualcuno ha rubato qualcosa. Basta niente perché si scateni una rissa, la situazione degenera. Tutti contro tutti. La rabbia, la frustrazione fanno il resto. Arrivano i militari. Sparano in aria, niente. La rissa continua. Adesso non sparano più in aria, ma addosso alla gente. C’è un fuggi fuggi generale. Rimangono a terra quattro corpi. Occhi sgranati, militari nervosi. Arrivano i medici e le ambulanze. Portano via i corpi, ci dicono che sono solo feriti, ma io non ci credo. Penso che siano morti. Nel paese civile, quattro morti per niente. I miei dubbi sulla civiltà di questo paese vengono confermati la sera, quando alla tv, capisco, con quel poco di libico che conosco, che viene detto che i migranti hanno attaccato la polizia.

Aldilà del filo spinato i manifestanti aumentano a vista d’occhio. Adesso sono centinaia, forse migliaia. Spingono sui cancelli, hanno armi improvvisate, coltelli, forconi, ma sono tanti. I poliziotti non sono abbastanza per fermarli, ma probabilmente la cosa non li tange. Sfondano. Cristo quanti sono. Cerco riparo, ma non c’è riparo da quella folla inferocita. La polizia assiste senza intervenire. Vedo sangue ovunque, corpi, urla, polvere, maledetta polvere. Non si vede più niente. Inizio a correre, sono giovane, sono forte. Tiro qualche cazzotto a casaccio, non so chi colpisco. All’improvviso mi trovo vicino al cancello divelto. Ormai i manifestanti sono quasi tutti dentro, i militari guardano il massacro, sono distratti. È un attimo. Mi dirigo di corsa verso il cancello e lo supero. Un manifestante mi vede, ma lascia perdere. Sono fuori. Sono fuori, sono libero. Mentre mi allontano dal fabbricato  non  sento la fatica. Sento solo la felicità. Non so cosa sarà, ma sono vivo. Ormai le grida sono sempre più lontane. Mi fermo e prendo fiato. Guardo laggiù e penso che nessun uomo dovrebbe passare quello che ho passato io. Non c’è nessuna colpa nell’essere vivi.

Come Marylin Monroe

A.A. V.V.

SENSOINVERSO Edizioni

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