Quasi quasi cambio partito, ovvero la ballata delle “anime morte”

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Dire che sono perplesso, è poco. Le elezioni si possono vincere, ma anche perdere. Eppure, se un partito ha un senso, una sua ragione di esistenza, non può una semplice sconfitta elettorale decretarne la morte. Perché un partito esiste in quanto rappresenta qualcuno e qualcosa e, nonostante il risultato molto al di sotto delle speranze, il Partito democratico ha preso il voto di circa un quinto dell’elettorato italiano. Un risultato molto negativo, che impone una riflessione sulle scelte e sulla necessità di innovare programmi e leadership, ma non – almeno, non ancora – una pietra tombale sulla sinistra di governo nel nostro Paese.
Da settimane, però, con un’insistenza sempre maggiore, aumenta il tono e il numero delle voci di coloro che vorrebbero “superare” il Pd, di coloro che vorrebbero cambiare le forme esteriori del partito, di coloro che vedrebbero con favore un nuovo nome, un nuovo simbolo, e un nuovo leader, naturalmente. Molte di queste voci danno fiato alle loro tonsille da decenni e sono state protagoniste indiscusse di decenni di politica di sinistra in Italia, ma questo non conta perché l’importante è cambiare il nome e il simbolo del partito, sperando che gli elettori non si accorgano che le persone che animeranno il futuro soggetto politico saranno sempre le stesse: “anime morte”, come nel romanzo di Gogol’ in cui un imbroglione, travestito da benefattore, “acquista” dai proprietari terrieri di un tranquillo paesino russo servi della gleba deceduti, facendo intravedere ai venditori un guadagno fiscale, ma con l’obiettivo di organizzare una gigantesca truffa.
Anime morte che vogliono dar vita al partito della sinistra del futuro, dunque. Visto il livello del ridicolo al quale si è giunti, non è escluso che qualcuno di questi neocritici a posteriori del Pd possa anche cambiare taglio di capelli o montatura degli occhiali, puntando sulla scarsa memoria fotografica degli italiani. Ai quali, nel frattempo, viene fatto il lavaggio del cervello mediatico sul fatto che il Pd non funziona più: come se fosse colpa del nome o del simbolo la sconfitta, e non dei dirigenti del partito e degli errori commessi. Chi ha sbagliato dice: “il progetto del Pd è fallito” e non, come dovrebbe, “scusate tanto: questo progetto era bellissimo, ma non sono stato in grado di portarlo avanti in maniera adeguata”. Siccome nessuno si assume le responsabilità del disastro elettorale (non solo Renzi, ma anche la cosiddetta minoranza che non è mai riuscita a proporre qualcosa di realmente alternativo, se non un ritorno ad un passato non esaltante), allora ci si unisce tutti nell’additare il Pd, e il suo simbolo tricolore, al pubblico ludibrio: UDITE GENTE! BRUCIAMO NOME E SIMBOLO DEL PD SULLA PUBBLICA PIAZZA, E LA SINISTRA TRIONFERÀ! (con, o senza, bandiera rossa: su questo dovranno mettersi d’accordo in un apposito congresso).
In realtà, chi dice questo pensa solo a se stesso e non a quel quinto dell’elettorato italiano che, nonostante tutto, ha votato proprio quel nome e quel simbolo ritenendo che rappresentasse valori quali l’inclusione, l’europeismo, la solidarietà, l’eguaglianza, l’ambientalismo. Sono milioni di persone, e ce ne sono altrettante, anzi di più, che solo pochi anni fa hanno votato quel simbolo e quel nome per gli stessi motivi, ma che oggi sono delusi. Quindi, cambiare nome e simbolo farà incazzare quelli che lo hanno appena votato (che tanto pochi non sono), e non farà tornare quelli che lo hanno appena abbandonato, che si aspettano di sentire parole nuove, di una sinistra che guarda al futuro, aperta e libera. Se le pronuncerà il prossimo leader del Pd, su quel simbolo in tanti torneranno a mettere una croce: non c’è bisogno di lanciare un nuovo logo con scoppiettante grafica in 3D.

Postilla: tra i tanti promotori di questo falò salvifico del nome e del simbolo del Pd ce n’è uno, lo ammetto, che trovo irresistibile, e il cui nome non farò perché tutti potranno riconoscerlo dalle gesta riportate nel sintetico affresco sulla sua vicenda umana, che propongo di seguito:
«Figlio di una famosa regista cinematografica, ha la vita segnata dai colpi di scena. Braccio destro dell’allora presidente di Confindustria Montezemolo, gli prepara il terreno per la discesa in politica con il movimento Italia Futura, evento che poi non avverrà mai. Ripiegato sotto le insegne di Scelta Civica, ne contesta ben presto – come tutti, d’altronde – il leader Monti. Diventato vice ministro e poi ministro di tre governi Pd (Letta, Renzi e Gentiloni), non si candida alle ultime elezioni, prevedendo la catastrofe del centrosinistra. Ma è pronto a salire sul carro degli sconfitti: il giorno dopo le elezioni, prende per la prima volta la tessera del Pd, che – sostiene, con sprezzo del pericolo – va rafforzato proprio ora che è in difficoltà, quindi gira per i circoli del partito più “in” di Roma e assicura che non si candiderà mai alla leadership perché un leader c’è già, ed è Gentiloni (che fa gli scongiuri, visto come sono finiti Montezemolo, Monti, Letta e Renzi). Non passa nemmeno un mese, però, e dice che vuol lasciare il partito, che sembra suonato. Poi ci ripensa e resta. Poi ci ripensa un’altra volta e in un’ennesima delle sue memorabili (e non rare) interviste dice che c’è bisogno di un’alleanza repubblicana per andare oltre il Pd, oltre i partiti attuali. Poi si vocifera che si candiderà alla segreteria del Pd (un partito che ritiene da superare, quindi lo farebbe per premere il tasto dell’autodistruzione). Poi si vocifera, infine, che non lo farà perché lui vuole essere il prossimo candidato premier di questa alleanza repubblicana che renderà superfluo il Pd, del quale ha preso la tessera per rafforzarlo solo pochi mesi fa».
Voce fuori campo: «LA DECISIONE DEFINITIVA ALLE CALENDE GRECHE».
CALA IL SIPARIO
APPLAUSI A SCENA APERTA!

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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