Il Pd non è un prodotto da vendere. Subito una discussione vera su valori e obiettivi

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Il Partito democratico nasce con l’ambizione di unire le culture popolari predominanti nel corso del ’900. Tanti hanno creduto che questa aspettativa fosse sufficiente a domare gli effetti del capitalismo e a governare la globalizzazione, immaginando che la soluzione per mitigare le diseguaglianze e le sproporzioni del mondo globalizzato fosse amministrare bene l’esistente, governare bene i territori, continuare a tessere i fili con pezzi di società e “raggruppare” tutto verso una vocazione maggioritaria (il famoso uniti pur nelle diversità). Sono passati ben 11 anni dalla nascita del Pd, e in questo momento possiamo scattare un’istantanea di quanto è accaduto.

I territori che il Pd governava bene non ci sono più, l’alternativa al governo centrale, una delle peculiarità del Pd, è totalmente distrutta. Le parti sociali con cui il Partito democratico ha interagito sono totalmente diventate autoreferenziali, non in grado più di rappresentare le istanze, mentre la vocazione maggioritaria del Pd non è più sufficiente a rappresentare le forze popolari. Insomma, se osserviamo bene, due forze popolari, il Pd e il sindacato, sono finite per diventare élite in una narrazione totalmente asfittica e priva di significato.
Qualcuno pensa di sostituire il conflitto tra destra e sinistra con quello tra alto e basso. Un tentativo non molto originale, dato che tutte le forze reazionarie propugnano questa tesi, ma molto efficace nella propaganda. Il Pd era destinato a rappresentare il popolo, ma si è ritrovato a rappresentare l’élite senza nessun tipo di volontà precisa. È diventato il partito dei quartieri borghesi; vince ai Parioli e perde ad Ostia, vince a Chiaia e perde a San Giovanni. Come è potuto accadere, come ha fatto a smarrire la bussola senza neanche accorgersene?

La colpa è di Renzi?
Magari bastasse cacciare Renzi per risolvere gli annosi problemi della sinistra di governo. Renzi ha rappresentato la fine di un ciclo politico che va avanti dal 1992. Renzi non è il problema, Renzi è la conseguenza del problema. Indicarlo come unico protagonista della disfatta vuol dire guardare il dito e non la luna. E se si sbaglia l’analisi, si continuerà a perseverare nell’errore. Leggo che in questi giorni nell’establishment del partito nel quale milito si consuma il dibattito Pd sì, Pd no. È giusto tenere ancora in piedi il Partito democratico? Non è la prima volta che interrogativi di questo genere diventano preponderanti nella agenda politica di un partito. Se guardiamo indietro, con la svolta della Bolognina ci si interrogò sulle ragioni per tenere ancora in piedi o meno il Partito comunista italiano. Quello che manca oggi, però, è un dibattito reale su questo tema, come quello che ci fu allora. Assistiamo ad una discussione sterile, come se il Pd fosse un marchio e non un partito, come se l’esigenza di aprire una discussione sul Pd dipendesse solo dall’appetibilità di vendere il prodotto Pd.

È chiaro che il livello della discussione sia la diretta conseguenza di questi anni, di quello che descrivevo prima. Prima di cercare le risposte giuste, quindi, dovremmo porci le giuste domande. Cosa serve oggi per creare una forza popolare rappresentativa?
Innanzitutto, c’è bisogno di un partito che torni a creare pensiero politico, quello che è mancato al Pd in questi ultimi anni. Una forza politica senza pensiero non ha futuro. È necessario mettere in discussione il modello di partito concepito alla sua nascita per renderlo più efficace nella sua capacità di penetrazione nei luoghi del conflitto.
C’è bisogno di un partito che sappia dialogare con le forze sociali che emergono nel panorama territoriale, inquadrare le istanze che vengono da esse e elaborare linea politica. C’è bisogno di raccontare e proporre un’altra Europa possibile. C’è bisogno, infine, di ripensare le modalità di selezione della classe dirigente del partito; le filiere correntizie hanno prodotto un vuoto di rappresentanza e, soprattutto nel Mezzogiorno, sono diventate delle filiere familiari in grado di prevalere, nel Pd, solo grazie all’arroganza delle politiche clientelari che proponevano.
Insomma, mi piacerebbe che il prossimo congresso del Partito democratico fosse un’opportunità per aprire una discussione vera tra dirigenti e militanti che si guardano in faccia per cercare, e trovare, una nuova coesione: serva un dibattito alla pari più sulle idee che su gli uomini, che delle prime altro non sono che la conseguenza; bisogna rovesciare la concezione leaderistica che regna sovrana nel mondo. Se il Pd riuscirà a fare questo, forse potrà fermare la deriva di destra proponendo un nuovo modello di paese e di mondo, altrimenti avrà perso un’altra occasione e assisteremo all’estinzione di quella storia popolare che si aveva l’ambizione di rappresentare.

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