Il caso Moro e il suo anniversario: quei 55 giorni che hanno cambiato l’Italia

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A distanza di quaranta anni da quegli orribili cinquantacinque giorni che intercorsero tra il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro e il ritrovamento del suo cadavere, avvertiamo ancora forte la sensazione che non tutta la verità è emersa su uno dei passaggi che maggiormente hanno condizionato i successivi accadimenti e le stesse dinamiche del tempo che viviamo. A ragione, il sociologo Giovanni Moro, figlio del grande statista, chiede ancora oggi a gran voce che siano rimosse le numerose zone d’ombra e le spiegazioni poco plausibili, rivendicando per sé e per i suoi cari “quella verità che è l’unica forma di giustizia possibile”.

Gli stessi lavori dell’ultima Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (istituita con legge 30 maggio 2014, n. 82), presieduta da Giuseppe Fioroni, servendosi anche della declassificazione di una grande quantità di atti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine voluta da una direttiva del governo Renzi, hanno avanzato molti dubbi su alcune di quelle “verità” che hanno accompagnato negli anni il racconto di quel martirio. Nella relazione finale, approvata dalla Commissione nella seduta del 6 dicembre 2017, si legge che “la Commissione non ha inteso proporre una lettura complessiva del caso Moro, quasi cimentandosi in una sorta di storiografia parlamentare, ma ha focalizzato la sua attenzione sugli aspetti che più di altri fanno emergere nuovi elementi e specifiche responsabilità”.

La Relazione finale individua molte lacune nella ricostruzione dei fatti di via Fani (così come molto lacunoso sull’argomento viene giudicato il “memoriale” del brigatista Morucci), considera particolarmente significativa “l’individuazione, nella zona della Balduina, di un complesso, di proprietà dello IOR, che ospitò nella seconda metà del 1978 Prospero Gallinari”, e mette in evidenza possibili elementi di novità circa la stessa ricostruzione dell’esecuzione di Moro, così come raccontata dai componenti delle Brigate Rosse.

La complessità di questi avvenimenti è stata, come spesso accade, mirabilmente colta e rappresentata dalla letteratura e dal cinema in questi lunghi quaranta anni. Leonardo Sciascia nel 1974 pubblicò Todo modo, un romanzo giallo, che racconta di strani delitti di uomini politici del partito di governo riuniti in preghiera in un convento. Sembra quasi una triste profezia di quanto nel 1978 accadrà. Al rapimento e all’uccisione dello statista democristiano Sciascia dedica L’affaire Moro (il titolo rimanda all’Affaire Dreyfus di Zola), un tentativo di rilettura filologica di quanto Moro aveva scritto dal carcere e dei comunicati diramati dai brigatisti. L’opera, che si apre con un’epigrafe tratta da La provincia dell’uomo di Canetti (“La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto”), si chiude con il testo della Relazione di minoranza, presentata dallo stesso Sciascia, della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro (istituita con legge 23 novembre 1979, n. 597). In questi quaranta anni, numerose e di vario tipo sono state le pubblicazioni ispirate dall’evento che ha probabilmente cambiato le sorti del Paese. Recentissimo, ma di lunghissima gestazione, il romanzo di Antonio Ferrari Il segreto, pubblicato nel 2017 da Chiarelettere, libro commissionato dal “Corriere della Sera” negli anni dello scandalo della P2 e poi conservato nel cassetto per lunghi decenni.

Al rapimento e al tragico omicidio dello statista democristiano anche numerosi registi cinematografici (Ferrara con Il caso Moro e Bellocchio con Buongiorno, notte) hanno rivolto la loro attenzione. Nel 2003 è uscita la pellicola del regista Renzo Martinelli dal titolo Piazza delle Cinque Lune, forse il film più apprezzato dalla famiglia Moro sull’argomento. Il titolo del film deriva dal fatto che Piazza delle Cinque Lune, a Roma, è il luogo dove si tenne, poco dopo la morte di Moro, una riunione segretissima alla quale partecipò anche il giornalista Mino Pecorelli, direttore della rivista Osservatorio Politico, famosa per i suoi scoop e la pubblicazione di notizie riservate. Pecorelli aveva promesso ai suoi lettori la divulgazione di un fascicolo in suo possesso che avrebbe chiarito quanto accaduto a Moro e al suo memoriale. Non gliene fu data possibilità in quanto fu ucciso il 20 marzo 1979. Martinelli ha scelto di avvalersi della consulenza storica di Sergio Flamigni, parlamentare nominato nell’ottava Legislatura nella Commissione d’inchiesta sul caso Moro e autore nel 1988 del libro La tela del ragno. Il delitto Moro. La tesi che il film sostiene apertamente è che la sorte di Moro fu inevitabile conseguenza degli accordi di Yalta e che a volere la sua morte furono la CIA e parte dei servizi segreti italiani, che si adoperarono per infiltrare loro uomini nelle Brigate Rosse, riuscendo così a manovrarle soprattutto attraverso la complicità di uno dei capi storici, Mario Moretti (una specie di “tutela esterna” in favore delle BR?).

Sono ancora troppo numerose le incongruenze che segnano questa vicenda. È, dunque, forte e in buona salute una democrazia che ignora il suo passato e non riesce a svelare il mistero che avvolge alcuni passaggi della sua storia? Non perdiamo allora le occasioni che ci vengono offerte dal mutato quadro internazionale e dalle importanti ricorrenze del calendario civile. Quest’ultimo va seguito con costante dedizione, perché offre ripetutamente l’occasione di leggere e di capire criticamente da dove veniamo e quanto difficile e impervio sia stato l’intero corso dell’Italia unita.

Se, infatti, è vero che “a storia forte non può che corrispondere memoria altrettanto forte e radicata”, allora è cosa buona e giusta lavorare ed impegnarsi per ricordare e trasmettere memoria di quegli eventi, non lasciando che prevalgano intenti celebrativi o pregiudizi ideologici; è utile, piuttosto, riferirsi alla memoria come “diritto”, la cui fruizione da parte delle generazioni più giovani e di quelle che verranno abbiamo l’obbligo di garantire. E non solo, considerato che la memoria ha a che fare con il presente e con il futuro, con progetti di vita a venire, ancor più che con il passato.

Alla fine, ha ragione da vendere chi ha sostenuto essere la memoria non già “un oggetto perduto, avvolto o nascosto nelle pagine polverose del passato, ma piuttosto il motore di pratiche tutte contemporanee, che a loro volta promuovono futuri”. A noi tocca, dunque, provare a recuperare il valore pieno della memoria come progetto, che significa capire e ricreare, ma anche trasportare il senso di allora nel nostro impegno di oggi.

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Autore

Mario Rovinello

membro del direttivo dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea «Vera Lombardi», è stato nominato cultore della materia di Letteratura italiana all’Università Federico II. È docente di materie letterarie nei licei. È nel comitato direttivo delle riviste “il tetto”, “Meridione. Sud e Nord del mondo”, “Resistoria. Bollettino dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea Vera Lombardi”. Ha pubblicato numerosi articoli su quotidiani, riviste e libri collettanei. È curatore di libri sulla scuola e sulla Resistenza, tra cui L’onda della libertà. Le Quattro Giornate di Napoli tra storia, letteratura e cinema (ESI, Napoli, 2015). Ha curato con Ugo Maria Olivieri il dossier “Università e scuola”, pubblicato su “il tetto”, 2013. 

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