La parabola del calciatore nero nell’Italia in ostaggio della Lega

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«I cori? Sì, secondo me si possono definire razzisti. Danno fastidio a tutti, sono napoletano per scelta di vita e mi dispiace molto». A pronunciare queste parole non è stato uno svedese con la fluente chioma bionda ma un senegalese nero come la pece. Uno che è stato offeso in quasi tutti gli stadi del Centro-Nord Italia per il colore della sua pelle, ma che, in quella dichiarazione rilasciata lo scorso novembre, dimostra di ritenere ancor più insopportabile, e incomprensibile, il fatto di essere offeso, insieme agli altri suoi compagni di squadra, in quanto napoletano. Uno che, pochi giorni fa, si è arrampicato sulle nuvole per dare una capocciata ad un pallone e spedirlo nella rete della squadra più forte d’Italia, aggrappato all’ottimismo della volontà.

La cosa che sembrava impossibile, oggi non lo è più: Kalidou Koulibaly fa un gol di testa, al 90°, alla Juventus, a Torino. Campionato riaperto e, comunque finisca, Napoli straordinario.

Chissà se anche il presidente Mattarella, che è meno abbronzato del centrale partenopeo, ma da palermitano è un terrone anche lui, riuscirà – cosa che al momento sembra impossibile – a risolvere la crisi politica italiana con un colpo di testa poetico e disperato in zona Cesarini, come auspicato anche dal presidente della Camera, il napoletano Fico.

Una crisi che parte da lontano. La crisi di un Paese che continua a definirsi civile, ma forse non lo è più. Da italiani brava gente, siamo diventati un popolo di razzisti. Grazie all’egemonia culturale che la Lega ha esercitato negli ultimi trent’anni sui governi del centrodestra guidati da Berlusconi, ma anche su quelli del centrosinistra la cui classe dirigente, non di rado, ha scimmiottato la Lega sperando di sottrarle consenso in quel Nord produttivo che esprime la stragrande maggioranza del potere economico, mediatico e politico del Paese (perché elegge molti più parlamentari del Centro e del Sud).

Non è un caso se nel Mezzogiorno, l’area che vanta il più forte divario territoriale d’Europa rispetto ad altre aree del paese al quale appartiene, il M5S abbia fatto il pieno di voti alle scorse politiche. Nonostante la buona volontà degli ultimi due governi (Renzi e Gentiloni), infatti, il Sud è rimasto al palo e ha espresso un forte voto di protesta, bocciando proprio quei governi che, più di altri in passato, avevano provato a fare qualcosa, ma troppo tardi, troppo poco e con scarsa consapevolezza.

Un voto che, tragicamente, rischia di risultare inutile, relegando ancora il Mezzogiorno in un limbo dal quale difficilmente uscirà presto. Il M5S, infatti, ha dimostrato di considerare il Sud solo un serbatoio di voti, non l’elettorato da tutelare. Fin da subito, infatti, è stato chiaro che il leader politico Di Maio (disgraziatamente anch’egli napoletano) preferisse l’accordo con la Lega di Salvini, piuttosto che con il Pd. D’altronde, il fondatore Grillo, fin dagli albori del Movimento, ha sottolineato le affinità tra 5Stelle e Lega, e più di recente ne ha lodato l’attuale leader. Su immigrazione, Europa e temi economici i programmi delle due forze politiche sono in molti casi sovrapponibili. C’è, ovviamente, una parte dei pentastellati che la pensa all’opposto e che ritiene il Movimento un soggetto di sinistra: ma appare solo una minoranza in quel consesso che, restando all’opposizione fino a ieri, ha vissuto in un’ambiguità ideologica e programmatica che al governo non sarebbe più consentita. Fico è il più noto esponente di questa minoranza e il suo tentativo di sondare la possibilità di formare un governo M5S-Pd, che sta portando avanti in queste ore, si scontra non tanto con l’opposizione dei renziani (che pure esiste), quanto con una chiara preferenza della leadership grillina per la Lega, supportata dai militanti pentastellati che sul web hanno dimostrato, in larghissima maggioranza, di non gradire l’intesa con il Partito democratico, ipotesi che comunque arriva in subordine rispetto all’incapacità, mostrata finora, di chiudere un accordo preferenziale con il Carroccio.

In questo scenario, i contendenti Fico e Di Maio (lo ribadiamo: entrambi napoletani), purtroppo sembrano marionette manovrate dai pupari settentrionali Grillo e Casaleggio, che preferirebbero di gran lunga abbracciare il Nord produttivo rappresentato da Salvini il quale, nel frattempo, con un colpo di genio di marketing, ha trasformato la Lega Nord in Lega, accreditandola come partito nazionale. Si tratta di una truffa, ovviamente, come dimostra la dichiarazione del numero due del partito, Giancarlo Giorgetti, il quale ha recentemente profetizzato che, in caso dovesse nascere un governo M5S-Pd, «il Nord insorgerebbe». La Lega continua, quindi, a rappresentare interessi del Settentrione, nonostante abbia incredibilmente preso tanti voti anche nel Mezzogiorno. D’altro canto, al Sud tutti sanno che i leghisti meridionali altri non sono che ex missini, orfani della Fiamma e di Alleanza nazionale, anche se il sistema mediatico nazionale sembra ignorarlo. Così come si glissa sul fatto che, anche al Nord, ormai la Lega abbia attratto la grossa parte del voto di estrema destra.

Mentre i giornali nazionali perdono tempo a rincorrere movimenti sì pericolosi, ma tutto sommato macchiettistici e marginali come Casa Pound e Forza Nuova, infatti, Salvini è riuscito a prosciugare, anzi ad ampliare, il voto di estrema destra, spostando il razzismo della Lega delle origini nei confronti dei meridionali verso un razzismo totalizzante nei confronti degli immigrati, in particolare di quelli africani. Di quelli che non sono fortunati come tanti calciatori neri, che arrivano qui con un contratto milionario, ma che lo fanno dopo aver rischiato la vita in un deserto o su un barcone scassato, con la speranza di un futuro migliore. E che, una volta in Europa, sperimentano spesso uno sfruttamento cinico e incivile.

Non è un caso che Luca Traini, quell’energumeno neonazista che girava in macchina per Macerata sparando addosso agli immigrati, fosse un ex candidato della Lega. Non è un caso perché è solo uno dei tanti episodi di cronaca che ha visto la Lega associata a esponenti di estrema destra. Per brevità ricordo solo l’ultimo, straordinario, caso: quello del vicepreside di Ascoli che su Facebook, pochi giorni fa, ha fatto gli auguri di compleanno ad Hitler. Travolto dalla bufera mediatica, il professore, per dimostrare che non è un nazista, non ha trovato niente di meglio che dichiarare di essere un elettore della Lega.

Sarà forse il caso di chiedersi com’è possibile che tanti estremisti di destra vedano nella Lega il partito al quale affidare il proprio voto; sarà forse il caso di preoccuparsi del fatto che questo partito sia di gran lunga il primo partito del Nord ricco e produttivo, che esprime la gran parte della classe dirigente italiana; sarà forse il caso di stupirsi che il M5S, che ha sfondato soprattutto al Sud, e che ha un napoletano come leader (sulla carta), invece di rappresentarne le istanze, non vedesse l’ora di governare insieme ad un partito razzista e nordista, il cui leader Salvini è stato portato ad esempio pochi giorni fa dalla francese Le Pen, insieme all’ungherese Orban (le cui simpatie fasciste sono note).

Mentre accade tutto questo, i giornali si occupano delle solite liti interne al Pd, del viale del tramonto di Berlusconi e di altre notizie di gossip che sono poco centrali rispetto a quel che sta realmente accadendo in Europa e in Italia, dove vengono seminate parole d’odio, alle quali sempre più persone sembrano aver fatto l’abitudine, tanto da non farci più caso.

Come nella parabola del seminatore, quando Gesù spiega ai suoi discepoli che il seme dà frutti diversi a seconda se venga piantato nella roccia o nella terra buona, si ha l’impressione che la roccia stia prendendo il sopravvento e che il seme dei valori dell’Occidente liberale, aperto e tollerante, faccia fatica ad attecchire, sopraffatto dai rovi dell’indifferenza, della xenofobia, della comunità chiusa verso il diverso. Una comunità in cui prevale la credenza sulla scienza, l’istinto sulla ragione, l’appartenenza ad un gruppo sul dialogo tra uguali.

Sarà forse per questo che il gol di Koulibaly, senza volerlo caricare di significati eccessivi, ci è sembrato un po’ come il seme della speranza. Non della speranza dei napoletani di vincere lo scudetto, ma della possibilità che una squadra come il Napoli, del povero Sud, possa vincere giocando a viso aperto e fiduciosa contro la migliore squadra del campionato, la ricca e nordica Juventus, che si è invece chiusa, impaurita, a difesa del suo fortino, del suo bottino di punti, dei suoi averi, perdendo. Ecco perché il napoletano Koulibaly ha già vinto: perché con il suo gol, e con le sue parole, ha avuto il coraggio di provarci, scavando la roccia e seminando in una terra buona.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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