Il nostro Primo Maggio. Una pagina di storia dimenticata: l’eccidio operaio di Pietrarsa (6 agosto 1863)

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È alle porte il Primo Maggio, una giornata di commemorazioni, di riflessione sul lavoro e di uomini che per le strade innalzano ancora “il loro rosso straccio di speranza”, citando Pasolini. Perché celebrarlo ancora? Forse per ricordare che il lavoro, al di là delle forme contrattuali e degli assetti normativi, del dibattito sulle dure sfide del mercato che ormai hanno una caratura non più territoriale ma globale, non può dirsi degno se diventa precario, sottopagato, atipico, “interstiziale”, e se per fronteggiare questo universo frammentato, proteiforme e poco prevedibile, non si elaborano nuove tutele per i lavoratori.
Si manifesta ancora con slogan e bandiere, perché le nuove tecnologie, la digitalizzazione non siano una iattura per tanti e un’opportunità solo per pochi; perché il diritto alla conoscenza, l’accesso ai saperi valga per tutti e non sia esclusa dai processi di modernizzazione una parte cospicua di popolazione.
Quella che anima le piazze del Primo Maggio non è una battaglia di retroguardia a difesa di strumenti del Novecento industriale, ma è una visione del mondo che considera il lavoro l’elemento fondante della personalità umana e chiede che per il futuro esso sia inclusivo, dignitoso, libero e partecipato.

La Festa dei lavoratori è anche un’occasione per ricordare coloro che, in passato, hanno lottato e pagato con la propria vita la difesa della dignità del loro lavoro. Ci sono, però, pagine dolorose della nostra storia quasi completamente rimosse dalla storiografia ufficiale. Gli abitanti stessi del territorio in cui quegli eventi hanno avuto luogo non ne conservano memoria. È quello che è accaduto alle officine di Pietrarsa, alla loro graduale dismissione – uno dei tanti esempi di miopia delle politiche industriali italiane nel Meridione – e all’eccidio operario che in quel sito si è consumato nell’agosto del 1863, solo di recente riesumato da appassionati meridionalisti.
Nel 1837, per volontà di Ferdinando II di Borbone, salito sul trono di Napoli nel 1830, l’opificio di Torre Annunziata, che produce materiale meccanico per l’esercito e la marina militare, viene trasferito a Pietrarsa sulla costa tra Portici, San Giorgio a Cremano e San Giovanni a Teduccio, con l’obiettivo di affrancare il regno dall’industria straniera, soprattutto inglese. La tratta ferroviaria Napoli- Portici, la prima in Italia, inaugurata nel 1839, favorisce lo sviluppo del sito che diventa un importante nucleo industriale, 57 anni prima di Fiat, 44 anni prima di Breda e 16 anni prima di Ansaldo, grazie anche al protezionismo doganale borbonico. Negli anni ’40 dell’Ottocento, il Real Opificio di Pietrarsa produce macchine e locomotive a vapore, ha una Scuola d’Arte per la formazione degli operai e una biblioteca, è una punta d’eccellenza sul territorio nazionale. Nel 1861, la fabbrica conta 1.050 lavoratori, ben pagati in grana per otto ore di lavoro al giorno.
Con l’unità d’Italia, il governo Rattazzi sceglie l’Ansaldo di Genova, perché «più flessibile per futuri ampliamenti», come industria siderurgica di stato a detrimento dello stabilimento di Pietrarsa, considerato costoso, pletorico e con un “welfare” non più sostenibile. L’imprenditore Jacopo Bozza lo riceve in concessione per sole 46 lire impegnandosi a mantenere 800 dei 1.000 operai.
Presto però, con il nuovo assetto organizzativo, le condizioni di lavoro delle maestranze cambiano radicalmente: inizia il taglio dei salari, aumentano le ore di lavoro, viene introdotto l’estaglio (cottimo), si dà il via ad una forma rudimentale di cassa integrazione e si sopprimono gli strumenti previdenziali. Alcuni capireparto sono trasferiti al nord insieme ai macchinari, per formare gli operai liguri. I licenziamenti diventano numerosi e il futuro per tante famiglie appare sempre più incerto.
Nell’estate del 1863 la situazione precipita: gli operai sono ormai solo 450 e la loro paga insufficiente a garantire condizioni minime di sussistenza.  Il 6 agosto i lavoratori di Pietrarsa scioperano riuniti nel piazzale della fabbrica. Sui muri delle officine si legge: «Muovetevi, artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria». La polizia di Portici, che ha già inviato 6 agenti per controllare l’agitazione, presto ritiene opportuno inviare un battaglione di bersaglieri del Regio esercito, come è riportato nei documenti del fondo Questura dell’Archivio di Stato di Napoli. I rapporti ufficiali raccontano di minacce e ingiurie da parte degli operai e della reazione violenta dei bersaglieri: un assalto alla baionetta, spari alla schiena dei fuggitivi e sulle mani alzate in segno di resa. Muoiono gli operai Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri, e dieci sono i feriti ricoverati all’ospedale Pellegrini di Napoli. Passeranno tutti alla storia come “mestatori al soldo dei Borbone” e Nicola Amore, allora capo della polizia, rubricherà la repressione della protesta come azione in difesa dell’Unità della nazione, meritando la carica di sindaco di Napoli.

La fabbrica di Pietrarsa sarà ancora ridimensionata, poi definitivamente dismessa, destino purtroppo comune a tanti poli produttivi del sud Italia. Ventisei anni dopo la rivolta, si arriverà a celebrare il Primo maggio per decisione della Seconda Internazionale, ricordando gli operai ammazzati della McCormick di Chicago. Prima però ci sono stati i nostri morti, i primi dell’Italia post-unitaria e dell’Occidente industriale. Se è vero che Il futuro si costruisce partendo dalla storia e dalla memoria, anche quello dei diritti, sarebbe ora che il mondo del lavoro e sindacale si appropriasse dell’eccidio operaio di Pietrarsa e riconoscendo ad esso un triste primato, lo valorizzasse come il nostro Primo Maggio, il Primo Maggio italiano e meridionale.

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