Baby-gang: solo un problema napoletano?

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Oggi, più che mai e soprattutto in riferimento al contesto napoletano, i mass media evidenziano tra i fatti di cronaca quelli delle baby-gang;  ma di chi e di cosa si tratta quando si parla di baby-gang?

Come, con lucidità, afferma Maura Manca (2018):  “Si tratta di ragazzi violenti che operano con l’unica modalità che hanno di relazionarsi con l’ambiente che li circonda, ossia le aggressioni e le violenze per futili motivi. Il problema è che sono sempre di più i giovani coinvolti in queste forme di devianza, un po’ troppo allo sbaraglio, possessori di tutto e nello stesso tempo di niente”.

I membri delle baby-gang hanno tutti più o meno tra i 13 e i 16 anni e, a differenza di quanto si possa pensare, non provengono solo da contesti disagiati o deprivati, ma appartengono anche a famiglie del ceto medio.

Gli attacchi delle baby-gang sono costituiti da atti violenti che avvengono con pretesti, di solito, banali che vanno dal semplice sguardo, all’abbigliamento, al modo di camminare, alla parola detta e considerata deliberatamente di troppo. Tali atti violenti sono effettuati prendendo di mira non solo i coetanei, ma anche gli adulti, gli anziani, i negozianti e le persone senza fissa dimora. Le aggressioni avvengono con bastoni, coltellini o anche semplicemente a mani nude, avventandosi senza pietà contro un altro essere umano.

Rispetto al fenomeno, nell’ultimo periodo i riflettori mediatici sono stati puntati soprattutto sulla città di Napoli, contribuendo a creare il pregiudizio che si tratti di una condizione circoscritta al solo contesto partenopeo e strettamente connesso al mondo criminale. Tuttavia, secondo l’elenco del 2017 in merito al disagio giovanile, Napoli non risulta neanche tra le prime 5 città in classifica. Al primo posto infatti c’è Bologna con 2.506 ragazzi presi in carico dai servizi sociali, a seguire Roma con 1.427, Catania con 1.225, Palermo 969 e al sesto posto troviamo Napoli con 878 casi.

Attraverso tali dati non solo è palese una discrepanza numerica tra i casi verificatisi a Bologna e quelli denunciati a Napoli, ma è anche evidente che essendo la popolazione napoletana tre volte più grande di quella bolognese, la differenza esistente è ancor più significativa. Sempre nel 2017 le città di Milano e Roma detengono il primato per l’invio dei minori in comunità e risultano le prime per il numero di  ingressi in istituti di pena minorili e centri di prima accoglienza.

Si tratta dunque di un fenomeno che si estende a macchia d’olio in diverse città italiane e che, probabilmente negli ultimi anni, è andato incrementandosi a seguito di un maggior disagio denunciato soprattutto nelle zone più periferiche del territorio, laddove emerge un’elevata dispersione scolastica amplificata da carenze croniche nei servizi sociali e dai mancati investimenti sulle politiche sociali e del lavoro.

Infine, dato significativo e da analizzare è la trasformazione della composizione sociale dovuta all’aumento dei moti migratori. Rispetto a questo ultimo punto cogliamo una differenza tra il nord e sud Italia, infatti nel primo caso le baby-gang sono costituite per lo più da figli di migranti di terza o quarta generazione provenienti soprattutto dal Sud America, al sud invece sono costituite nella maggior parte dei casi da ragazzi italiani.

 

Ma cosa accade a questi adolescenti? Perché agiscono in modo così violento? Facciamo un passo indietro ed analizziamo il valore che assume nello sviluppo psicosociale il ruolo del gruppo per l’adolescente.

Uno dei principali compiti di sviluppo che si presenta all’adolescente è la costruzione dell’identità. Nel corso dell’adolescenza e della giovinezza il problema della formazione dell’identità si pone in modo determinante per il soggetto impegnato nella scelta della propria prospettiva di sviluppo e nella definizione del proprio destino (Aleni Sestito, 2004). La formazione dell’identità è connessa a molteplici meccanismi e si fonda sulla trasformazione della rappresentazione di sé o immagine di sé che si realizza nel corso dell’intero arco di vita, e non solo durante l’età evolutiva. La trasformazione della rappresentazione di sé deve permettere ad ogni essere umano di pervenire ad un senso di continuità, ossia: essere identico a se stesso a prescindere dai molteplici, complessi ed inevitabili cambiamenti che ognuno dovrà affrontare (Erikson, 1968).

All’interno di questo processo, durante l’adolescenza, un ruolo fondamentale viene giocato dal gruppo dei pari. A partire dai processi di identificazione e di rispecchiamento ad opera dei membri del gruppo, l’individuo impara a fare esperienza di nuovi modelli relazionali, si apre a nuove prospettive, incontra diversi valori, mette in discussione le regole apprese fino ad ora nel contesto familiare. Il gruppo costituisce il luogo all’interno del quale il giovane affronta, con graduale distacco, la separazione dall’ambiente familiare e l’ingresso al mondo esterno.

Possiamo supporre che la dinamica all’interno delle baby-gang non sia così difforme e che i suoi membri ritrovino nell’altro un importante punto di riferimento nella costituzione del proprio sé.

Questo diventa ancora più vero nel caso dei ragazzi stranieri che, trovandosi catapultati in una società per loro nuova, con valori, modelli e lingua diversi, divenire parte di una gang rappresenta un modo per sentirsi al sicuro di un insieme percepito meno estraneo. Dunque, data l’importanza che assume il gruppo, per non rischiare di essere escluso, è più facile che il singolo colluda con le regole e le scelte della gang piuttosto che opporsi apertamente ad esse.

Se da una parte il gruppo favorisce la formazione dell’identità dall’altra, come evidenziato dagli studi della psicologia sociale, favorirebbe processi di dis-identificazione e de-responsabilizzazione che potrebbero contribuire a spiegare in parte alcune delle dinamiche attive in esso. La dis-identificazione è quel processo che permette di assumere delle distanze tra sé ed i comportamenti o i ruoli assunti e permette di uscire dalle proprie certezze ed aprirsi alla novità, ma nello stesso tempo potrebbe favorire nell’individuo un eccessivo distanziamento rispetto ai fatti, alle azioni compiute e alle conseguenze di queste ultime. La de-responsabilizzazione si riferisce invece alla distribuzione della responsabilità all’interno del gruppo tra i vari membri, e ciò permette al singolo di non sentirsi pienamente responsabile. Nel caso delle baby-gang potremmo supporre che tale processo entri in gioco contribuendo a ridurre il senso di colpa dei ragazzi rispetto alle azioni compiute a danno dell’altro. Complice della de-responsabilizzazione è anche la prospettiva tipica di ciascun adolescente che, essendo focalizzata principalmente sul qui ed ora, lo porterebbe ad agire senza riflettere sulle proprie azioni e ad essere incurante delle conseguenze.

Certamente varrebbe la pena interrogarsi sul processo di attribuzione di responsabilità in una società dove oggi, per i nostri ragazzi, è molto difficile poter imparare ad assumersela.

Bisogna interrogarsi su che cosa sia possibile fare a riguardo. Se per tali ragazzi l’unica legge conosciuta è quella della affermazione di sé attraverso atti di prevaricazione, se l’unico modo per dimostrare al mondo non solo di esistere, ma di contare qualcosa è quello di dominare l’altro, come intervenire? Se in una società liquida, come appunto quella moderna, vengono a mancare stimoli, ideali in cui credere, valori che insegnino il rispetto per l’altro, ma anche risorse e modelli fondamentali a cui fare appello per affrontare le sfide della vita, allora cosa possiamo offrire loro?

“Io esisto!” è questo quello che urlano i giovani. Ma forse, se riuscissimo a vedere questi adolescenti come figli di questa società, non trascureremmo il loro grido feroce. Non più solo la famiglia, non più solo la scuola, non più solo i tecnici professionisti del problema, ma ciascuno di noi deve essere consapevole del proprio ruolo e della propria responsabilità nella crescita delle nuove generazioni, facendo sì che l’urlo si trasformi in un dialogo a cui ciascuno è chiamato a prendere parte perché questo è un compito e un dovere sociale e non può essere considerato solo un problema di sicurezza e di polizia.

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Psicologhe Tirocinanti U.O.C. S.M.31 ASL Napoli 1 Centro

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