Governo, identità e voto inutile: riassunto delle puntate precedenti, in vista delle elezioni del 4 marzo

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Ho votato per la prima volta nel 1987, nella cosiddetta Prima Repubblica: erano elezioni politiche e c’era il sistema proporzionale. Ogni partito diceva un po’ quello che gli pareva, cercando non tanto di esporre proposte concrete per la soluzione dei problemi quanto di toccare le corde dell’elettorato di riferimento per fare il pieno dei propri simpatizzanti. L’elemento più importante per un partito non era, quindi, proporsi in maniera credibile per governare il Paese ma avere un’identità ben definita, che corrispondesse ad un pezzo del corpo elettorale il più possibile ampio. Anche i partiti più grandi sapevano di non poter mai raggiungere la maggioranza assoluta dei consensi e si sentivano autorizzati, quindi, a promettere cose irrealizzabili tanto, anche nel caso in cui fossero poi andati al governo, lo avrebbero fatto in una larga coalizione assemblata in Parlamento e avrebbero facilmente potuto imputare la colpa delle promesse mancate all’opposizione degli alleati riottosi.
In questo schema i partiti piccoli avevano il loro senso perché, in un gioco in cui conta rappresentare un pezzo di società, più che proporre un’idea di governo, era molto facile trovare un elettorato di nicchia, soprattutto in un Paese come l’Italia in cui non ci si mette d’accordo mai su niente, a cominciare dalle discussioni al Bar dello Sport con gli amici. I risultati di quel sistema, soprattutto verso il finire, sono stati una frammentazione eccessiva e una cronica debolezza dei governi. In pratica, si viveva in un “negozio” elettorale in cui chiunque poteva trovare il partito che più gli si confaceva perché l’offerta era amplissima: non a caso, i dati dell’affluenza al voto erano sempre poco sotto (e in alcuni casi anche sopra) il 90%. Anarchici a parte, ognuno aveva la propria comoda casa.
Con il passaggio al sistema maggioritario, determinato da un referendum che nel 1993 abrogò in maniera plebiscitaria i cardini del sistema proporzionale in vigore (quasi l’86% di sì su un’affluenza al voto di oltre il 76%), la prospettiva cambiò. La nuova legge elettorale, il Mattarellum (uninominale per il 75% e proporzionale per il restante 25%), costrinse i partiti a presentarsi agli elettori già in coalizione e, quindi, con un programma di governo sottoscritto da tutte le liste alleate. Adottato per la prima volta nel 1994, questo sistema ha avuto il merito di concentrare la contesa tra due poli – uno di centrodestra e uno di centrosinistra – che poi, effettivamente, si sono alternati più volte al governo (prima volta nella storia repubblicana). Un assetto, quello della contrapposizione bipolare, che è poi rimasto inalterato anche con l’adozione del cosiddetto Porcellum, utilizzato per la prima volta nel 2006, che aboliva i collegi uninominali sostituendoli con listoni bloccati, inserendo, però, un premio di maggioranza per la governabilità (anch’esso rivelatosi efficace nel costringere i partiti a coalizzarsi prima del voto).
A prescindere dal giudizio sulla bontà o sulla democraticità dei sistemi elettorali che hanno caratterizzato questa stagione politica definita Seconda Repubblica, bisogna sottolineare come essi non abbiano risolto del tutto il problema della frammentazione perché, alla riduzione del numero dei partiti effettivamente in competizione (se si escludono i casi marginali delle liste civetta), ha fatto da contraltare il moltiplicarsi di gruppetti di parlamentari in transizione da sinistra a destra (e viceversa) – responsabili, transfughi o trasformisti che dir si voglia. Questi sistemi maggioritari hanno, però, rafforzato i governi rispetto a quanto accadeva nella Prima Repubblica, almeno sul piano della stabilità, visto che la media di vita degli stessi dal 1994 ad oggi è almeno doppia rispetto a quella dell’era del proporzionale (che era di circa un anno). Governi e coalizioni sempre rissosi, ma capaci comunque di portare a termine le legislature, ad esclusione di quella iniziata nel 2006 con un sostanziale pareggio tra i due poli: il centrosinistra vinse le elezioni al fotofinish ma Prodi riuscì a reggere poco più di un anno e mezzo perché aveva nelle due Camere una maggioranza di poche unità. Il maggioritario, tra l’altro, non ha penalizzato la rappresentanza tanto quanto comunemente si è portati a credere (il risultato più basso di affluenza al voto alle politiche è, infatti, quello del 2013 che ha visto comunque partecipare oltre i tre quarti degli elettori, il 75,2%).
Anche l’attuale Parlamento, eletto con il Porcellum nel 2013, ha garantito una certa stabilità (se non politica, di governo), nonostante l’irrompere sulla scena del Movimento 5 Stelle che, praticamente dal nulla, diventò in quelle elezioni primo partito italiano (sostanzialmente alla pari con il Partito democratico). Il premio di maggioranza previsto dal Porcellum alla coalizione vincente ha consentito, infatti, al Pd di farsi perno di coalizioni con pezzi di centrodestra, via via sempre più piccoli, che hanno comunque retto per cinque anni sul piano parlamentare, facendo approvare anche riforme impegnative.
Superfluo parlare di come avrebbe potuto configurarsi l’assetto politico e partitico nel caso in cui il referendum confermativo della riforma costituzionale voluta da Renzi fosse passato (e, di conseguenza, fosse entrato in vigore il sistema elettorale Italicum ad essa collegato, che prevedeva un premio di governabilità). Il prossimo 4 marzo bisognerà fare i conti con uno scenario completamente diverso e con una nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che appare come un mostro a due teste, con un terzo di collegi uninominali ibridi, perché indissolubilmente legati alle liste plurinominali dei partiti (quindi alla componente proporzionale, che è predominante).
Il rischio di tornare al passato, cioè ad una contesa che privilegia l’identità sulla governabilità è altissimo. Tutti i sondaggi delle scorse settimane danno quasi per certo che nessuno dei tre poli in competizione avrà la maggioranza per governare. Giova ricordare anche come i sondaggi preelettorali sulle precedenti tornate politiche (ed in particolare su quelle del 2013) si siano poi rivelati, ad urne aperte, completamente sballati. La vera incognita, per il 4 marzo, è, infatti, in che modo gli italiani interpreteranno questa nuova legge elettorale. Abituatisi nell’ultimo quarto di secolo a ragionare su proposte di governo alternative, continueranno a privilegiare questo aspetto o entreranno nel negozio elettorale per scegliere il partito più vicino sentimentalmente? E, ancora, saranno più influenzati, nella decisione, dal nome del candidato del collegio uninominale o dal partito preferito? (Alcune rilevazioni hanno valutato in circa il 30% chi predilige la prima opzione). E, infine, questo ritorno al proporzionale farà crescere la percentuale di votanti (con effetti imprevedibili sui risultati del voto), oppure no?
Non c’è dubbio che i vari partiti stanno interpretando in maniera molto diversa questa nuova legge elettorale. In particolare il Pd, che esprime il suo meglio in una competizione bipolare, perché è stato creato proprio con questo dna (la famosa vocazione maggioritaria), sembra ancora credere (più correttamente, spera) nella possibilità che gli italiani puntino sulla governabilità, e proprio per questo motivo chiede il voto agli elettori di sinistra delusi invitandoli ad esercitare il “voto utile”: in soldoni, a non votare per il partito degli scissionisti D’Alema e Bersani, LeU. Questi ultimi replicano che il Pd non ha nessuna speranza di ottenere la maggioranza per cui ritengono assurdo parlare di “voto utile” e, come facevano i piccoli partiti della Prima Repubblica, cercano quell’elettorato di nicchia che consentirà ai propri leader di tornare in Parlamento e – sperabilmente – di sedersi al tavolo delle trattative per la formazione di un prossimo governo di salvezza nazionale.
Probabilmente, quelli di LeU tutti i torti non li hanno: in queste elezioni non ha molto senso parlare di “voto utile”. Bisognerebbe ribaltare la prospettiva e soffermarsi sul concetto di “voto inutile”, cioè sulla opportunità e logicità degli elettori di sinistra, dopo decenni di pratica unitaria, di appoggiare una piccola forza che non solo non ha alcuna possibilità di andare al governo con il suo programma ma che, se anche dovesse entrare in un governo di salvezza nazionale, lo farebbe da gregaria, senza nessuna possibilità di influenzarne seriamente le politiche.
Se i cittadini pensano che le elezioni servano – come io ritengo – a dare un governo al Paese, allora il 4 marzo farebbero bene ad evitare “voti inutili”. Altrimenti, manifestino il loro apprezzamento per chi esprime a parole le idee più vicine al loro sentire (seppur concretamente irrealizzabili), replicando nelle urne l’atteggiamento di chi su Facebook mette un consolatorio like sotto il post di un caro “amico” che la pensa confortevolmente, e innocuamente, come lui.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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