Giovani e politica, dal protagonismo del ’68 al “rifugio” nel volontariato. Le nuove forme della partecipazione

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Sono passati cinquant’anni dallo straordinario ’68, la mente riporta alla memoria gli avvenimenti dell’epoca, anni in cui l’attivismo politico era parte integrante della vita dei giovani che si sollevavano contro le istituzioni tradizionali e i valori del sistema vigente; uno scontro generazionale che ricalcava il necessario processo di separazione adolescenziale dalla famiglia, in tal caso dotato di un profondo significato sociale perché ampliato, contenuto e rinforzato dalla condivisione collettiva e dal fervore politico.
All’epoca, in Italia, i giovani e le giovani protestavano contro il sistema scolastico ed universitario, ritenuti obsoleti ed elitari, e lottavano a favore di un’emancipazione sessuale sostenuta dai movimenti femministi, i quali iniziarono a scuotere le coscienze contro la discriminazione agita nei confronti delle donne dalla cultura patriarcale.
L’immagine del giovane politicamente attivo degli anni 60-70 del secolo scorso si accorda bene con la rappresentazione dell’adolescenza come epoca del ciclo di vita. Elemento cruciale dell’adolescenza è appunto l’articolato percorso di formazione dell’identità che investe molteplici sfere della vita quotidiana da quella familiare a quella sentimentale nonché sessuale, amicale e formativa. Infatti attraverso lo studio e gli scambi relazionali, l’adolescente si confronta con le differenze dei punti di vista sul mondo, sulle opinioni personali e/o politiche per agevolare e dare vita al progetto di realizzazione personale e professionale.
Per far sì che ciò accada l’adolescente, per sua normale e necessaria tendenza, avverte il bisogno di emanciparsi dal punto di vista familiare per portarne a maturazione uno proprio. Pertanto egli inizia a mettere in discussione ciò che fino a quel momento aveva accettato, a volte acriticamente e senza troppe spiegazioni. Da questo momento evolutivo l’adolescente inizia a esigere chiarimenti, contestare e a volte ribellarsi. Così, in un continuo conflitto tra l’illusione di essere già adulto e la realtà che la contraddice, l’adolescente procede con la costruzione della sua identità intesa come opera creativa.
Tuttavia, dalle ultime indagini condotte a scopo esplorativo, sembra che le grandi ideologie che avevano animato le giovani generazioni precedenti non siano presenti in quelle attuali: gli adolescenti di oggi appaiono come se fossero disinteressati al mondo della politica. L’attenzione dei mass media nasce dal fatto che il 2018 è l’anno in cui i millennials, neo diciottenni, sono chiamati per la prima volta ad esercitare il proprio diritto al voto.
Ci chiediamo, quindi: quale spirito animerà le loro matite alle urne e quali motivazioni li spingeranno a scegliere di votare oppure non farlo?
Cerchiamo di vedere in dettaglio. Dalle indagini esplorative emerge che poco meno della metà dei ragazzi (Il sondaggio è stato eseguito dall’Istituto Piepoli per La Stampa il 15 gennaio 2018 con metodologia mista Cati-Cawi su un campione di 500 giovani) dichiara di avere un interesse nella politica, contro quasi 3 italiani su 5 appartenenti alle altre fasce di età. Non mancano, dunque, gli adolescenti che affermano apertamente di non essere interessati alla pratica del governo, di avere poca fiducia nei personaggi politici e nei partiti. Tale disinteresse affonda le radici in una rappresentazione stereotipata della classe politica come egoista e non intenzionata a perseguire gli interessi del popolo, ma quelli personali. La raffigurazione della classe politica italiana nell’immaginario dei 18enni di oggi è connotata dall’idea della corruzione.
Il sondaggio, inoltre, mostra chiaramente come la motivazione fondamentale che avvicina gli adolescenti alla politica è il voler essere informati sulle principali questioni in atto, così come la scelta del partito e del candidato da votare ed il senso del dovere civico. Inoltre, gli adolescenti si dimostrano desiderosi di onestà da parte dei politici, di attenzione alle esigenze dei cittadini, oltre che di un leader politico che sia preparato, ma soprattutto vicino a loro, che parli la loro lingua, ossia politici più competenti che utilizzino un linguaggio simile a quello dei giovani, cioè più chiaro e diretto. Tra gli adolescenti che esprimono una preferenza di voto i ragazzi tendono a puntare maggiormente sul centro sinistra, in particolare sul Pd, più del totale dell’opinione pubblica. I valori che i ragazzi cercano nei candidati? L’onestà e la vicinanza ai cittadini. In particolare va notato che la corruzione del mondo politico è molto più presente nelle menti dei ragazzi che in quelle dell’opinione pubblica in generale.
Ma per quale motivo gli adolescenti italiani non sono interessati alla politica, oppure lo sono solamente in forma marginale?  Cosa è cambiato rispetto agli anni in cui, invece, la politica era in mano ai giovani ed alle proteste da loro portate avanti con entusiasmo?
Kenneth Keniston, psicologo americano, si occupò di studiare il rapporto tra giovani e politica negli anni 50-60 del secolo scorso. L’autore considerava le diverse forme di “opposizione giovanile” di quegli anni come il risultato del livello di sviluppo psicologico, emotivo, relazionale e morale raggiunto in adolescenza; ma allo stesso tempo il dissenso era la conseguenza della sfiducia verso il mondo degli adulti e del disinteresse rispetto ai valori e ruoli da essi indicati. Per tale motivo, la generazione degli anni ’60 rappresentava il riflesso della storia dei decenni precedenti, ma anche una reazione ad essa. La storia psicologica individuale si intreccia naturalmente alla prospettiva storica, politica e sociale.
In realtà, la partecipazione politica dei giovani non è del tutto estinta, ma ha sicuramente assunto forme ed eco differenti.
A partire dagli anni ’80, dopo la grande sconfitta della “Scala Mobile” (cioè del meccanismo che consente automaticamente il recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni al crescere del costo della vita, storia lunga, fatti di accordi, scontri e disdette), in seguito alla dissolvenza del bipolarismo politico e alla frammentazione partitica, osserviamo la presenza di una visione della vita più personalistica. Insieme a questa visione, paradossalmente, si diffonde l’associazionismo e il volontariato. In seguito, verso la metà negli anni ’90 si rileva, in quella che fu nominata la Generazione Invisibile nella quale prevale il disimpegno e il rifiuto di una partecipazione attiva, un incremento dell’interesse passivo alla politica.
È possibile immaginare il disinteresse dei giovani come lo specchio della fragilità politica italiana che ha attraversato gli ultimi vent’anni? Eppure la Generazione Zero, che nel 2018 arriva alla maggiore età, di fronte al primo voto nonostante la tecnologia (Sondaggio effettuato dall’Espresso con 1.500 ragazzi di 18 anni) appare disorientata, distratta, lontana, malgrado i politici parlino sempre più, ma solo nella forma, come loro in digitale: Twitter, Facebook, Youtube.
I giovani del 2000 sono dunque i Figli del Disincanto. Vivono in una società del rischio tra precarietà e richieste di flessibilità; una società dove prevale la perdita di fiducia e la legittimità delle istituzioni, una marcata individualizzazione dei percorsi di vita, unitamente alle innovazioni nella comunicazione.
Lo spirito politico è in parte presente ma gli adolescenti italiani, differentemente dai loro predecessori, mirano ad intervenire in realtà più vicine al loro vissuto quotidiano, con l’obiettivo di realizzare dei cambiamenti concreti.
Tutto ciò assume, anche oggi, la forma delle pratiche associazionistiche, movimenti per i diritti civili, gruppi ambientalisti e/o animalisti ed altro. Pur vivendo in un mondo profondamente diverso, il tasso di partecipazione al volontariato tra i ragazzi è in lieve crescita; si tratta di una percentuale del 10-12% della popolazione italiana, che equivarrebbe ad 1.050.000 giovani di età compresa tra i 14 ed i 29 anni (fonte Istat).
L’impegno politico dei giovani risulterebbe, da quanto detto, meno plateale e visibile rispetto a quello delle generazioni sessantottine, ma mosso dalle medesime intenzioni: agire per il bene comune.

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Raffaella Annunziata - Psicologa Volontaria UOCSM31 – ASL Napoli 1 Francesca Feliciello, Stefania Tufano - Psicologhe Tirocinanti ASL Napoli 1 Centro

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