Ambiente e recupero urbano, dalle bonifiche un’opportunità per città più moderne e vivibili e per combattere disoccupazione e criminalità

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Nell’economia classica il ruolo dell’ambiente è stato sempre quello di supporto passivo alla crescita economica e sociale dell’individuo.
Le risorse naturali venivano considerate una fonte inesauribile di ricchezza, il territorio un luogo al servizio della produzione. Oggi questo schema, che ci ha accompagnato fin dalla prima rivoluzione industriale, sta mostrando la corda.
 Ciò che è evidente è che questo modello, spesso, ha lasciato sull’ambiente tracce profonde e ferite difficilmente risanabili.
Le trasformazioni e delocalizzazioni degli ultimi decenni hanno prodotto una grande quantità di aree dismesse o in via di dismissione che, se da un lato rappresentano una potenziale minaccia per la salute umana e per l’integrità dell’ambiente, dall’altro possono divenire una straordinaria occasione per ripensare gli spazi urbani e ridefinire un modello di sviluppo territorialmente sostenibile.
Sono convinto che la sfida del risanamento ambientale e di nuove attività produttive, possiamo vincerla solo a condizione di puntare decisamente su una nuova visione armonica di sviluppo urbano e produttivo. Un’idea che tenga insieme le ragioni del lavoro, del territorio e dei diritti, un progetto che punti allo sviluppo occupazionale, al benessere economico, sociale e ambientale. Intervenire per ridare nuova vita e una nuova missione alle aree industriali dismesse o in via di dismissione, e sulle future destinazioni diventa un terreno importante dal punto di vista di una possibile ripresa occupazionale.
Ragionare in termini sociali, produttivi, commerciali, residenziali e turistici, attraverso il recupero degli immobili dismessi a fini produttivi e il riutilizzo effettivo dei terreni, evitando in tal modo il consumo del suolo, diventa una politica di sviluppo prioritaria per il nostro Paese.
 Sulle modalità e gli obiettivi delle bonifiche molto si è discusso e si discute, ed esiste sull’argomento un’ampia letteratura. Più nuovo, invece, è un aspetto particolare del recupero legato alle più recenti tendenze di crescita della città.
 È il tema della rigenerazione urbana che, specialmente per le città di più antica storia, è soprattutto associato alla gestione cosiddetta sostenibile dell’inarrestabile crescita urbana e riguarda le politiche economiche e sociali, l’uso del suolo, il più complessivo “ecosistema urbano”.
Questa possibilità di legare il tema della dismissione alla città nel suo complesso e non solo alle sole aree ex industriali, è anche un modo di intendere questo tema in termini più estensivi. Le dismissioni hanno interessato non solo edifici e aree ma anche i mestieri e i saperi collegati si sono andati progressivamente perdendo. E questo è un modo per ampliare ulteriormente i contenuti del concetto di dismissione.
Un’indagine di “Italia nostra” nel 2000 ha riservato attenzione allo studio dei “vecchi mestieri edili in rapporto alla tutela, alla manutenzione, al restauro dei centri storici”. Secondo quanto contenuto nella cosiddetta “risoluzione di Amsterdam” del 1973 «Un centro storico – è scritto – si salvaguarda nel suo territorio con la sua popolazione naturale». La storia, cioè, è fatta non solo dalle pietre con cui sono stati costruiti edifici e monumenti, ma anche dal tessuto sociale che in essi ha vissuto e operato.
In Italia, come in molti Paesi d’Europa, è crescente la preoccupazione per il fenomeno del consumo di suolo. A tal proposito è utile ricordare quanto avviene in altri Paesi europei: la Germania si è data l’obiettivo quantitativo di ridurre del 75% gli attuali consumi di suolo entro il 2020.
 Il Regno Unito ha messo in campo una serie di azioni che vanno dalla costituzione di green belt, al recupero prioritario dei brownfields, all’adozione di limiti minimi di densità per le aree di nuova crescita urbana. In ambito di comunità Europea si è assunto l’impegno di azzerare il consumo di suolo entro il 2050, tutelare le aree agricole, incentivare la rigenerazione urbana e favorire l’efficienza energetica del costruito attraverso demolizioni e ricostruzioni.
 Questi orientamenti sono stati recepiti e costituiscono i principi cardine della Legge sul contenimento del consumo del suolo.
Oggi siamo in presenza di aree il cui degrado rappresenta una «emergenza ambientale e sanitaria» per il territorio, per le popolazioni e per i lavoratori, ma al tempo stesso, queste aree sono una risorsa importante qualora si riuscisse a promuoverne, attraverso la bonifica il risanamento, la loro rivitalizzazione, garantendo nel contempo continuità e rilancio delle attività industriali già esistenti, riutilizzo delle aree e dei manufatti attraverso il recupero di materia e di energia per lo sviluppo di nuovi cicli produttivi nel segno della green economy e nella prospettiva dell’economia circolare.
Altresì va attuato un serio piano di investimenti per la difesa e tutela delle coste e del territorio per scongiurare i rischi di frane e inondazioni, cosi come va attuato un serio piano di recupero urbano e messa in sicurezza, partendo da tutti gli edifici pubblici o di interesse storico.
L’economia verde potrà contemporaneamente tutelare la qualità del nostro ambiente ma anche contribuire alla ristrutturazione del nostro sistema economico, attivando nuove tecnologie più efficienti dal punto di vista energetico ed ambientale, riducendo nel contempo gli sprechi di energia e materie prime e creando nuovi settori economici, nuove imprese e nuove professionalità, dando sbocchi al talento spesso inutilizzato dei nostri migliori giovani.

In Italia le superfici, terrestri e marine, individuate negli ultimi 15 anni come siti contaminati sono davvero rilevanti. I risultati ottenuti fino ad oggi per il raggiungimento della bonifica di queste aree, invece, non sono purtroppo altrettanto significativi.
 Secondo i dati ISPRA, solo il 21% delle aree potenzialmente contaminate individuate sul territorio nazionale sono state bonificate. Le percentuali nel Mezzogiorno calano in modo considerevole, evidenziando particolari criticità in alcune regioni come la Campania e la Calabria.
Le bonifiche devono rappresentare un meccanismo per il disinquinamento, e devono ripristinare i siti da un punto di vista ambientale, secondo i principi dello sviluppo sostenibile.
Il risanamento dei territori inquinati è un processo articolato che richiede l’attuazione di un complesso coordinato ed unitario di interventi per raggiungere lo scopo che la bonifica si prefigge. In esso sono coinvolti, a vari livelli, diversi soggetti, pubblici e privati, con funzioni e responsabilità diversificate ma mai separate. La dimensione del processo è determinante per il livello di complessità dell’intervento, pur conservando inalterate le funzioni e le responsabilità dei soggetti coinvolti.
Il concetto di pubblica utilità delle opere rimane il criterio informatore sia che si tratti di aree private che pubbliche. La regolamentazione del processo, nel rispetto dei due concetti, ha prodotto una corposa normativa, soggetta peraltro a frequenti modifiche, necessarie per adeguarla agli imprevedibili scenari che si vanno dispiegando nell’attuazione delle politiche per la salvaguardia dell’ambiente.
Gli elementi che determinano l’applicabilità della norma hanno natura tecnica, organizzativa, procedurale ed economica. Questo ultimo fattore, nei grandi interventi, riveste un ruolo predominante, per l’impegno di natura pubblica ma anche per quello privato. La sua valenza è verificabile nel numero delle bonifiche rilevanti attuate in Italia, che rimane molto esiguo, ma anche in quelle in corso di attuazione.
In definitiva, il recupero delle aree industriali dismesse comporta la costruzione di un nuovo scenario paesaggistico e urbano il cui centro tematico è la convivenza e l’integrazione delle attività produttive, abitative, ricreative, la rinaturalizzazione ecologica e la riscoperta dei segni storici del territorio: una memoria fortemente radicata nella società, e presente nelle spazi e nelle architetture, che testimonia una storia produttiva di lunga durata, non certo priva di valenze simboliche e stratificate che queste testimonianze “fossilizzate” inevitabilmente evocano.
Ma le bonifiche dovranno anche rappresentare una leva per cambiamenti profondi.
Si tratterà in alcuni casi di favorire l’insediamento di nuove attività produttive, in altri di progettare nuovi spazi e funzioni urbane per favorire la riconversione di cicli produttivi verso soluzioni a minor impatto ambientale, innescando processi di simbiosi industriale avviando a recupero (di materia e di energia) i prodotti di scarto dei cicli produttivi, inclusi quelli derivanti dalle attività di bonifica.
Occorrerà il coinvolgimento di una pluralità di attori, pubblici e privati, del mondo della ricerca, degli attori economici e sociali, attivando forme di partecipazione e coinvolgimento a livello territoriale e collaborazioni con le migliori esperienze e competenze che di volta in volta si renderanno necessarie.
Partendo dall’assunto che le fabbriche non si chiudono, ma si trasformano rendendole sicure per i lavoratori e per l’ambiente, fu su questo assunto che si avviò il piano nazionale delle bonifiche, si disse allora che era necessario avviare un processo graduale, ma efficace, di trasformazione dei siti produttivi ad altissimo impatto. Questa priorità, se vera allora, oggi è diventata di valore generale a fronte del quadro competitivo internazionale e della crisi ambientale e occupazionale.
Le bonifiche e il recupero urbano – se portati a termine – creano nuova occupazione, favoriscono la ricerca e l’innovazione, salvaguardano il territorio, le risorse naturali e la salute umana favorendo il recupero del legame fiduciario, necessario per ogni processo di sviluppo, fra cittadini residenti in prossimità dei siti, istituzioni e imprenditorialità privata. Per far questo appare sempre più urgente e necessario un quadro di regole chiaro e semplice, accessibile ai diversi livelli, e un insieme di progetti di qualità, fondati su basi tecniche e scientifiche solide, adeguatamente informati rispetto alle caratteristiche economiche, sociali oltre che ambientali, dei contesti territoriali soggetti ad attività di bonifica.

Di seguito elenco quelli che ritengo siano i punti critici che impediscono al nostro Paese di realizzare con le bonifiche quegli obiettivi che negli altri Paesi sono stati raggiunti: in modo particolare in Germania, ma anche in Gran Bretagna e Francia.

Gli interessi e l’applicazione del principio “chi inquina paga”
Questo principio incontra serie difficoltà: infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, l’inquinamento dei siti di interesse nazionale, e non solo, risale a tempi molto remoti. Nel tempo questi siti sono passati da una proprietà all’altra e questo determina una situazione per cui le imprese attualmente proprietarie dei siti, non ritenendosi responsabili dell’inquinamento “storico”, ricorrono al TAR avverso la richiesta di bonifica avanzata dalle amministrazioni pubbliche. Questo contenzioso produce, di fatto, il rallentamento e, in alcuni casi, il blocco degli interventi di bonifica.

La scarsità di risorse pubbliche
La normativa, prevede che, in caso di inerzia dei “presunti” responsabili dell’inquinamento, il pubblico debba intervenire in sostituzione, fatti salvi i diritti di rivalsa una volta chiarito il contenzioso. L’applicazione di questo principio presuppone una consistente dotazione finanziaria pubblica capace di sostituirsi al mancato intervento dei privati.

L’innovazione tecnologica
Il mancato investimento in ricerca ed innovazione tecnologica ha impedito che si sviluppasse, come in altre realtà, un vero e proprio “settore industriale delle bonifiche”. Spesso il carattere degli interventi di bonifica sono sostanzialmente riconducibili ad attività di ingegneria idraulica o civile (rimozione di terre, pozzi e barriere idrauliche, murature di contenimento, ecc.).

La sottovalutazione delle opportunità
I siti in argomento, nella stragrande maggioranza dei casi, sono aree fortemente infrastrutturate (porti, ferrovie, energia, rete viaria, servizi ambientali, ecc.), costituendo un vantaggio in termini di oneri di urbanizzazione e un’opportunità per il reinsediamento produttivo. Rendere disponibili questi siti per nuovi insediamenti produttivi, in particolare le aree dei gradi poli industriali del Meridione, al centro del Mediterraneo, è un’occasione straordinaria di sviluppo che il Paese non può permettersi di sottovalutare. Molti di questi siti sono interessati da programmi di investimento per la riqualificazione industriale e la rigenerazione di interi quartieri urbani che, tuttavia, non riescono a realizzarsi a causa dei ritardi nelle bonifiche.

Un progetto di riqualificazione deve tradursi in azioni che puntano su tre fattori principali:

  • l’attenzione al territorio e al contesto; 

  • il legame con la storia e la tradizione;
  • la sostenibilità (tecnica/sociale/economica) degli interventi. 


 

Infine, è indispensabile ricostruire il rapporto di fiducia tra imprese e collettività locali. Anche a tal fine è necessario promuovere un programma di politiche per il risanamento e la sicurezza come precondizione per le ulteriori possibilità di sviluppo. I dati statistici che stimano l’incidenza delle ecomafie su tutto il territorio italiano ci dicono che negli ultimi ventidue anni si contano ottantadue inchieste per traffico illecito di rifiuti, 915 ordinanze di custodia cautelare, 1806 denunce, 443 aziende coinvolte.
 Ad aggravare questa situazione bisogna ricordare che questi territori hanno visto negli ultimi anni una forte urbanizzazione.
Nella nostra regione, lungo l’asse Villa Literno-Salerno si sono concentrati, al di fuori di una razionale e funzionale programmazione territoriale, insediamenti urbani, produttivi e commerciali.
Questo tipo di sviluppo sovente, o purtroppo sempre, è stato gestito dalla camorra, sono sorte così vaste zone di abusivismo edilizio e si sono sviluppate attività industriali e commerciali al fine del riciclaggio di denaro proveniente da attività illegali, quali prostituzione, droga e commercio di armi.
Non è certo un caso, la proliferazione del mercato del lavoro in nero e illegale, anche questo nelle mani della camorra: ricordiamo tutti l’eccidio di Castel Volturno di un paio di anni orsono, avente come fine il controllo dei traffici e del territorio. E non è certo un caso, inoltre, che in questi territori vi sia il maggior numero di amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni camorristiche.
Questa condizione, oltre a costituire un vero e proprio allarme sociale nel momento che nasce e prolifica al di fuori di un’organica programmazione territoriale e di un’organizzazione dei servizi, propria dello stato o delle amministrazioni periferiche, ha determinato una nuova lacerazione sociale con il resto del Paese e un peggioramento delle condizioni socio-ambientali e sanitarie.
Questa è la fotografia del territorio. In questo contesto, però, negli ultimi anni un nuovo protagonismo, accompagnato da una forte e diffusa presa di coscienza, sì è consolidato nei cittadini dei territori colpiti.
Le loro rivendicazioni pongono i temi attinenti al diritto alla salute, alla vita, denunciano il livello d’inquinamento e il numero di morti sempre più elevato per malattie tumorali. Infine, ma non da ultimo, denunciano e si contrappongono alla camorra e i suoi affari, per il pieno ripristino della legalità.

Vi è la necessità di fornire soluzioni adeguate, credibili e principalmente realizzabili in tempi certi. Ritengo che, per riportare alla normalità questi territori, si rendano necessarie alcune condizioni di base che possono sinteticamente essere cosi elencate:

  • recupero della legalità, nell’indicare soluzioni nuove e trasparenti che vadano ben oltre i consueti protocolli sulla legalità;

  • la revisione del codice degli appalti, per introdurre più tutele e garanzie contro le infiltrazioni mafiose e la revisione del Testo unico Antimafia; 

  • lotta alla delinquenza organizzata in tutte le sue forme, alla sua manovalanza e all’illegalità diffusa, partendo dal lavoro e le sue condizioni.
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