Agroindustria nel Mezzogiorno, innovazione e una nuova politica di sviluppo per rilanciare l’occupazione e rafforzare la crescita dell’export

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Sono ben otto gli anni che ci lasciamo alle spalle segnati da una crisi economica e sociale durissima. Anni in cui le aziende hanno dislocato la propria produzione in altri paesi, sono ricorse a drastici tagli del personale o ancora hanno chiuso. In questi tormentati anni, tuttavia, la produzione agroalimentare italiana, in particolare nel Mezzogiorno, ha saputo affrontare la lunga fase recessiva, mantenendo alto il livello dell’esportazione, rafforzando l’integrazione tra produzione agricola e trasformazione, sfruttando i principi della dieta mediterranea. Una produzione che è riuscita ad aumentare la propria penetrazione nei grandi mercati esteri, tanto è vero che sono cresciuti i mediatori del “tipico”, vere e proprie agenzie di intermediazioni che mettono in contatto i produttori con i grandi distributori internazionali.
Nonostante la drastica riduzione dei consumi, grazie ad un export crescente, l’agroalimentare ha tenuto anche sul versante occupazionale. Del resto, i dati parlano chiaro: tra il 2009 e il 2015, nei sette lunghi anni di crisi, l’occupazione nel settore primario segna un calo del 5% circa, ma se tale risultato si confronta con gli effetti della crisi sull’industria, dove la perdita degli occupati è stata del 13%, possiamo parlare di congiuntura negativa, sicuramente, ma resiliente.
Bisogna riflettere su quanto si è fatto in Italia per sostenere e valorizzare il principale bacino potenziale di produzione agroalimentare del Mezzogiorno. Finora, al di là delle dichiarazioni di principio, sono mancate vere e proprie politiche di sviluppo integrate e la gran parte delle innovazioni, che pure ci sono state, sono state affidate per lo più alla formidabile capacità di innovazione dei tanti coltivatori e produttori che hanno  creduto nella terra, nella qualità dei prodotti  tipici e nella tradizione, piuttosto che a  politiche mirate.
Infatti, nel Mezzogiorno, dove l’agroindustria rappresenta il principale polo di occupazione, proprio nella fase di espansione dei prodotti tipici e tradizionali si registra un calo occupazionale. Il limite principale è stato quello di non immaginare politiche del lavoro e di sviluppo locale che operino in modo integrato e che permettano di connettere l’agroalimentare alla filiera turistica, alla ristorazione e ai beni culturali.
Le risorse dei fondi strutturali disperse in migliaia di progetti inutili, la mancata capacità di accompagnare il grande processo di innovazione in atto, queste solo alcune delle opportunità mancate. Da sottolineare che le coltivazioni agricole e i prodotti animali assorbono quasi un quarto della domanda di lavoro del Mezzogiorno. La seconda filiera è quella della produzione del vino, la terza degli ulivi e di produzione dell’olio. Nel settore del vino come in quello dell’olio, non esiste una filiera robusta di produzione e commercializzazione di questi prodotti.
Ciò che emerge è che, anche a fronte di una domanda di lavoro molto rilevante ed una potenzialità enorme delle aree meridionali riguardo alla produzione di qualità (Dop e Igp) che danno valore aggiunto, tale potenzialità non è stata ancora pienamente sfruttata. La frammentarietà della produzione, la scarsa capacità di organizzare consorzi e accorciare la filiera, impediscono di utilizzare pienamente le aree interne con i loro prodotti di eccellenza. Per farlo, occorre agire su una serie di leve:

  • favorire lo sviluppo delle attività di trasformazione agricola, incentivando la costituzione dei consorzi per la valorizzazione dei prodotti tipici e sostenendo le imprese;
  • sostenere le attività dei distretti agroalimentari del Mezzogiorno, favorendo un’offerta di formazione dedicata;
  • favorire la creazione di imprese nel campo della multifunzionalità, recupero paesaggistico, agricoltura sociale, ecc.;
  • incentivare e sostenere le esperienze di riutilizzo di beni confiscati alla criminalità organizzata;
  • concentrare sul comparto agroalimentare politiche del lavoro e di sviluppo e fare in modo che, a differenza del passato, il processo di sviluppo non passi per la distruzione del territorio ma per la sua piena valorizzazione.

Ecco, è venuto il momento di pensare ad un nuovo corso, mettere insieme soggetti economici e istituzionali, le parti sociali, per definire un nuova programmazione che porti alla valorizzazione del settore e ad una nuova e più solida economia. Difficile? Forse. Ma se si riesce a creare una rete forte, si può fare. Da subito.

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Segretario generale Flai Cgil Campania

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