Sanità in Campania, effetti positivi da una concertazione sana tra istituzioni e parti sociali

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La politica sanitaria di una regione è il fulcro intorno al quale ruota il livello di civiltà e di benessere dei cittadini. Un sistema sanitario adeguato alle esigenze della popolazione è anche un sistema che sa e può prevenire, prima che curare, e questo porta anche ad un risparmio notevole di risorse economiche che possono essere impiegate in altri settori fondamentali per la crescita del territorio. In questa direzione, nell’interesse dei cittadini, devono lavorare di concerto istituzioni e sindacato. Solo in questo modo può essere affrontato il grande tema della sanità, che deve passare attraverso la tutela dei diritti dei suoi lavoratori, una tutela del lavoro che non può e non deve essere corporativa. La difesa della sanità pubblica deve essere elemento centrale di qualsiasi politica virtuosa di centrosinistra che eviti il tentativo fraudolento di dirottare pezzi di sanità pubblica verso la privatizzazione incontrollata, per questo serve una cooperazione sana e trasparente tra sanità pubblica e privata.
È indubbio che la politica sanitaria della Campania sia fortemente condizionata dalle modalità con cui si ripartiscono i fondi. La formula Calderoli sui costi standard, in funzione dal 2013, utilizza come parametro l’età della popolazione, favorendo i territori con più anziani, cioè quelli del Nord. A causa di tale criterio, la Campania è stata oltremodo penalizzata, subendo un duplice danno e dovendo affrontare il paradosso per cui, nonostante si muoia prima e ci siano delle condizioni generali di salute più precarie, è l’ultima regione in Italia per riparto pro capite. Se, invece di pesare le età, si contassero le malattie, il riparto cambierebbe. Se si ragionasse in base alle effettive esigenze sanitarie della popolazione, quindi, la Campania dovrebbe ricevere più di molte altre regioni. Nel 2016 il governatore De Luca propose di assegnare almeno la medesima quota a tutti, ovvero 1.783 euro a testa. In questo modo la Campania avrebbe recuperato 50 euro per abitante, cioè 291 milioni di euro, che si sarebbero potuti impiegare nell’acquisto di nuove apparecchiature e per la prevenzione. Nel 2017, invece, in Conferenza delle Regioni, si è avviata una discussione per la revisione dei criteri: pur continuando a mantenere il criterio del numero della popolazione anziana, si è iniziato a tenere conto dell’indice di deprivazione socio-economico in base al quale la Campania, in cui l’età media della popolazione risulta nettamente inferiore a quella nazionale, ha ottenuto 52 milioni in più rispetto al 2016, grazie ad una quota premiale di 109 milioni. Nonostante si sia iniziato a lavorare sulla revisione dei criteri per il fondo di riparto del Servizio Sanitario Nazionale, lo stesso non è ancora sufficiente per consentire ai cittadini della nostra regione di poter usufruire di un servizio sanitario adeguato alle esigenze. È su questo che le istituzioni e le parti sociali devono continuare la battaglia affinché si innalzi ulteriormente, appunto, la quota regionale sanitaria.
Rispetto alla politica sanitaria del territorio napoletano è indubbio che si continui a lottare con l’eredità che ci ha lasciato il precedente governo regionale e che ha condotto, attraverso la scellerata politica di azzeramento dei nosocomi cittadini, al sovraccarico del Cardarelli e alla ben nota scandalosa vicenda delle barelle o al sovraffollamento del Santobono, unico ospedale pediatrico a cui si rivolgono non solo i napoletani, ma anche molti piccoli pazienti della provincia. Negli anni del governo Caldoro, i presidi napoletani sono stati gradualmente svuotati del loro contenuto, sia in termini di personale medico ed infermieristico che di apparecchiature non più sostituite ed ammodernate, tutto con la scellerata idea di riversare persone e macchinari nell’Ospedale del Mare, struttura potenzialmente importantissima, ma di fatto ancora un contenitore semivuoto. Ad oggi, rispetto alle sole inaugurazioni e proclami di Caldoro, si sono fatti grossi passi in avanti, ma la vera sfida dei prossimi mesi resta la messa a regime dell’Ospedale del Mare, insieme all’uscita dal commissariamento. Inoltre, bisogna lavorare affinché ci siano maggiori investimenti nei distretti e nei consultori, ovvero nelle strutture che, più di tutte, lavorano capillarmente sul territorio e rappresentano la prima porta di accesso alla sanità: solo in questo modo si potrà alleggerire l’accesso incontrollato ai pronto soccorso.
Al raggiungimento di questi obiettivi, su cui si gioca una grande parte della nostra credibilità, bisogna lavorare tutti insieme: parti sociali, datoriali e lavoratori. In questa direzione è stata importante la firma del protocollo d’intesa tra il presidente della Giunta regionale e i segretari generali confederali di Cgil, Cisl e Uil, e rispettive categorie. L’accordo affronta molti punti cruciali tra cui il superamento del precariato nella sanità, che per me ha sempre rappresentato uno dei nodi cruciali, ma anche tutta una serie di questioni che sono da considerare di altrettanta importanza, come la qualità dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), l’impegno a favore della sanità pubblica, il reclutamento del personale, il Piano Ospedaliero e la riorganizzazione del sistema di emergenza sanitaria, il riequilibrio del rapporto con la sanità privata accreditata, la riorganizzazione del sistema socio-sanitario integrato, attraverso la valorizzazione della rete territoriale.

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Autore

Gianluca Daniele

Consigliere regionale del Partito democratico in Campania È stato segretario della Cgil Napoli e Campania, segretario generale del Slc Cgil Campania, membro dell’assemblea nazionale del Partito democratico, presidente nazionale dell’associazione Tempi Moderni Cgil e fondatore e segretario nazionale di NIdiL Cgil.

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