Sondaggisti profeti e opinionisti veggenti sempre sconfitti alle elezioni

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Come l’astrologia, l’arte dei sondaggi affascina un po’ tutti noi. A prescindere da quel che pensiamo sulla loro capacità di reale previsione, gli italiani discutono sulle caratteristiche peculiari del Toro e del Sagittario, o sull’influenza di Urano sulle nostre vacanze alle Maldive, così come sulle intenzioni di voto. Ma, mentre in relazione all’astrologia c’è sempre la diatriba – insanabile – tra chi crede che le previsioni si siano avverate e chi invece è di parere avverso, dei sondaggi sappiamo per certo che arriva un giorno, quello delle elezioni, in cui sarà verificato se quelle previsioni sulle quali si dibatte da mesi (e, in alcuni casi, addirittura da anni) sono poi confermate, o meno.
Ebbene, nonostante in passato queste previsioni siano state, per lo più, sbagliate, e in alcuni casi nemmeno di poco (vedi l’imprevisto boom del M5S che, nel 2013, ha sovvertito il pronostico di sicura e schiacciante vittoria del centrosinistra), nei talk show politici e sui giornali si continua a pesare le forze politiche sulla base dei sondaggi e, da essi, a farne discendere futuri scenari, di solito apocalittici. I sondaggisti, da perfetti sacerdoti, emettono profezie che diventano materia prima per le analisi dei vari opinionisti, i quali, basandosi su dati altamente instabili, sembrano veggenti davanti ad una palla di vetro. A confusione si aggiunge confusione e i cittadini elettori appaiono sempre più perplessi sulla reale consistenza dei ripetitivi discorsi che ascoltano nel dibattito pubblico.
Con questo non si vuole sostenere che i sondaggi non servano a niente (sono uno strumento che, insieme ad altri, concorre a interpretare le tendenze della società), ma solo che, prima di dare per oro colato il risultato di un sondaggio, bisognerebbe informarsi su come è stato condotto, su quante persone hanno partecipato e quante hanno poi realmente risposto alle domande. Per farlo basta andare sul sito della presidenza del Consiglio dei ministri www.sondaggipoliticoelettorali.it sul quale vanno obbligatoriamente pubblicati i sondaggi politico-elettorali che vengono diffusi attraverso i media, corredati di tutte le informazioni su metodo utilizzato, campione, etc.
Se lo facessimo, potremmo scoprire una cosa che in pochi sanno, e cioè che spesso, anche per i sondaggi degli istituti di ricerca più conosciuti, il numero di persone che si rifiuta di partecipare al sondaggio è più alto (in alcuni casi doppio) rispetto a quello di chi accetta di farlo. Si scoprirebbe, inoltre, che la media di coloro che indicano il partito per il quale intendono votare, in queste settimane, è sempre al di sotto del 60%, spesso vicina al 50%. Quasi la metà di quelli che rispondono, quindi, o non andrà a votare o è indecisa (sia sul se andrà a votare, sia sul chi eventualmente votare).
Queste considerazioni non sono di poco conto, anzi determinano una enorme aleatorietà delle previsioni sui risultati elettorali. Tralasciando coloro che non rispondono ai sondaggi (sui quali è impossibile fare congetture sia in relazione alla loro voglia di andare a votare sia, a maggior ragione, sul loro partito preferito), vale la pena concentrarsi su coloro che, allo stato, le rilevazioni pongono nell’area del possibile astensionismo. È molto probabile che una fetta non irrilevante di questi cittadini, alla fine, deciderà di andare a votare. Lo dicono le elezioni politiche più recenti nelle quali si è sempre registrato un recupero nelle urne, rispetto alle previsioni di partecipazione al voto dei sondaggi. E a pensarlo sono gli stessi sondaggisti. D’altronde, in nessuna elezione politica che si è svolta nell’Italia repubblicana la partecipazione al voto è stata al di sotto del 75%. Il dato più basso è proprio il 75,2% del 2013: ed anche allora, come oggi, si veniva da una serie di tornate elettorali amministrative in cui l’affluenza era stata molto più bassa di quella soglia. Ciò nonostante, ci fu una partecipazione in risalita, perché – evidentemente – le elezioni politiche sono più sentite di altre competizioni elettorali.
Quanti potrebbero essere, allora, quelli che, alla fine, usciranno dal limbo e decideranno di recarsi alle urne? Per evitare di essere annoverati anche noi tra le fila degli opinionisti veggenti, sarà opportuno partire da un dato, benché incerto, cioè quello di coloro che nei sondaggi non dichiarano che si asterranno, ma che sono indecisi: si tratta di una fascia che oscilla, mediamente, intorno al 15%. Se decidessero tutti di andare a votare, la partecipazione al voto si attesterebbe su livelli simili a quelli del 2013; se lo facesse anche solo la metà di questi, cosa molto probabile visti i precedenti, si sarebbe sul minimo storico di affluenza per un’elezione politica, ma comunque su percentuali molto superiori rispetto a quelle sondate oggi.
L’aumento dell’affluenza al voto è un indicatore fondamentale per valutare se i sondaggi che circolano oggi saranno poi confermati ad urne aperte, e per un motivo molto banale: risulta, infatti, dalle rilevazioni che, tra gli indecisi, la stragrande maggioranza è formata da ex elettori del Partito democratico e, in seconda battuta, ma in maniera inferiore, da ex elettori di Forza Italia. La capacità (o meno) di questi due partiti di mobilitare di nuovo questa base di scontenti, attraverso una campagna elettorale mirata, è l’incognita che fa dubitare dell’attendibilità delle varie previsioni sulle intenzioni di voto. Logico prevedere, infatti, che un eventuale aumento dell’affluenza al voto danneggerebbe il M5S (che non può contare su un gran numero di scontenti del Movimento, non avendo mai governato, e può solo sperare di rubare qualche altro scontento agli altri), mentre avvantaggerebbe Pd e Forza Italia.
Su questa strada pare che Berlusconi (come già tante volte in passato) stia già ottenendo frutti, visto che i sondaggi, che da anni davano Forza Italia sotto la Lega, vedono una netta inversione di tendenza, con il partito dell’ex premier che sta staccando quello di Salvini. Meno successo, almeno per il momento, sembra avere Renzi, al quale, però, resta ancora un’arma: quella dei collegi uninominali. La nuova legge elettorale, infatti, prevede che poco più di un terzo dei parlamentari verrà eletto in collegi uninominali nei quali, storicamente, l’Ulivo prima, e il Pd poi, hanno sempre ottenuto risultati superiori rispetto alla somma percentuale dei voti dei partiti che appoggiavano i singoli candidati. Questa peculiarità del centrosinistra è sempre stata spiegata con la sua capacità di esprimere un maggior numero di candidature autorevoli di altri soggetti politici nei campi della cultura, del sociale e delle professioni.
Renzi sembra puntare molto su questo aspetto, non tanto e non solo per aggiudicarsi i singoli collegi uninominali (al Nord, ad esempio, strapparli al centrodestra sarà quasi impossibile), quanto per sfruttare il traino di questi candidati (anche di quelli che dovessero perdere, ma con buone performance) sulle liste proporzionali collegate: a differenza del vecchio Mattarellum, la nuova legge elettorale prevede, infatti, un legame diretto tra candidato nell’uninominale e liste che lo appoggiano. Un meccanismo che, se il Partito democratico dovesse riuscire nell’impresa di riportare al voto gli scontenti, potrebbe favorirlo nell’obiettivo di confermarsi, anche nella prossima legislatura, come primo gruppo parlamentare, in particolare al Senato, dove il corpo elettorale “più anziano” è storicamente meglio disposto nei confronti dei partiti di governo.
Se questa scommessa dovesse essere vinta, si spiegherebbe anche il motivo per il quale Renzi (forse ritenendo di poter schierare candidati molto competitivi nei collegi uninominali) abbia dato il via libera al Rosatellum, una legge elettorale che invece, a detta dei maggiori commentatori, penalizzerebbe proprio il Pd.

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Autore

Antonio Vastarelli

DIRETTORE RESPONSABILE____ Collaboratore del quotidiano Il Mattino (del quale è stato redattore) per le pagine di economia e politica. Cura l’ufficio stampa di alcune imprese e associazioni. È stato collaboratore del Sole 24 Ore, capo servizio di politica ed economia del quotidiano Napolipiù e direttore o collaboratore di numerosi periodici locali e nazionali.

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