Il diritto negato alla salute psicologica, tra obiettivi dichiarati e risorse inadeguate

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di Raffaella Annunziata e Francesca Feliciello*

 

In che modo si è edificata la professione dello psicologo nel corso del tempo e come entra in gioco nell’ambito della Sanità Pubblica?
Consideriamo che in Italia la necessità di un approccio psicologico alla salute pubblica si fa strada con forza durante gli anni ‘70 ed è inizialmente definito in ambito preventivo con la legge del 29 luglio 1975, n. 405 che istituisce i consultori familiari. Tale legge stabilisce che il “Servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità” ha come scopo, tra gli altri, l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile, per i problemi della coppia, del minore e della famiglia.
Sempre negli anni ’70, attraverso la rivoluzione copernicana portata avanti in primis da Franco Basaglia, si attuò quella lenta transizione, per alcuni versi ancora in fieri, dal mondo del manicomio a quello della salute mentale. Il cambiamento, concepito e formulato poi nella legge 180/78, richiedeva la presenza di figure professionali nuove che mettessero al centro la persona, con i suoi bisogni, emozioni, il suo diritto alla salute e sostenessero nel paziente la necessità di vivere la propria vita con dignità. In questa prospettiva, sostenuta da una complessa epistemologia, è determinante la figura dello psicologo che, per formazione professionale, considera la persona nella sua totalità e dunque svolge un’azione di comprensione che va oltre il sintomo e la malattia.
In quegli anni ‘70 le battaglie, che porteranno alla promulgazione delle Leggi citate, si profilano come storia politica pregnante, ricca di significati sul piano dei diritti umani e sociali perché avviarono una radicale de-strutturazione del modo di concepire il benessere, la salute e la malattia nonché permisero una riflessione sul significato profondo dell’azione terapeutica tra esseri umani.
Negli anni ’80 l’Organizzazione Mondiale della Sanità definì la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come semplice assenza di malattia”; quindi, sulla scia di quanto realizzato fino ad allora ed in continuità con i cambiamenti storico-culturali avvenuti, il concetto di salute stessa investe diverse sfere della vita e non più solo quella fisica-organica.
In realtà oggi siamo consapevoli che raggiungere un completo benessere è obiettivo arduo; nella Comunità scientifica è in corso una riflessione sulle criticità di tale visione per ridefinire il concetto stesso di salute considerando che ogni essere umano è un organismo unitario. Dunque per dare efficacia agli interventi sanitari sul territorio nazionale la dimensione psicologica va inclusa in ogni programmazione.
Infatti, l’Unione Europea nel suo programma “Salute 21 – i principi della salute per la R.E. dell’OMS – 21 obiettivi per il 21 secolo”, definisce 21 obiettivi sulla base dei quali si costruiscono le politiche sanitarie in Europa. Tra gli obiettivi vi è anche il tema della salute mentale: entro il 2020 si dovrà migliorare il livello di benessere psico-sociale e rendere più accessibili ai cittadini i Servizi territoriali. Ad oggi, cosa è stato fatto e chi ha la Responsabilità di realizzare gli obiettivi europei in materia di salute?
Diamo uno sguardo alle ultime indagini italiane rispetto allo stanziamento del denaro pubblico.
Nel 2016 Il Ministero della Salute ha diffuso il Rapporto Salute Mentale 2015 dove vengono espressi anche i dati relativi alla spesa destinata alla salute mentale. Nel 2015 i flussi economici per la Salute corrispondono a 3miliardi e 739milioni di euro; la percentuale della spesa sanitaria dedicata alla Salute Mentale è pari al 3,49%, una percentuale esigua, considerando che il 18 gennaio 2001 i presidenti delle Regioni hanno sottoscritto un documento in cui si impegnavano a mantenere una soglia minima del 5%. La maggior parte delle Regioni, invece, assegna alla Salute Mentale una percentuale della spesa sanitaria che oscilla tra il 3% ed il 4%; la Campania investe meno della metà della quota minima, con una percentuale del 2,43 %.
Con delle percentuali di spesa e di investimenti così ridotte abbiamo delle ricadute negative sui dati di impiego, anche riguardo agli psicologi; infatti i dati statistici in merito sono poco confortanti, malgrado una classe di professionisti giovani, molto motivati, con livelli di formazione e di specializzazione elevata.
In Italia, secondo i dati di AlmaLaurea relativi al 2015, su 13.000 laureati in psicologia il 66,4% sembra aver trovato occupazione ma non sempre nell’ambito di competenza. In sostanza, la maggior parte dei laureati in psicologia (psicologi abilitati, aggiungendo anche gli psicoterapeuti formati a proprie spese, nelle scuole post laurea pubbliche e private equipollenti) ha difficoltà a lavorare nel proprio ruolo, a meno che non avvii, con le proprie risorse, un percorso di libera professione. Ciò accade malgrado nell’ultimo decennio siano emerse nuove sfere di disagio psicologico, connotate da diversi livelli di emergenza soprattutto nella fascia della popolazione adolescente e giovane adulta.
Con i dati statistici alla mano e con lo sguardo di chi è immerso dentro questo mondo e ne ha costantemente il polso perché allenato ad un attento esame di realtà, ci rendiamo conto che le opportunità lavorative rimangono comunque esigue e ciò indipendentemente dalla domanda dell’utenza che è in costante crescita. Eppure, se c’è una cosa in cui i giovani psicologi riescono ad essere ferrati è la tolleranza alla frustrazione, alla winnicottiana maniera; la studiano nei libri e ne fanno esperienza. Osserviamo un sottile gioco paradossale tra psicologi senza lavoro e strutture in cui gli psicologi sono necessari ma nelle quali non vengono assunti. Sono proprio quelle struttura sanitarie in cui lo psicologo dovrebbe avere la sua naturale collocazione, come professionista che collabora con gli altri per il miglioramento dello stato di benessere dell’individuo, dei gruppi e della popolazione in generale. I giovani psicologi, super-formati, continuano a fluttuare flessibilmente tra il tirocinio, il volontariato pluriennale, rarissimi concorsi pubblici ed una cartucciera piena di curriculum vitae da sparare su annunci di lavoro random.
La struttura pubblica cerca rozzamente di affrontare l’emergenza della carenza del personale, ovvia conseguenza della mancanza di investimenti adeguati da parte della spesa pubblica nel budget destinato alla salute mentale (e non solo). All’interno di un’Unità Operativa di Salute Mentale, soprattutto nelle metropoli con quartieri ad alta densità demografica (1milione di abitanti), la richiesta degli utenti è elevata. Quanti psicologi ci vogliono? E quanti ce ne sono? Troppo pochi quelli che lavorano all’interno del Servizio; pochi e saturi di lavoro. Troppi invece i tirocinanti e i volontari psicologi e/o psicoterapeuti, che svolgono il proprio lavoro intensamente senza percepire compensi, né rimborsi spese.
Eppure segnaliamo, come dato rilevantissimo, che con Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri (definizione e aggiornamento dei LEA art.1, comma 7, DgL 30/12/92 n.502) le prestazioni psicologiche e psicoterapeutiche sono dal 12 gennaio 2017 parte integrante degli attuali Livelli Essenziali di Assistenza.
Da quanto detto finora, emerge il pericolo di privare di un essenziale diritto di cura una parte della popolazione e contemporaneamente di non mettere a frutto le risorse umane formate per garantire questo diritto. C’è inoltre il rischio di venir meno al proprio mandato professionale: “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”, come sancisce il Codice Deontologico degli Psicologi italiani. È necessario quindi, nei Servizi Pubblici, un incremento di questo personale che può avvenire attraverso nuovi investimenti e finanziamenti a garanzia della salute psicologica della popolazione.
Ci auspichiamo, in vista del 2020, un cambio di visione affinché i prossimi tre anni siano fecondi per realizzare gli obiettivi di salute e promozione del benessere; dunque creare una rete di servizi efficace che sostenga, pienamente, lo sviluppo della salute intesa come risorsa per la vita quotidiana rendendo nel contempo concrete le disposizioni Europee.

*Psicologa Volontaria e Psicologa Tirocinante presso ASL Napoli 1 Centro

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Raffaella Annunziata - Psicologa Volontaria UOCSM31 – ASL Napoli 1 Francesca Feliciello - Psicologha Tirocinanti ASL Napoli 1 Centro

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