Limiti al diritto di sciopero, un’idea sbagliata che colpisce al cuore la democrazia

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Leggo sulla stampa la notizia della presentazione di un emendamento, nell’ambito della Legge di Bilancio, a firma di Maurizio Sacconi, Presidente della commissione Lavoro del Senato, sulla «limitazione del diritto di sciopero». Sorrido amaramente perché, oltre a rappresentare una grave forzatura delle norme costituzionali, mi appare evidente la prassi degli ultimi anni: anziché rispondere alle esigenze dei cittadini e delle cittadine, anziché tentare di costruire e di fare intravedere un percorso di sviluppo per le realtà territoriali e per il Paese, coloro che dovrebbero governare e costruire un progetto strategico, un’idea, si soffermano su norme che limitano la libertà di espressione dei cittadini/lavoratori e delle cittadine/lavoratrici.
Non mi sfugge che il diritto di sciopero deve essere contemperato con l’esigenza dei cittadini e degli utenti di questo o quel servizio, ma va sottolineato che il diritto di sciopero è già regolamentato; vi sono norme di legge in vigore e attuate. È, ormai, da qualche anno che in questo Paese si è aperta una discussione, portata avanti spesso in maniera demagogica e strumentale, sul ruolo delle organizzazioni sindacali, in particolare della Cgil, e sulla utilità del Sindacato stesso.
È pur vero che in questo periodo l’attacco alle organizzazioni dei lavoratori non viene più lanciato ad alta voce, ma nel corpo sociale è un pensiero che, seppure in parte, ha trovato consenso. È colpa solo di chi ha lanciato le accuse? Assolutamente no. Però è vero che quella volontà di distruzione dei corpi intermedi, attraverso continue e spregiudicate affermazioni, ha dato forza, una enorme forza, ai vari populismi che oggi animano la politica italiana.
Per comprendere l’importanza del Sindacato, basterebbe soffermarsi sul suo ruolo come argine al terrorismo, nelle grandi battaglie civili che hanno reso la società italiana più laica, sugli accordi del ’92/’93 che hanno segnato larga parte della storia delle relazioni industriali e che hanno poi consentito all’Italia di avere le carte in regola per l’ingresso in Europa. Ma questo non basta, stiamo infatti parlando dell’Italia di ieri. Oggi anche il Sindacato deve misurarsi con un Paese profondamente cambiato e un lavoro che, già da ora, è altro.
Questa è la vera sfida del Sindacato: il cambiamento. Bisogna saper leggere la nuova realtà e costruire risposte adeguate. Il mondo del lavoro che il Sindacato vuole e deve rappresentare non è più organizzabile e leggibile in maniera tradizionale, serve la capacità di entrare in sentieri nuovi e misurarsi con essi. La sfida è: mettere in gioco le proprie certezze per dare un futuro al Sindacato.
La nostalgia dei riferimenti del passato è il male più insidioso del nostro tempo. È un sentimento irrispettoso per quelli di ieri e per quelli di domani. Non va cambiato, però, il concetto di democrazia: la democrazia è pluralità e il conflitto sociale non è sinonimo di guerra.
Isaiah Berlin, nel saggio Due concetti di libertà scrive che la «teoria politica» non sarebbe mai stata concepita «se gli uomini non fossero mai entrati in disaccordo sui fini della vita, se i nostri antenati fossero rimasti nel Giardino dell’Eden”».
Il Sindacato non abita la sfera politica, ma il lavoro, i territori, la comunità, ed è per questo che il suo rapporto con la Politica è dialettico, ma anche conflittuale perché rappresenta la materialità della condizione sociale. Ed è per questo che il punto di vista del lavoro, attraverso la propria rappresentanza, è indispensabile.
E il diritto di sciopero è uno degli strumenti attraverso i quali il Sindacato, e ancor di più i lavoratori, hanno la possibilità di animare, in maniera positiva, il conflitto, dando un contributo alla dialettica democratica. Proprio per questo, l’iniziativa del senatore Sacconi sulla «limitazione del diritto di sciopero» ci sembra dannosa e da contrastare, nella maniera più ferma.

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Autore

Susy Esposito

Segretaria Generale Fisac/Cgil Campania

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