Un sindacato più moderno ed efficace vero antidoto contro i populismi

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Le affermazioni del candidato premier del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio – che suonano più o meno così: o i sindacati si riformano, o li riformiamo noi, – sono inaccettabili e dimostrano l’assoluta mancanza di conoscenza non solo della Costituzione italiana, ma anche del ruolo di un sindacato e del concetto stesso di rappresentanza. Nessuno può riformare i sindacati, che sono associazioni libere ed autonome di lavoratori, al massimo ci si può augurare un’autoriforma che resta l’unica via possibile a tutela e in difesa di principi fondanti del nostro Paese quali la partecipazione e la democrazia.

Non si può certo negare che oggi viviamo in un contesto socioeconomico radicalmente mutato rispetto a 30 anni fa: è cambiato il modo di fare impresa, l’industria, l’occupazione, la produzione. Inoltre, anche dal punto di vista istituzionale, il ruolo dell’Europa è diventato centrale anche nelle questioni economiche e sociali. Anche il mondo del lavoro ha subito notevoli cambiamenti rispetto al numero di persone occupate, a quanti cercano lavoro, ma soprattutto rispetto ai cosiddetti “neet”, coloro i quali non hanno e non cercano lavoro, che sono difficilmente rappresentabili. È cambiato il concetto di collocamento pubblico ed è aumentato il potere dato ai privati. Le risorse economiche del Paese, diminuite per colpa della crisi, hanno avuto ripercussioni anche sui distacchi e sull’opportunità di svolgere attività sindacale. Tutto ciò ci induce a riflettere sull’effettiva necessità di una riforma del sindacato, cosa di cui, a prescindere dalle sollecitazioni esterne, il sindacato è ben cosciente.
L’autoriforma è stata automaticamente sollecitata, infatti, dal cambiamento radicale che il mondo del lavoro ha subito in conseguenza della crisi che ha condizionato il nostro Paese negli ultimi 10 anni. Il lavoro, come lo si intendeva un tempo, non esiste più, ed il tanto agognato posto fisso è stato sostituito – per le generazioni affacciatesi nel mercato del lavoro a partire dal 2000 – da forme di occupazione sempre più precarie. Ed è in questa fase che sono nate anche forme di rappresentanza legate alle “Nuove Identità di Lavoro”. Testi di possibili riforme dei sindacati in Parlamento si sono susseguiti a partire dal 1951 – progetto Rubinacci – e da allora, periodicamente, si tenta di incanalare il sindacato rinchiudendolo in una legge. Ogni sigla sindacale ha, però, in sé una visione personale di cosa sia il sindacato e di come debba rappresentare i lavoratori, ed è chiaro dalla lettura dei singoli Statuti.

In questo contesto, anche se indubbiamente inaccettabile la posizione di Di Maio, che richiama esperienze del passato non certo democratiche, emerge però con chiarezza la necessità di un’autoriforma che avvicini il sindacato ai lavoratori e gli restituisca quel ruolo fondamentale per la democrazia che ha incarnato per decenni. Va detto, senza possibilità di equivoci, che le distinzioni tra la rappresentanza politica e quella sociale non mi hanno mai convinto, ed infatti ritengo che la crisi della rappresentanza investa in modo pressoché identico i partiti politici, le organizzazioni datoriali e, ovviamente, i sindacati. In poche parole, nella nostra società occidentale, e in particolare nel nostro Paese, è in crisi la funzione dei corpi intermedi che, per molti, sono diventati un inutile orpello.
Il fenomeno di delegittimazione reciproca tra politica, sindacato e imprese, purtroppo, produce nella sostanza il medesimo effetto: indebolire le funzioni democratiche e di converso rafforzare le concentrazioni di potere nelle mani di pochi, generando spesso, per quello che riguarda la politica, anche fenomeni leaderistici e sostanzialmente antidemocratici.
Per tornare alla questione sindacale, i nodi da affrontare per una possibile riforma, auspicata anche dai vertici delle organizzazioni sindacali, a mio avviso sono sostanzialmente tre. Il primo, ineludibile, riguarda la rappresentanza: è non più rinviabile la scelta di affidare agli iscritti l’elezione dei gruppi dirigenti e la decisione ultima sulla contrattazione. Il secondo, altrettanto importante, riguarda l’organizzazione: infatti è chiaro che, per il quadro descritto in precedenza, diventa quanto mai necessaria una semplificazione degli schemi contrattuali e, di conseguenza, delle categorie merceologiche; così come è necessario accentuare il ruolo della contrattazione decentrata e territoriale. Terzo punto è quello dell’unità che, necessariamente, richiede tempo, ma che ritengo essere, sul lungo periodo, ineludibile per avviare un serio e profondo processo di riforma della rappresentanza che consenta una nuova stagione di centralità per il lavoro e per i diritti in una società che, per quanto moderna, non può mai far venir meno la tutela e la dignità delle persone.

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Autore

Gianluca Daniele

Consigliere regionale del Partito democratico in Campania È stato segretario della Cgil Napoli e Campania, segretario generale del Slc Cgil Campania, membro dell’assemblea nazionale del Partito democratico, presidente nazionale dell’associazione Tempi Moderni Cgil e fondatore e segretario nazionale di NIdiL Cgil.

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